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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

I deserti della post­modernità e le oasi del senso. Una interpretazione geografica della crisi ecclesiale

di Pase Andrea

Il modello territoriale
La modernità ha imposto un suo ordine materiale al mondo: un ordine fondato sullo Stato e sulla sua identità territoriale, ben individuata dai confini lineari. L’unicità della giurisdizione statale, unificando la molteplicità medievale, circoscrive la persona come suddito (solo in un secondo tempo e spesso, purtroppo, non ancora compiutamente come cittadino), incardinato nella sua residenza, contato nei censimenti, sorvegliato dall’apparato burocratico­poliziesco, conformato dal sistema scolastico. In cambio, lo Stato protegge, rassicura, soccorre.
La Chiesa tridentina con il suo sistema territoriale imperniato sulle parrocchie, che ritagliano esattamente il territorio, con le anagrafi, con le opere sociali ben risponde allo spirito della modernità. Il fedele sta alla Chiesa come il suddito allo Stato: registrato e catalogato nei libri parrocchiali, sorvegliato, conformato attraverso la «dottrina»… Ma anche aiutato e sostenuto, preso in considerazione dalle confraternite e dalle istituzioni della carità.

Crisi del modello statale…
Oggi l’ordine territoriale dello Stato moderno è in crisi. Sono fatti ben noti: la globalizzazione dei flussi economici, finanziari, culturali svuota di contenuto l’architettura territoriale dello Stato. I suoi confini fermano poco, vengono facilmente attraversati da merci, persone e soprattutto idee: le reti informatiche strutturano lo spazio culturale quasi ignorando le divisioni statali. Registriamo quindi una frattura nell’ordine consolidato, non sappiamo ancora dare un nome a quanto sta accadendo (post­modernità è solo un essere­dopo) ma percepiamo nettamente la rottura di continuità, il cambiamento ed anzi la velocità in accelerazione del cambiamento. Cosa verrà, quale nuovo ordine stia emergendo dalle pieghe della storia al momento ci è solo dato di intuire. Oggi ci rendiamo conto che la pluralità delle scelte possibili differenzia sempre più le persone, smentendo così radicalmente l’idea di uniformità dei cittadini tipica dello Stato moderno: è l’esplosione della soggettività come criterio di riferimento. Possiamo ancora leggere una tendenza di fondo che al procedere della globalizzazione e dell’omologazione dello spazio globale, che espone tutti alle correnti vorticose dell’economia e dell’informazione, porta all’emergere delle identità locali in risposta alla necessità di radicamento, come difesa della differenza ma anche come chiusura, localismo, riscoperta dell’etnia e dei «valori del sangue e della tradizione». Quello che era il compatto corpo dello Stato moderno rischia oggi di frammentarsi nelle molte identità locali.

… e parrocchiale
Ma se è in crisi l’ordine statuale vuol dire che anche la Chiesa, simile o meglio conformata nel modello organizzativo ad esso, si trova esposta a questa discontinuità. Non regge più la rete delle parrocchie, la costituzione territoriale della Chiesa: mancano i preti (i custodi di quest’ordine), emergono i movimenti che ignorano o (i più determinati ed espansivi) si appropriano delle parrocchie, una parte dei parrocchiani non è effettivamente «residente» ma è in transito o torna a casa solo per dormire… Vale forse la risposta di incentivare ancora i servizi offerti dalle parrocchie? L’accentuazione delle opere, l’attivismo spesso sregolato richiesto ai «più­fedeli» può forse accrescere la visibilità della Chiesa, ma non la sua capacità di rispondere all’appello che viene da questa transizione storica. Dividendo rozzamente e senza alcuna pretesa, mi pare possibile individuare due tipologie di «post­ moderni» (chiamiamoli così, in mancanza di meglio): gli «stanziali» e i nomadi.

