Donne e neri: due umanità retrocesse. Voci dal sottosuolo

«Queste voci profonde del mondo, noi le ascolteremo». Quando mi tornano alla mente queste parole di Paolo VI, pronunciate nel giorno della sua intronizzazione, penso a quale possa essere il timbro di una voce profonda del mondo, che cosa possa esprimere o chiedere e soprattutto di chi sarà mai. È fin troppo semplice capire che le voci profonde del mondo non sono quelle forti e potenti, ma quelle di un’umanità perennemente collocata in zona retrocessione, costantemente in lotta per la propria salvezza, pronta a giocarsi in ogni momento la partita della vita, sapendo che l’avversario è forte e che l’arbitro è corrotto, che gli spettatori sono ostili e che la vittoria è sempre improbabile. Si perde quasi sempre.

Voce profonda, urgenza inarrestabile
Io non so se nascere donne e neri in Brasile sia una ricchezza o una sfortuna, ma so con certezza che non è per nulla facile appartenere a queste due umanità. La condizione della donna in Brasile non è mai stata al centro dell’opinione pubblica e della società. Questa constatazione mi induce a credere che allora la questione sia centrale e imprescindibile, poiché laggiù tutto quello che costituisce un’urgenza drammatica è abilmente nascosto per lasciare spazio a ciò che è futile ed effimero. La subalternità della donna nella società latino­americana è un dato di fatto spiegabile in termini culturali ed economici. Il “machismo”, vale a dire l’esaltazione esasperata dell’immagine maschile, serve essenzialmente a mantenere inalterati i rapporti di forza in un contesto sociale e culturale dove è sempre necessario mantenere una distinzione chiarissima fra chi comanda e chi ubbidisce, tra chi si afferma e chi subisce, tra chi parla e chi tace. In questo mondo strutturato secondo gerarchie ferree, questo confine non passa solo per dividere la ricchezza dalla povertà, ma anche per separare pesantemente i sessi e le razze in una serie di rapporti di forza, dove la prevaricazione e l’emarginazione regolano ogni questione. Per questo motivo le donne e i neri non contano nulla.

Il peso sulle spalle della donna
Le donne devono sostenere mille pesi: quelli della maternità che spesso non è una gioia, quello della famiglia che frequentemente è disgregata ed è fonte di umiliazioni, quello della miseria che fa perdere il senso di ogni istante felice, quello dell’ignoranza che annulla brutalmente ogni anelito di libertà. A molte donne non è dato nulla di buono e di bello nella vita. Mi hanno raccontato che moltissime ragazze del popolo, una volta raggiunti i quindici anni, cercano quasi disperatamente una maternità e non importa chi sia il padre. Questa ricerca intensa di una propria identità e di una realizzazione personale fotografa in modo limpido l’aspirazione che un’adolescente può esprimere quando non c’è assolutamente nulla che possa farla sentire una persona pienamente compiuta. Nella maternità le ragazze cercano se stesse e su questi bimbi tenerissimi riversano tutto l’amore che a loro è sempre mancato.

Questi meravigliosi cuccioli umani
Dà un’emozione intensa vedere queste ragazze giovanissime e dolcissime salire sugli autobus, portandosi in braccio questi meravigliosi cuccioli umani nascosti sotto i lunghissimi capelli della madre. Nella maternità le ragazze cercano di vincere una sfida che le vede perdenti dappertutto. Perdenti nella famiglia, dove botte, violenze e imposizioni sono all’ordine del giorno, e perdenti nella società, dove il lavoro rasenta la soglia della schiavitù e la scuola non rappresenta nulla di sicuro, posto che ci possano andare. E alla fine anche la maternità, dopo averle illuse, le sconfigge. I padri scompaiono, i bimbi crescono e hanno bisogno del pane e alle donne non resta che barcamenarsi ancora tra un uomo nuovo con il quale mettere insieme i fagotti per sopravvivere alla miseria, sperando che Dio non mandi un uomo cattivo, dedito al bere e pronto a usare violenza su quei figli non suoi, e la speranza di un mezzo lavoro dal quale ricavare duecentomila lire al mese.

