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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La luce dell’anima

di Massarotti Marino

Le immagini di questo numero di Madrugada

Di fronte ai dipinti di Licia Bertin l’osservatore viene coinvolto, più che dalla “impressione” che essi suscitano, da un’inevitabile “attrazione”: quella di capire quale sia il significato che sostiene la nitida rappresentazione di questo mondo reinventato.
Egli viene per così dire risucchiato nell’io profondo della pittrice, che appare carico di angosce inespresse e di speranze inattese.
Questa rappresentazione di realismo fantastico rientra, a mio giudizio, in quel filone del simbolismo nordico, sviluppatosi attorno ai primi anni dello scorso secolo, che si sforzò, con risultati a volte sorprendenti, di rendere naturale il sogno e di proporre una visione onirica del mondo, dell’uomo e della natura, mediata dalla presenza costante dell’autore e dalle problematiche del suo inconscio.
Come il simbolismo propone, Licia Bertin stende quindi una pittura per sognare, una pittura capace di rendere il silenzio e l’anima delle cose, accostandosi in questo a un altro filone intellettuale, nato anch’esso a cavallo del secolo scorso, che fu definito “pre-raffaellita”, per un ritorno a valori pittorici “prima di Raffaello”, come illustrazione di un mondo arcaico, che in Licia è molto evidente.
Questa natura, rivissuta come in un sogno, che pone al centro l’io della pittrice (noi siamo costretti a vedere lei che vede le cose!) non rispetta a volte le unità aristoteliche di spazio, di tempo e nemmeno di luogo, ma solo l’invenzione di un sogno che affiora per noi dalla sua mente (e molto spesso dal suo cuore).
È questa, dunque, un’arte dove, come fu appunto scritto per le correnti pittoriche che ho citato, «il conflitto tra pensiero e istinto, tra materia e spirito si placa in un segno pittorico immateriale», un segno che la tempera finissima condivide e favorisce, a volte steso come se «il pensiero sostituisse la materia».
Una conseguenza diretta di questo comportamento pittorico è la carica melanconica, triste e quasi crepuscolare, che molti dei dipinti lasciano trasparire: i colori freddi che invitano al silenzio, i frequenti notturni o il momento in cui il sole trapassa nella notte, le strutture architettoniche (di stile nordico) sbrecciate dal tempo, tronchi resi nudi di foglie, presenze umane prese al crepuscolo della vita o su un’alta roccia protesa sul nulla, che mostrano le spalle come se dovessero interpretare un rifiuto alla propria realtà.
Vi è anche, nella riproposizione di tempi lontani da noi (il guerriero, le armi, i castelli) un desiderio di considerare il passato come un rifugio dalle angosce moderne e di riproporre l’antico come antidoto all’attuale.
Ma ecco, all’improvviso, la pittrice ci fa capire che dentro di lei continua a esistere una carica di speranza che le permette di uscire dal sogno, invocato come sublimazione dei ricordi, e di entrare in una nuova dimensione vitale.
Di fronte a una figura drammatica (il dolore nel tempo moderno?) compare un fiore, simbolo di omaggio alla vita. Di fronte a una torre abbandonata si sente il canto di un pettirosso. In un cielo finalmente illuminato dal sole volano alti i deltaplani e la pittrice ci fa capire che anch’ella sta volando con loro.
Il bambino, che erompe da una terra ingrata e ostile, è portato in alto dalla forza trainante e magica di un piccolo aquilone.
Alcuni degli ultimi quadri divengono infine per così dire reali, uscendo, come prima accennavo, dalla dimensione del sogno.
www.liciabertin.com