Il deserto
Qui è opportuno introdurre una metafora di origine geografica, che può essere utile per interpretare la nostra realtà. Il deserto, le regioni desertiche, che ad un primo sguardo appaiono vuote e desolate, in realtà costituiscono un ambiente (un habitat, un’area in cui specie animali e vegetali «abitano»), aspro senz’altro, ovvero esposto a condizioni climatiche estreme e fortemente variabili, che ha però suoi equilibri e sue forme specifiche di adattamento e di vita. L’uomo si è reso capace di sfruttare i margini d’azione consentiti dal clima e dalle altre condizioni geografico­fisiche, ed ha elaborato forme culturali e territoriali in grado di assicurare la sopravvivenza e, in un certo senso, l’umanizzazione di tale ambiente. Semplificando grossolanamente per lo scopo che ci interessa (mi perdonino in questo i «competenti»), due forme territoriali si possono ritrovare: coloro che sfruttano condizioni relativamente favorevoli di alcuni luoghi (presenza d’acqua, in particolare) e le amplificano per reggere su di esse sistemi di coltivazioni e coloro che inseguono per spazi molto vasti minime opportunità favorevoli percorrendo itinerari nomadici che consentono l’allevamento. Ovviamente molte sono le possibilità che si generano da queste due modalità fondamentali, intersecate poi da altre attività quali commercio e caccia. Ma, per riprendere la nostra metafora, è possibile forse definire il mondo post­moderno come un deserto, certamente non perché scarso di opportunità di sostentamento, anzi ingombro di cose ed occasioni, ma perché arido di senso, vuoto di aperture spirituali, esposto a mutamenti culturali rapidi, estremi ed imprevedibili e all’instabilità dei riferimenti. Come ogni metafora anche questa ha grandi limiti, ma mi pare ben colga il senso di solitudine (paradossale in un mondo pieno di gente) che tanti se non tutti sentono e la sete tremenda di dare una prospettiva al nostro girare (nostro personale e del mondo). Due mi sembrano allora le forme di vita a cui siamo spinti in questo deserto: appunto l’essere «stanziali» o l’essere nomadi.

Gli «stanziali»
I primi sono coloro che cercano di resistere alle correnti della globalizzazione valorizzando e spesso inventando dal nulla radicamenti territoriali e genealogie familiari e sociali. Sono i «locali», che cercano di recuperare un significato alla loro vita stringendosi in una cerchia resa più piccola per consentire un’identificazione comunitaria o para­comunitaria. Si formano così piccole tribù. La riscoperta del luogo e dell’identità locale è un fenomeno diffuso in tutto il mondo occidentale (si pensi al recupero del folclore, alle varie rievocazioni storiche…) ma è particolarmente intenso nel Veneto, dove si coniuga con un sistema economico peculiarmente e felicemente territoriale (i distretti industriali), dove trova un terreno preparato nel policentrismo urbano, dove ha già una sua modalità di espressione consolidata (il dialetto), dove può rifarsi a genealogie e mitologie forti (Venezia, il Leone di S. Marco etc.). Questa predisposizione può assumere forme estreme nella «sindrome da colonne d’Ercole» che affligge, ad esempio e per esperienza personale, molta parte della popolazione delle valli pedemontane. Ma ha anche in sé elementi positivi, in quanto consente l’emersione di contesti comunitari, e inoltre potrà trovare consolidamento nell’estensione delle potenzialità comunicative e lavorative delle reti informatiche, che permetteranno l’inserimento nei circuiti culturali ed economici globali dalla «finestra informatica» di casa propria. La forma territoriale della Chiesa, la parrocchia, rispetto agli stanziali sembra poter svolgere ancora un ruolo, sembra ben proporzionata e tagliata su di loro (il campanile). Ma viene da chiedersi se non risponda semplicemente all’esigenza di servizi espressa dagli stanziali (tempo libero dei ragazzi, assistenza, compagnia per gli anziani, «servizi liturgici» soprattutto per battesimi ­ prime comunioni ­ cresime ­ matrimoni ­ funerali o per i momenti «magici» di Natale e Pasqua) ovvero se in realtà essa non venga utilizzata da questi senza divenire «lievito» per quel territorio. Quindi più che sulla forma è qui da interrogarsi sulla proposta che sostanzia la forma, sul contenuto più che sul contenitore. La forma «parrocchia» da questo punto di vista non è messa in dubbio, agli stanziali va bene, anzi la vorrebbero più presente nei diversi ambiti di servizio, vorrebbero il prete sempre a disposizione. La crisi deriva per un verso dalla carenza di senso di una presenza territoriale di questo tipo, adagiata di fatto sul contesto sociale, che diviene forma della normalità, spesso lontana dai più inquieti, dagli insofferenti alle consuetudini sociali, da chi cerca il cambiamento e si potrebbe dire la conversione. Per l’altro verso, il modello non regge nei fatti per la progressiva riduzione numerica degli attori protagonisti di questa presenza: i sacerdoti, che non hanno rincalzi a causa della cosiddetta «mancanza di vocazioni».