Splendide a vent’anni e…
Quante sono le donne che vivono così in Brasile? Milioni o forse decine di milioni. Quello che più mi colpisce della condizione femminile è la rassegnazione di queste creature, splendide a vent’anni e sfasciate a quaranta, già vecchie prima di rendersene conto e perdute prima ancora di capire in quale mondo vivono. Dentro questa logica che concepisce la donna come un bene di consumo prospera una mentalità che imprigiona ogni donna in un mondo dal quale è impossibile uscire: la donna di servizio resterà tale per tutta la vita e così pure chi lavora nei campi senza la minima dignità. Questo mi permette di capire come mai le donne siano così numerose nelle nuove sette religiose pentecostali, le quali sono nella condizione di dare loro l’illusione di una liberazione che non raggiungeranno mai. Oggi la sfida dell’emancipazione femminile in America Latina passa attraverso lo sviluppo di una cultura dell’uguaglianza e di un processo di educazione popolare che veda le donne quale prime destinatarie. La Chiesa aveva tra le mani un tesoro che sta disperdendo. In molte Comunità di base le donne avevano un ruolo attivo e avanzato e costituivano uno stimolo prezioso alla crescita della Chiesa, giocando un ruolo decisivo in prima linea, con coraggio e fedeltà. I tormenti della Chiesa brasiliana in questi tempi si stanno ripercuotendo anche sul ruolo della donna, anche se questo non è il tempo di recriminare.

Abbattere il muro della diffidenza culturale
Ciò che conta è che finalmente il muro della diffidenza culturale verso le donne venga abbattuto, così come può e deve essere abbattuto il muro invisibile che separa la comunità nera dal resto della società brasiliana. Anche i neri subiscono uno sradicamento quotidiano della loro identità, sopportando un’immagine che la cultura dominante impone loro senza il minimo rispetto, ricorrendo a immagini false e stereotipate. Nella miriade di “telenovelas” prodotte in un Paese dal coinvolgimento emotivo intenso, il povero è sempre nero, il ricco sempre bianco, il ladro spesso nero, la sua vittima sempre bianca, chi non ha cultura è nero, l’intellettuale è bianco. La popolazione di colore porta l’eredità pesante della schiavitù e deve sopportare pazientemente l’umiliazione del pregiudizio razziale, che in Brasile non è volgare e violento come in Sud Africa o negli Stati Uniti, ma sottile e raffinato.

L’indole dolce e disponibile del popolo brasiliano
L’indole dolce e disponibile del popolo brasiliano consente a tutti di parlare con tutti, però in un quadro economico­sociale e culturale che purtroppo resta sempre lo stesso. È come se al nero venisse garantito di non subire la presenza prepotente del padrone bianco, a patto che si rassegni e riconosca la sua inferiorità in un contesto di rapporti di forza dove per lui non c’è la minima speranza di emergere. Nella logica schiavista dell’aristocrazia locale il nero può e deve lavorare ma non rivendicare, può danzare ma non discutere, deve ringraziare per le concessioni che ogni giorno gli vengono elargite, ma non può uscire dal recinto che gli è stato riservato. Quella dei neri è una libertà per modo di dire, formalmente garantita e di fatto negata. La marginalità del nero occupa visivamente i quartieri più poveri e i luoghi di lavoro più umili e nega ogni speranza sul futuro.

Un grido trattenuto in gola da secoli
Uno dei peccati maggiori è tentare di sradicare la speranza dalla coscienza degli uomini, imporre l’annullamento psicologico, privare gli esseri umani della capacità di guardare avanti e di avere progetti, lanciare messaggi di intimidazione latente. Questo accade oggi in Brasile e questo accadrà sempre più se l’intelligenza di chi conosce questo Paese irripetibile non sarà capace di oltrepassare l’ostacolo delle impressioni superficiali e scontate. L’umanità delle donne e dei neri costituisce un grido trattenuto in gola da secoli e spezzato in continuazione quando è sul punto di esplodere. L’immensità di questa schiavitù silenziosa mi ha profondamente segnato e mi ha lasciato intendere a chiare lettere che uno dei valori più semplici della vita umana, l’uguaglianza, viene costantemente calpestato, apparendo come una luce fioca e lontanissima. Ciò che importa è che questa luce continui a brillare e che le voci profonde del mondo, quelle che non si sentono, possano un giorno mettere a tacere la prepotenza e diventare la voce di questo popolo.