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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La paura dell’Islam

di Matti Giacomo

Una concezione globale
Ma cosa vogliono questi musulmani? Algeria, Palestina, Egitto, Sudan sono insanguinati da guerre combattute sotto la verde bandiera e la mezza luna dell’Islam. La Francia laica è turbata da un centinaio di ragazze che in classe vogliono entrare a capo coperto, in ossequio al Corano, e da gruppi di origine maghrebina che appoggiano gli integralisti algerini. In Belgio l’Islam esce dal garage e dagli scantinati e occupa la piazza, pretende il riconoscimento delle scuole Islamiche, lo stesso trattamento delle altre scuole confessionali. In Italia, in nome della libertà di religione, chiede di costruire moschee, la poligamia e il ripudio della donna, l’appartenenza dei figli al padre, l’escisione delle ragazze, il permesso di interrompere il lavoro per recarsi alla moschea il venerdì pomeriggio.
Sono fatti che, in modi diversi, esprimono una concezione globale, totalitaria di società, in cui gli aspetti religiosi e politici, sociali e culturali, economici e ideologici si intrecciano in modo indissolubile. Una concezione che trova il suo modello nella società Islamica dei primi secoli, fondata sul Corano, sulla sunna (tradizione) e sulla shari’a (legge Islamica), fissata e fossilizzata nel II secolo dell’Islam. Eppure, nel perseguimento di questa società totalitaria si distinguono due correnti, l’una riformista pacifica, l’altra violenta che legittima la lotta armata e il terrorismo. é il caso della rivoluzione iraniana del 1979, è il caso dell’Algeria oggi.
In Algeria l’integralismo è proletario, si rivolge ai diseredati, alle masse deluse da un modello occidentale di sviluppo perseguito fino alla fine degli anni ’80. La chiamata alla riscossa diventa missione che coinvolge fino al “martirio” e, nel tentativo di liberarsi di quanto e di quanti rappresentano l’occidente, non esita a uccidere, a provocare stragi.
Le cause di questa situazione, in Algeria, sono molteplici e non sempre c’entra l’Islam, almeno direttamente.

Integralisti e ricerca di identità
L’integralismo si propone come risposta sociale alle delusioni seguite alle promesse del “Fronte di liberazione nazionale”, alla popolazione stanca di sacrifici. Si presenta come ultimo ricorso dei diseredati, inquadrando la gente dei quartieri popolari, organizzando servizi sociali, nell’assenza e nella corruzione dello Stato.
Alla questione dell’identità, scoppiata con la decolonizzazione, il fondamentalismo Islamico propone la lingua araba al posto del francese, i valori dell’arabità invece di quelli occidentali, anzi si fa garante, promotore di ricerca identitaria soprattutto tra i giovani disoccupati. Ricerca che non può che assumere una valenza culturale perché si contrappone alla modernità dell’occidente, intesa come fenomeno esogeno, come un’aggressione esterna. Basti pensare ai programmi della RAI e di Antenne 2, che riversano nelle famiglie indifese sesso, corruzione e violenza, producendo uno shock terribile nelle popolazioni contadine prive di schemi mentali interpretativi.
Sfruttando queste situazioni e questi mezzi, gli integralisti algerini perseguono un fine politico, la conquista del potere, l’imposizione di una società teocratica, arcaica. In questa azione l’integralismo grida, uccide, occupa le prime pagine dei giornali. “In questo enorme rumore dell’integralismo, in quest’Islam dei decibel, diventato l’Islam della mitragliatrice, è difficile identificare una vera ricerca religiosa”, dice il prof. Renoud. Il “Fronte Islamico di salvezza” (FIS), usurpato della vittoria elettorale da un golpe sui generis, oggi non solo ha perso la carta che lo poteva legittimare in patria e all’estero ma, con i suoi gruppi armati, il “Gruppo Islamico armato” (GIA) e il “Movimento armato” (MIA) scredita l’Islam. Dall’inizio del 1992, nella guerra che oppone il FIS al governo sono cadute 5.000 vittime. Di queste il 50% sono civili, uomini di cultura, 21 giornalisti, artisti, tecnici stranieri, missionari. Le donne (50% delle vittime civili) che rifiutano con il chador l’imposizione di uno stato teocratico medievale e la sottomissione a uno stato di perpetua minorità costituiscono un bersaglio particolare. In questa guerra, in cui lo Stato usa la violenza e l’illegalità come il FIS, sono state distrutte oltre 500 scuole e altre strutture pubbliche. Messaudi Khalida, una femminista, e la schiera di musulmani pacifici, che non trovano contraddizione tra fede in Allah e progresso, tra l’umma (comunità Islamica) e lo sviluppo dei rapporti con altri popoli, rifiutano l’Islam dei barbuti, un Islam riduttivo, piegato e usato a scopi politici.

