logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le speranze, come i fiori, si coltivano. Le immagini di questo numero di Madrugada

di Ortensio Antonello

Le foto rappresentate in questo numero di Madrugada rimandano alla festa nazionale di Macondo che si è tenuta a Spin di Romano d’Ezzelino (VI) il 26 maggio 1996. Come di consueto dovrei descrivere brevemente il tema scelto: “la festa”, cercando di dare il nome giusto all’argomento, di far toccar terra alla parola scelta con l’obiettivo, di riscoprire la storia in modo da trarne significati nuovi, inespressi, attuali. Devo ammettere, però, che per quanto l’argomento sia di per sé semplice, non sono riuscito a trovare parole per descriverlo, perché penso che al di là di una interpretazione storica e sociale, ciascuno può rompere, interpretare “la festa” secondo la sua esperienza, il suo sentimento in un continuo gioco tra parole e fatti. Ho scelto quindi di lasciare perdere e mi è venuta l’idea di accompagnare le foto con dei testi scritti, tratti dal Cantico dei Cantici, considerando la linea della poesia come l’espressione più alta. Un noto rabbino ha scritto: «Il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico fu donato ad Israele». Dismisura di un elogio che vuol darci la misura del dono. Credo che non ci siano parole più grandi per descrivere la festa di Macondo “dono che richiama altri doni”. Auguro a tutti di poter leggere il Cantico dei Cantici in modo da scoprirne la bellezza; la bellezza della gratuità del dono.

O abitatrice di chiari orti, ascolta:
gli amici sono intenti alla tua voce,
che io l’oda! che io l’oda!

Che io veda il tuo viso,
che io oda la tua voce:
è dolce la tua voce!

Le grandi acque non smorzano l’amore
ne i fiumi lo sommergono,
e tutte le ricchezze della casa
non valgono l’amore

Presso la nostra porta c’è ogni frutto squisito,
quelli dell’anno e quelli stagionati, messi da parte per te.

Che cos’è che sale dal deserto tra colonne di fumo,
tra fragranze di mirra, incenso e aloe, e d’altri odori, incognito, indistinto?

Mi han trovato le guardie che perlustrano la città
mi hanno percosso, mi hanno ferito, mi han tolto il mantello
le guardie delle mura

Mentre il re pasce il gregge alla campagna,
il mio nardo ha cacciato il suo profumo, e il recinto ne è pieno

Destati austro! Lévati aquilone!
Soffiate sul mio orto, svegliandone i profumi
e il mio diletto entri nel mio orto e ne colga i frutti

Ora parla il mio diletto e mi dice: «Alzati e vieni, perché ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata,
i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato
e le viti fiorite spandono la loro fragranza »

Il re s’è fatto un trono con i cedri del Libano;
ha colonne d’argento e il soffitto d’oro
il sedile è di porpora e tutto è ricamato con amore
dalle donne di Sion

Anima della mia Anima, mostrami dove pascoli e riposi,
perch’io non vada errando in qua e in là
dietro a dei greggi che non sono i tuoi

Sposa, sorella mia, eccomi nel mio orto:
a coglier la mia mirra e il mio balsamo,
a gustare il mio favo e il mio miele, abere il mio latte e il mio vino.
Bevetene! gustatene anche voi amici! Inebriatevi!