I «nomadi»
L’altra specie di «post­moderni» sono i nomadi, coloro che sono più esposti, soprattutto per motivi lavorativi ma anche per scelta, ai flussi della globalizzazione. Si pensi in questa direzione alla situazione statunitense, dove l’elevata mobilità territoriale assume forma materialmente visibile nelle «case mobili» trasportate da città a città. Nei nomadi contemporanei alla mobilità dei riferimenti si aggiunge quindi una accresciuta, più facile e più praticata, mobilità fisica: sia essa intesa come pendolarismo a largo raggio (aumento della distanza casa­lavoro) o come attitudine al cambiamento di residenza, ma anche semplicemente come ampliamento degli orizzonti di mobilità per lavoro o per turismo (viaggi d’affari o durante le vacanze). Tutte queste forme, pur ovviamente con intensità diversa, si riflettono in uno sradicamento territoriale, in uno scarso investimento rispetto alla realtà in cui ci si trova ad abitare. I «nomadi» pongono non pochi problemi alla struttura territoriale della Chiesa: difficilmente trovano corrispondenza con le iniziative parrocchiali, non sono mai presenti alle visite pastorali delle case… In breve sfuggono alla «rete» delle parrocchie. Ma questi nomadi sono spesso persone in ricerca, desiderose di proposte di senso: potrebbero essere un terreno fresco e fertile per la Parola. Una risposta parziale è effettivamente data dalle associazioni o dai movimenti, che replicano lo stesso stile e lo stesso linguaggio su territori molto vasti, per cui una persona può continuare un percorso iniziato con il gruppo AGESCI Vicenza 11 anche se si sposterà a Padova o a Bologna, dove un altro gruppo la potrà accogliere e potrà farla sentire «a casa». Ma associazioni e movimenti sono comunque per pochi e rischiano spesso di scivolare in forme più o meno accentuate di settarismo. Vi è a dire il vero una finestra di possibilità per la parrocchia anche nei confronti dei «nomadi»: l’arrivo dei figli tende a stabilizzare, a «sedentarizzare» le famiglie e comunque le spinge a cercare punti di riferimento per la crescita umana e religiosa dei bimbi. Qui la parrocchia può farsi avanti con le proposte di servizio prima discusse ed incontrare i bisogni anche dei «nomadi». Ma ancora una volta la proposta è esterna rispetto alla richiesta radicale di dare un significato al vivere.