Il pretesto religioso
L’uomo forte di Khartoum, il generale El Beschir, non dà tregua né ai cristiani né ai seguaci della religione tradizionale africana del Sudan meridionale. Il conflitto più lungo d’Africa, iniziato nel 1956 seppur con la parentesi 1972-1973, ha radici storiche (la potenza coloniale ha tracciato e imposto frontiere, obbligando realtà umane diverse a convivere dentro un solo Stato), etnico-culturali (la popolazione del nord ha origini anche arabe, comunque è di cultura araba, la popolazione del sud è africana e con specifiche culture), religiose (nord musulmano, sud cristiano o di religione tradizionale africana). Motivi che hanno un loro peso, ma insufficienti a giustificare una delle guerre più crudeli del pianeta che provoca esodi di massa, fame, schiavi, massacri. Più che imporre l’Islam e la schari’a la giunta al potere vuole appropriarsi delle terre e del petrolio, dell’uranio del Sudan, vuole sottomettere e attraversare il sud ribelle per sfociare nel Corno d’Africa, nell’Africa centrale.
Oggi il Sudan, braccio destro dell’Iran, accoglie e addestra terroristi, esporta violenza in Egitto, nei paesi del Maghreb, cerca di penetrare in Eritrea e in Etiopia. Né Hassan El Tourabi, massimo teorico dell’Islam integralista sudanese, né il generale El Beschir e la sua giunta conoscono il Misericordioso del Corano. Il loro è un Allah della carneficina, assetato di potere, trascinato in guerra suo malgrado e non invocato a reggere una società ordinata e rispettosa dei suoi figli e dei suoi precetti.

Ma questo non è Islam
Non è per l’Islam che Hamas combatte il musulmano Arafat e Israele e neppure la pace appena sbarcata in Palestina, ancora in quarantena. Se gli integralisti palestinesi combattono per l’acqua e la terra lo dicano e lascino stare l’Islam. Se vogliono distruggere Israele, spina fastidiosa e umiliante della politica occidentale nel mondo arabo, lascino stare Allah e il suo profeta, non coinvolgano nelle loro beghe il padre comune Abramo.
Il musulmano sudanese Taha, impiccato da El Nimeiri, gli imam delle moschee d’Algeria assassinati dagli integralisti, sono caduti perché hanno rifiutato un Islam politico, un Islam duro come un grido di battaglia, un Islam che invece di essere sottomesso vuole sottomettere. Il gran muftì d’Egitto, il “Centro culturale Islamico” di Parigi, sufi di pace algerini, tunisini, marocchini vogliono sottrarre i fedeli di Allah alla guerra, lo dicono e lo propongono ogni giorno a mani nude, rischiando la vita.
Se abbiamo paura della guerra e del terrorismo diciamolo, protestiamo contro i politici e i mercanti di armi nostrani che lo armano, ma non mescoliamoci l’Islam. Non c’entra, come non c’entrava il messaggio di Gesù con le crociate.

