logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

L’ospedale delle bambole

di Bresolin Alessandro

Le immagini di questo numero di Madrugada

Inoltrandosi nel cuore antico di Napoli, il Decumano inferiore (detto popolarmente Spaccanapoli, perché sembra spaccare Napoli in due parti uguali), corrisponde alle attuali via Benedetto Croce e via S. Biagio dei Librai. Oltre Piazzetta Nilo, con la sua statua d’epoca ellenica, che simboleggia l’abbondanza, e l’edicola votiva con il cappello di Maradona, la via si stringe ulteriormente in un budello popoloso. Qui l’origine greca della città si fonde all’architettura nobiliare, che evoca il vicereame spagnolo.
Il carattere del luogo è segnato da una commistione tra il fasto dei palazzi barocchi e del rinascimento napoletano e la signora che tiene le galline per strada su una gabbia fatta con una scatola di cartone. Miseria e nobiltà, palazzi patrizi abitati da plebei, un quartiere tumultuoso ricco di contrasti in cui, parafrasando Giuseppe Rassello, l’umanesimo o diventa umanità o muore. Tra vicoli a incastro s’incrocia la cittadella conventuale di San Gregorio Armeno, che sorge su una delle strade del centro storico più conosciute, con il suo mercato di pastori e di arte presepiale. Proseguendo verso Forcella, ci si lascia progressivamente alle spalle i luoghi dei circuiti turistici. Le botteghe artigiane si alternano a gioiellerie, argenterie e bomboniere, fruttivendoli, negozi di cornici, e articoli per la casa tutto a un euro.
Nel mezzo di questo brulicare, a San Biagio dei Librai 81, all’angolo con vicolo Paparelle, spicca una piccola insegna metallica rettangolare, con scritta rossa su fondo bianco, e una croce medica disegnata a lato indica “Ospedale delle bambole”.
«L’insegna è nata dai bambini stessi che quando arrivavano qui, vedendo tutte queste teste, braccia, mani e gambe, veniva loro spontaneo chiamarlo ospedale delle bambole. Poi il nonno ebbe l’idea di mettere fuori la scritta». Luigi Grassi è un vecchio napoletano senza età che a vederlo di profilo sembra figlio di Pulcinella. In realtà è un chirurgo stimato e riconosciuto, che fa questo mestiere come i suoi avi da quattro generazioni. L’ospedale è in attività dal 1800, e Luigi ha avuto come maestro d’arte il padre Michele, il nonno Luigi, il bisnonno Michele e così via di Luigi in Michele. Un luogo con oltre duecento anni di storia non è una semplice bottega artigiana ma diventa qualcosa di diverso, che esiste a prescindere, grazie al ruolo che svolge.

Il mestiere del dottore
All’interno dell’ospedale regna un disordine apparente. Una stampa ottocentesca ritrae un dottore seduto, di fronte a lui una bambina gli porge una bambola che visita con uno stetoscopio. Ogni spazio è saturo di occhi che ti fissano immobili dalle mensole, dai muri, dal pavimento. Sedimentati in due secoli di operazioni, teste, mani, braccia, un santo di fianco a un satiro, un Pulcinella che regge l’incensiere, il guardaroba delle bambole, pastori del presepe, maschere.
Diversi Pinocchi spuntano dalle mensole con i loro lunghi nasi. Sul tavolo da lavoro, un cuore infilzato da sette spade: è la Madonna addolorata. Altre immagini religiose sono sparse tra le bambole, perché anche i santi si ammalano e hanno bisogno di cure. Ci sono vecchi manichini di legno da esporre nelle vetrine, manichini di plastica, pastori del presepe. Articoli di nessun conto mischiati a rarità di estrema bellezza, il bello e il macabro, l’ilare e il lugubre, Napoli si spiega qui.
Depositario di un’arte sopravvissuta alla modernità, Luigi ha un sorriso profondo, e «il segreto è che questo mestiere mi piace, il gusto viaggia col cervello e la passione fa l’arte. E poi mi piace la gente che viene qua». È un artigiano puro, che ama l’anonimato, ma è completo e fa maschere, restauri, costumi, sculture in legno, plastica, gomma.
«L’artigiano non è spudorato ed egocentrico come l’artista, ma a volte viene riconosciuto, come nel settecento, quando gli artigiani ebbero il permesso di portare lo spadino come gli accademisti. E, se vogliamo analizzare, è così. Mio nonno oltre a essere dottore delle bambole era scenografo al teatro San Carlo, e mio padre faceva i carri per la festa di Piedigrotta… manualità che stanno scomparendo», dice mostrando con orgoglio una pregiata culla di ottone del settecento napoletano. Ci sono nati dentro lui, i suoi avi e gran parte della sua famiglia.
Operare le bambole implica maestria nel ritagliare, cucire, sagomare, ricomporre, dipingere e verniciare. Luigi mostra l’anima di un pastore, che sta plasmando con lo stesso procedimento delle bambole. Fil di ferro e stoppa, che va modellata con le mani con la colla per farla diventare come se fosse di creta. Sembra creta ma non lo è, è stoppa, col vantaggio che si può muovere senza spaccarsi. La stoppa viene fermata con lo spago, non si sfalda, all’anima poi si applicano le mani ecc.