Oltre l’ordinamento parrocchiale: tra coltivazione delle oasi e pastorale nomade
Un superamento della concezione territoriale moderna della Chiesa mi pare per tutti questi motivi essere un obiettivo prioritario al fine di poter interagire con i «post­moderni», siano essi stanziali o nomadi. Ma in che direzione muoversi se ancora non è emerso con chiarezza il nuovo ordinamento del mondo, se ancora non è chiara la domanda a cui dare una risposta? Forse è possibile tentare una primissima approssimazione attraverso la metafora prima descritta: il deserto.
Il deserto nostro è l’incertezza dei riferimenti, la molteplicità delle scelte possibili, la soggettività nell’affrontare e nell’interpretare il mondo e quindi la solitudine, la velocità del cambiamento, in breve l’instabilità. Dove e come ritrovare il senso (la direzione di marcia, il significato del cammino) in questo deserto, che le dune mobili delle trasformazioni rendono sempre diverso, mutevole, imprevedibile? L’instabilità non è forse il contrario di quella stabilitas sulla quale si basa tanta spiritualità dalla regola di S. Benedetto in poi? Come si può crescere interiormente quando si è già tanto speso in energie, tempo, risorse nell’affrontare la variabilità dell’ambiente esterno? Come può la Chiesa dire qualcosa agli stanziali come ai nomadi? A chi si insedia e a chi si muove, tutti cercando di non soccombere all’ambiente, di renderlo proprio, adatto ad una vita piena? Le oasi possono essere una prima indicazione per gli stanziali. Le oasi non sono, come può sembrare, luoghi baciati dalla fortuna in cui la natura tanto amorevolmente e gratuitamente concede agli uomini ciò che nega nel deserto: acqua, verde, ombra… Le oasi, partendo sì da alcune condizioni minime, sono il frutto dell’opera paziente ed ingegnosa di captazione delle acque, di irrigazione sapientemente regolata, di costumi sociali di cooperazione, di leggi nella spartizione dell’acqua, di trasmissione delle tecniche nel tempo, di memoria delle generazioni precedenti. Quanto può sembrare naturale tanto un’oasi è territorio costruito, pensato, dotato di senso dalle comunità umane. Non sono anonime, tutte uguali: ognuna ha i suoi sistemi, le sue conoscenze, il suo rapporto con l’ambiente intorno…

Parrocchia, comunità umana o replicante
La parrocchia moderna è un’altra cosa: è un’istituzione che vuole essere uguale ovunque essa si impianti, stesse forme e stessa vita, stessi tempi e stessi spazi. La distingue il nome di un santo, l’essere in un quartiere ricco o non abbiente, l’essere centrale o periferica. Ma è sempre la replica di un modello unico, una replica più o meno felicemente adattata alla situazione, ma senza un’identità sua, senza la sua unicità. Non vi è progetto comunitario, trasmissione del sapere, regolazione e dotazione di significato: la memoria, il progetto, il senso, l’ordine sta tutto nelle mani del sacerdote e i sacerdoti vengono spostati e replicano ogni volta il modello, con lo stile che gli è proprio. Ma dove sta l’autonomia, dove sta il senso di continuità di una storia comunitaria, dove sta la coscienza dell’unicità? Dove sta l’orgoglio e la responsabilità di una comunità che si sente custode di un giardino, di un brano unico e irripetibile di quel giardino che il Signore ha affidato nello spazio e nel tempo all’umanità?
La parrocchia secondo il modello territoriale moderno assomiglia piuttosto alla filiale di una catena di supermercati, alla sede di un distretto USL, all’ufficio decentrato di una grande macchina burocratica. Se questa rimane l’immagine della parrocchia non ci si può stupire che ad essa ci si rivolga per la richiesta di servizi. Ma i post­moderni stanziali cercano altro: cercano una comunità con cui spezzare la solitudine del deserto (sia essa singola o di coppia), cercano un giardino da coltivare, cercano un’identità per resistere all’anonimato dei grandi flussi della globalizzazione.