Laicità
La situazione è diversa in Francia che difende la sua laicità, principio posto a garanzia della libertà di religione di tutti i cittadini, nel rispetto delle leggi dello Stato. Il foulard delle ragazze musulmane di Francia può essere un riferimento all’Islam, espressione di identità culturale, ma anche di rivendicazione contro uno Stato che dichiara di accettare solo “un Islam francese”, contro uno Stato che, nelle periferie di cemento, ha abbandonato cittadini di origine maghrebina alla disoccupazione e alla miseria. In Francia, l’Islam è diventato una bandiera che aggrega i diseredati. La risposta capace di far ammainare la bandiera è anzitutto di ordine sociale, corretta e armoniosa con la legislazione e la concezione della società e dello Stato.
In Italia si assiste a Il ritorno dell’Islam (Stefano Allievi e Felice Dassetto, E.L., Roma 1993). Ma, più che paura, incute fastidio. Negli anni ’80 l’Islam italiano ha tessuto una ragnatela di piccole moschee nei garages, nei seminterrati, in appartamenti. Un modo semplice per cercare solidarietà, appoggio nella fede condivisa da uomini di origini e culture diverse. L’anno scorso la grande moschea di Roma ha aperto i suoi battenti. Qualcuno vi ha letto una sfida dell’Islam al cristianesimo. Altri hanno pensato che gli immigrati musulmani fossero l’avanguardia dell’esercito della conquista. Mi pare difficile che nel regno delle chiese e delle sette qualcuno abbia paura di un Dio che si chiama Allah.
Più intrigante la situazione del coniuge cristiano, in genere della donna, di un musulmano. Il marito musulmano, secondo la sua religione, può sposare più donne, ripudiarle e ha diritto di tenersi i figli. Sono pericoli veri e incutono timore. In questo caso, l’applicazione del principio della libertà di religione deve coniugarsi con i diritti degli altri sanciti dalla legislazione. Lo stesso vale per i genitori musulmani che chiedono l’escisione delle figlie. Il minore va protetto da qualsiasi mutilazione. La legge prescrive, la legge fa osservare.
Ma, uomo avvisato è mezzo salvato. Informarsi, conoscere e conoscersi, può servire ad attenuare questi pericoli, purtroppo più frequenti di quanto si creda.

Dal fastidio alla mediazione
Dà fastidio la “pretesa” – così definita da taluni – di interrompere il lavoro il venerdì pomeriggio per pregare. Se è vero che chi viene a lavorare in uno Stato laico ne accetta, consciamente o meno, l’organizzazione, è altrettanto vero che è possibile trovare delle soluzioni. I rapporti umani tra lavoratori e datori di lavoro, la mediazione sindacale, possono trovare delle soluzioni che preparino delle leggi. Credo che invece di concludere con “o, o” si debba giungere a dire “e, e”.
Rispettare l’esigenza spirituale della preghiera, rispettare le regole della religione, quando non creano danni e disagi agli altri è preparare la pace sociale e l’intesa. Lo stesso vale per i cibi vietati dall’Islam. C’è chi osserva diete particolari per motivi estetici, per motivi ecologici, perché bisognerebbe ostacolare chi pratica diete per motivi religiosi?
Varie comunità Islamiche, in Italia, hanno ottenuto la garanzia che nelle mense comuni è possibile trovare cibi conformi alla religione musulmana e nelle macellerie carne macellata secondo i dettami del Corano.
Sorgono problemi quando musulmani macellano direttamente animali. A chi vanta motivi religiosi si oppongono motivi di igiene comunitaria e degli animalisti. Ma anche in questo caso invece di arrivare all'”o, o” credo sia possibile giungere all'”e, e”.
Sono precetti o consuetudini? Quanto è espressione di fede e quanto di folklore? Qui, più che le leggi valga il dialogo, il frequentarsi, lo sviluppare il rispetto dell’altro.
L’Islam è certo una religione di sottomissione, contenuta nel Corano, espressione di una concezione totalitaria di società, ma è affidata a persone che crescono, che viaggiano, che salutano e stringono la mano e che, soprattutto, vogliono vivere in pace.

Giacomo Matti, Direttore rivista Africa e Mediterraneo