Poesia degli errori di grammatica
La bambola nell’immaginario infantile è viva, o quantomeno è la cosa che più si avvicina al vivente, «e questi oggetti, animati dalla fantasia dei bambini, quando si ammalavano venivano a guarire qui. Un tempo le bambole erano fatte di pezzi tenuti insieme con spaghi interni, e quando si rompevano andavano riparate, mai gettate. Bambole di ogni estrazione sociale: di porcellana, di gesso o cartapesta. A seconda della gravità, a volte i pezzi venivano sostituiti anche in dieci secondi, e tutte ne uscivano sane».
Le bambine si trastullavano con le bambole per prepararsi, attraverso il gioco, ad adempiere ai propri doveri di madre di famiglia: la bambola era la loro prima scuola. La separazione dalla bambola, portata all’“ospedale” per essere riparata dopo un brutto incidente, era vissuta come un trauma. Questa esperienza indicava un evento di crescita e presa di coscienza, di cambiamento e apertura verso una vita di relazioni con persone reali.
Una signora si ferma davanti alla vetrina, è emozionata. «Buongiorno, scusatemi posso salutare il mio amico dottore? Come sta? E le figlie? E le bambole? Ho portato la mia famiglia, voglio presentarle il dottore più famoso d’Italia». Il rapporto che s’instaura con i clienti è diverso rispetto a quello di un normale negozio, e ancor oggi, a San Biagio dei Librai 81, giungono lettere dall’Italia e dall’estero di gente che ricorda quando da piccoli portavano la bambola ad aggiustare. «Mi raccomando, caro dottore, faccia subito!». Al dottore scrivono grandi e piccini, dalla bambina che sollecita alla madre che si raccomanda, perché la bambola in questione è sì della figlia, ma in realtà tanto tempo prima era sua… Piccole lettere ingenue, autentiche e schiette in cui «anche gli errori di grammatica hanno una loro poesia, a volte le rileggo con mia figlia e ancora mi commuovono. La bambina, portando una bambola, non si rendeva neanche conto dell’esperienza in ospedale, però poi da grande, rivedendo quella bambola, si ricordava dell’infanzia e le riportava tanti ricordi belli. Per i ragazzi di oggi un giocattolo, quando si rompe, si butta e se ne prende un altro. Così invece quel ricordo rimane dentro per tutta la vita. Proprio questo dicono queste lettere: io ricordo».
Luigi tiene in mano una scatoletta, la apre, e mostra un mazzetto di asticine metalliche con degli occhi di vetro colorato alle due estremità. Stringe in mano quei fili di ferro arrugginiti, li rimira con passione, gli piace osservare le diverse colorature del vetro. «Questi occhi non si fanno più da almeno cinquant’anni». All’epoca le bambole simboleggiavano la speranza nella miseria, «ma era un altro modo di pensare, di vivere. Ora non è più così, è cambiato il rapporto con i giocattoli. Bambini moderni ne vengono, accompagnati dai genitori o dai nonni, che ci tengono particolarmente». Contro i giocattoli moderni Luigi non ha nulla, anzi «gli occhi che fanno oggi sono più belli, ma meno interessanti».


Diego Barsuglia nasce a Pisa nel 1978. Studia musica fino al 2002 per intraprendere poi gli studi presso la facoltà di lettere e filosofia.
Nel 2003 rispolvera una vecchia macchina fotografica della madre e inizia un’avventura inaspettata nella quale si getta a tempo pieno. Inizia come fotografo commerciale e assistente di studio. Nel 2006 realizza il suo primo reportage “Le Cattedrali del Marmo” e trova i primi contatti con le agenzie. Successivamente lavora in Tunisia, a Napoli e in Sicilia.
Viene attualmente rappresentato dall’agenzia Iberrpress.