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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Dialogo interculturale e incontro con l’altro (seconda parte)

di De Marchi Enzo

Pellegrinaggio e ritorno

Anche e soprattutto la fede cristiana riscopre certe sue verità… attraverso l’altro: Lanza del Vasto ha compiuto il suo “pellegrinaggio alle sorgenti” nell’incontro con Gandhi. Così descrive e commenta questo incontro:

“Eccolo davanti ai miei occhi, colui che nel deserto di questo secolo ha mostrato un’oasi verde, offerto una sorgente agli assetati di giustizia… il condottiero degli inermi, il padre dei pària, colui che regna per diritto divino di santità. Egli è venuto a mostrarci il potere dell’Innocenza assoluta (il non far male, non nuocere a nessuno) in questo mondo, e come essa possa fermare le macchine, tener testa ai cannoni, mettere in pericolo un impero …

È una verità… che noi cristiani possediamo da sempre. Ma essa era così lontana dalla nostra vita che noi non sapevamo più che farcene. La tenevamo racchiusa tra le mura di una chiesa e nell’ombra del cuore.

C’è voluto l’avvento di quell’indù per farci conoscere quel che sapevamo da sempre” (Pellegrinaggio alle sorgenti, p. 83-84).

So che queste potranno sembrare belle parole, discorso d’élite. E poi, chi di noi non si ritiene culturalmente superiore a tante altre culture europee, per non parlare di quelle che vengono qualificate come primitive? Basti pensare al mondo della scienza e tecnica moderne, alle istituzioni socio-politiche esportate o imitate nel mondo intero. Non siamo stati noi a inventare un linguaggio “obiettivo”, diventato una specie di koinè o lingua comune? Ma se andiamo a rileggere ciò che il linguista e antropologo Edward Sapir scriveva già una settantina d’anni fa (un articolo ripreso in Cultura linguaggio e personalità, Einaudi 1972), staremmo attenti a non confondere le cose distinguendo bene tra ” cultura genuina e spuria ” (titolo dell’articolo, o.c., pp 65 – 96).

Cultura ed efficienza

Cito alcuni brani:

“La cultura genuina non è necessariamente né superiore né inferiore; è soltanto interiormente armoniosa, equilibrata, autosoddisfacente… Si tratta, parlandone idealmente, di una cultura nella quale nulla è spiritualmente insignificante, nella quale nessuna parte importante del funzionamento generale porta con sé un senso di frustrazione o un senso di sforzo fuorviato o indifferente…

Dovrebbe subito risultare evidente che questo ideale di cultura genuina non ha nulla a che vedere con quello che chiamiamo efficienza. Una società può essere mirabilmente efficiente, può non ammettere alcuna dispersione di energia, eppure tale società in quanto portatrice di cultura, può benissimo essere un organismo inferiore … Le attività principali di un individuo devono soddisfare direttamente i suoi impulsi creativi ed emotivi, devono sempre essere qualcosa di più che dei mezzi subordinati ad un fine…

Facciamo bene ad avere fiducia nel progresso della civiltà. Facciamo male ad assumere che il mantenimento, o anche l’avanzamento della cultura sia una funzione di tale progresso. Uno studio dei fatti dell’etnologia e della storia della cultura prova in modo chiaro che vette della cultura sono spesso state raggiunte a bassi livelli di sofisticazione, e che abissi di incultura sono stati registrati ad alcuni dei livelli più alti. La civiltà nel suo complesso, progredisce, la cultura aumenta o diminuisce…

Al nostro livello di civiltà, i fini remoti tendono a separarsi completamente da quelli immediati (economici), e ad assumere la forma di un evasione spirituale… Ecco dunque la più lugubre ironia della nostra attuale civiltà americana . Una parte del nostro tempo la spendiamo a fare il cavallo da tiro; il tempo che ci avanza lo dedichiamo svogliatamente al consumo di beni che non hanno ricevuto la minima impronta della nostra personalità. In altre parole, il nostro io spirituale rimane, per lo più, quasi costantemente insoddisfatto”.

Sappiamo bene che non si tratta qui soltanto di civiltà americana; e quanto a cavallo da tiro, lo sono tutti quelli che credono ciecamente alla tecnica, così da fare della vita un grande sforzo, come Ortega y Gasset definiva la tecnica fine a stessa. Richiamare alla distinzione essenziale tra civiltà e cultura non è sognare romanticamente una cultura contro la civiltà (il “buon selvaggio”); è, al contrario, indicare alla filosofia dei mezzi oggettivi, a cui rischia di ridursi il sapere dell’Occidente (come denunciava M. Luter King), un fine soggettivo che esprima la dignità delle persone.

Povertà e comunione planetaria

Dalla civiltà occorre passare all'”umanesimo” e, più ancora, alla “comunione planetaria”, vale a dire, a “una nuova epoca della storia umana” in cui si prepari ” una forma più universale di cultura umana, che tanto più promuove ed esprime l’unità del genere umano, quanto meglio rispetta le particolarità delle diverse culture” (Gaudium et Spes 54).

Possiamo far nostra questa speranza del Concilio Vaticano II, solo se ne accettiamo anche la sfida e l’impegno.

Della cultura vale paradossalmente ciò che è detto della vita dell’anima: la si trova solo perdendola. Perché essa è opera dell’uomo, si espande dal cuore dell’uomo e chiede sempre nuovi compimenti (Cfr. G.M. Zanghi, Dialogo fra le culture, p.19 ). Ma tali compimenti – che sono il cammino storico la vocazione dell’uomo – sono possibili solo “passando” da una logica possessivo-conflittuale a una logica trinitaria. Una logica, secondo la quale ogni cultura sappia di poter donare la sua ricchezza alle altre, ricevendone in dono la loro rispettiva ricchezza “(P. Coda in o.c., p. 107 – 108).

La vera testimonianza della propria cultura e dei suoi valori si dà con l’animo del povero. Come la sapeva lunga Francesco d’Assisi! La lezione di povertà e primitività che egli dava con la sua vita alla modernità e ricchezza del suo tempo vale anche per noi. Anche e soprattutto quanto al modo di vivere la nostra cultura.

La povertà, che A. Tèvoèdjrè chiamava ricchezza dei popoli, è anche la povertà della cultura, intesa come assenza d’ogni presunzione, e apertura all’altro nella condivisione e nella convivenza.

LIBRI CITATI NELL’ARTICOLO

MARIO CAYOTA, La sfida dell’utopia nel mondo nuovo, Messaggero, Padova 1992

MARTIN BUBER, I racconti dei Chassidim, Garzanti 1979 (nuova ed., I racconti dei Hassidim, Guanda 1992)

MIRCEA ELIADE, Miti, sogni e misteri, Rusconi 1990.

LANZA DEL VASTO, Pellegrinaggio alle sorgenti. L’incontro con Gandhi e con l’India, Jaca Book 1978.

EDWARD SAPIR, Cultura, linguaggio e personalità, Einaudi Paperbacks 1972.

AA.VV., Dialogo fra le culture. Chiesa e umanesimo planetario, Città Nuova 1988.

ALBERT TVÈOÈDJRÈ, La povertà: ricchezza dei popoli, EMI 1979.