L’oasi, spazio umano flessibile
L’oasi si distingue dalla parrocchia moderna perché ospita una comunità cosciente di coltivare un luogo unico e decisa a farlo più bello, più corrispondente ad una vita umana piena, e, così facendo, anche a renderlo più saldo rispetto alle asprezze ambientali. Nell’oasi sarà ospitato di tanto in tanto il sacerdote, che farà parte di una piccola tribù di nomadi che si muove in un arcipelago di oasi, ma anch’essa dotata di una sua autonomia, di un suo cammino. Le oasi avranno i confini che si daranno le comunità che le costituiscono, ora più ora meno estese a seconda delle stagioni. La flessibilità aumenta la capacità di risposta alla variabilità dell’ambiente. Ma questa flessibilità esige un cambiamento radicale del modo di costruire territorialmente la Chiesa. Non si può più modernamente pensare alla copertura completa dell’estensione spaziale e alla sua suddivisione in parrocchie, quanto si dovrà post­modernamente orientarsi all’individuazione di una rete di luoghi comunitari, serviti da un altro luogo comunitario in cui vivano i sacerdoti. Con questo si perde ogni prospettiva totalizzante, di cristianità completamente dispiegata, e si accetta una condizione di minoranza, di minoranza tra le altre minoranze di un mondo plurale, ma una minoranza che coltiva il senso e per questo diviene luminosa, seppur per luce riflessa del Regno. Finché vi sarà l’ansia di continuare a mantenere un modello territoriale totale, perché «altrimenti là non ci siamo», tutte le energie migliori verranno spese in una battaglia di retroguardia. Bisogna accettare la sfida del tempo in cui viviamo e smobilitare (anche materialmente e giuridicamente, ad esempio affidando le proprietà alle comunità locali) un gigantesco apparato che ormai è un peso, un vincolo, per tentare vie nuove. Cosa poi significhi concretamente (nella formazione e responsabilizzazione completa dei laici nel governo delle oasi, nel ripensare la distribuzione e la forma di vita comunitaria dei sacerdoti e quindi anche la loro formazione, nel superare il trauma di non essere più omogenei…) è tutto da scoprire. Ma è certamente affascinante.

Nomadi in cerca d’acqua
Di una piccola tribù di nomadi abbiamo già parlato (i sacerdoti), ma vi sono anche gli altri nomadi, coloro che ancora non hanno o non hanno intenzione di avere un luogo in cui insediarsi. Sono le persone più esposte all’instabilitas, che non è solo quella dei riferimenti e delle trasformazioni, ma anche quella delle relazioni e dei luoghi. Certamente anche per essi le oasi potrebbero costituire preziosi punti d’acqua, potrebbero lusingarli a soste più lunghe, a relazioni più durature. Ma bisogna accettare l’idea che la post­modernità per molti significa abbracciare, almeno in alcune fasi della vita, questa condizione di mobilità fisica.
Anche ad essi si può forse offrire una proposta. È possibile pensare per queste persone ad una pastorale che recuperi la sua dimensione nomadica (d’altronde il pastore nell’antico Oriente, ma ancor oggi, è spesso nomade e segue il suo gregge). Qual è il nucleo essenziale della fede, il bagaglio minimo necessario che il nomade deve e riesce a portarsi nei suoi spostamenti? Quali attitudini, quali capacità di lettura del mondo e della Parola, quali fedeltà proporre? Il nomade ha la necessità di orientarsi spiritualmente, di avere una stella di riferimento interiore, e luoghi dove potersi di volta in volta appoggiare, oasi ombrose e non fredde agenzie di servizi. Anche sul piano liturgico bisogna pensare che ogni momento può essere il luogo di incontro con i nomadi, un momento in cui essi ricercano senso per il proprio andare. Non vi può essere allora abitudine o trascuratezza o distanza sacrale fra sacerdote e comunità. La luminosità della celebrazione di una comunità-oasi la renderà visibile nel deserto da lontano, per tutti coloro che cercano.

Questo testo è stato elaborato per un
incontro dell’Osservatorio della pastorale sociale
e del lavoro di Vicenza e mantiene il tono della comunicazione orale.