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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Fabbriche in… pensione

di Moschini Osvaldo

Le immagini di questo numero di Madrugada

Della fotografia, per un caso fortuito, ho scoperto prima il processo di sviluppo e stampa in camera oscura e poi il click dell’otturatore: l’immagine che sbuca prima sul nero del negativo e si forma poi sul bianco cartoncino immerso nella bacinella.
Per un ragazzo, nei primi anni cinquanta, erano certamente emozioni.
Sono passati gli anni ed ecco arrivata l’età del pensionamento: la vita un tempo attiva al limite della frenesia sembra placarsi, c’è tempo per la riflessione, per ripensare il proprio vissuto, nasce la voglia di vedere le cose da altri punti di vista.
Nel frattempo, anche le tecnologie della fotografia hanno subito profonde modificazioni ma l’attrazione dello scatto, dell’istante fermato sul cartoncino bianco o sul monitor di un computer continuano ad esercitare il loro fascino. È stato così che, dopo aver trascorso un bel pezzo di esistenza all’interno di fabbriche in piena attività, microcosmi di vita pulsante e in continua evoluzione, ho cominciato a guardare con curiosità quel che di alcune di loro rimane e, armato di macchina fotografica, a cercarle per vedere da vicino che fine hanno fatto quando, quasi sempre dopo contrasti e dure lotte sindacali, terminato il ciclo produttivo, anche loro sono state messe a riposo per assumere il ruolo di “fabbriche dismesse”.
La loro storia era iniziata, quasi certamente, alla presenza di maestranze esultanti con tanto di taglio del nastro, discorsi di circostanza delle autorità civili e religiose e, magari, anche al suono della banda. La loro storia finisce in silenzio, senza clamori, spesso nella totale indifferenza generale; ora non sono altro che ruderi, spesso nascosti, ormai fuori mano su stradine polverose o ai bordi di vie di grande comunicazione: sembra che anche loro siano state pensionate; sono lì che ci osservano, con discrezione, ridimensionate o totalmente inattive, spesso aggredite dalla vegetazione che si riappropria degli spazi vitali che le erano stati sottratti tanto tempo fa: filo spinato, reticolati, inferriate, cartelli che vietano, il tutto a proteggere il diritto della proprietà privata di edifici spesso diroccati, con finestroni che occhieggiano su facciate annerite con i loro vetri infranti, cadenti… in attesa di una ristrutturazione o, forse più spesso, di una bella speculazione immobiliare.
Alcune di loro conservano ancora flebili segni di vita: qualche piccola attività artigianale nota solo agli abitanti del luogo, qualche metro di terra strappata alle erbacce invadenti per ricavarne un po’ di orto coltivato da vecchi pensionati, biancheria stesa ad asciugare al sole, qualche fiore domestico… Quando riesco a penetrare all’interno di quelli che un tempo erano luoghi ricolmi di rumorosi macchinari, persone, vite in relazione nel vortice delle attività produttive… resto interdetto: per il silenzio, per la fioca luce che penetra dai vetri sporchi o dalle tende parasole e per il senso di desolazione che tutto avvolge…
con lo sconforto che mi assale ecco venirmi in mente i versi e la musica di una canzone: «…come quei balconi/ con le tapparelle abbassate/ abbandonati/ dove la pioggia cade/ e la sabbia si posa/ si posa la polvere/ e che se avessero voce/ li sentiresti/ invocare gli uccelli/ se avessero mani li vedresti/ disegnarsi gerani e azalee…».
E così eccomi spesso alla ricerca di inquadrature, a tentare di aggirare ostacoli e poi… scatti,… tanti scatti (il digitale aiuta, forse); e infine, a casa, quella che dopo tutto per me è forse l’operazione più pesante ma anche la più affascinante: l’analisi dei risultati, decidere le inquadrature da buttar via, quali e come tagliare… un tempo la fioca luce della camera oscura, ora il monitor di un computer con il programma adatto.
Sono ancora a chiedermi il perché di questo fascino della fotografia: documentare situazioni? possibilità di avvicinare persone? svuotare la testa da pensieri e preoccupazioni? creare memorie? o più semplicemente la voglia di continuare a stupirmi per il miracolo? o forse tutte queste cose assieme? Mah!… in fondo, sento che non mi interessa proprio un bel niente andare alla ricerca del “perché”: mi accontento di “sentire” che fotografare mi piace… e molto! e che mi piacerebbe ancor di più l’essere capace di trasmettere agli altri, a tutti, il piacere intenso che io provo nel momento del click: ma forse questo è riservato solo ai grandi della fotografia ed è certamente troppo per il vecchio ragazzo che si stupiva per i “miracoli” della camera oscura.