Sui cammini della speranza

“Caminando se hace camino” [C.Vallejo]:
camminando si fa, si costruisce il cammino… e allora
camminiamo per queste strade del mondo,
per arrivare al cuore…

Quando si parla del Perù, l’immaginazione e il pensiero si perdono accompagnando il volo del condor delle Ande e, per chi ha studiato la geografia elementare, ci si sente attratti dal fascino delle bellezze archeologiche rappresentate dall’eterna città dell’Inca (il Machu Picchu, che tradotto dal quechua significa “l’ombelico del mondo”).
Proprio per evitare che la presentazione del mondo andino non si libri nel cielo di una antropologia estetizzante o folklorica, è necessario affondare bene i piedi e gli occhi nella situazione di miseria in cui oggi questo paese si dibatte. Una miseria di cui i cinque secoli di presenza “cristiana” sono stati l’elemento aggravante, se non radicalmente determinante.
Le ferite più vistose di questa spoliazione sono oggi la fame, l’insufficienza abitativa, la malattia. Sarebbe interessante entrare e chiarire ciascuna di queste ferite che causano una miseria istituzionalizzata e calcolata. Mi limiterò ad accennare semplicemente ai tre problemi:
§ la fame cronica, che ha da sempre posseduto i corpi e abitato i sogni degli indios, si manifesta come l’effetto evidente dello squilibrio distributivo delle ricchezze, creando così sempre più disuguaglianza e povertà assoluta;
§ la precarietà delle costruzioni, il loro ammassamento, l’indice di affollamento, la carenza di igiene… costituiscono la violazione del diritto ad una casa vivibili e che, nel loro insieme, colpiscono più scopertamente e più intensamente l’occhio del visitatore;
§ infine, malattia e morte sono compagni abituali di viaggio del popolo peruviano, ostacoli reali alla sopravvivenza del popolo degli impoveriti.

Perù sotterraneo
Il Perù “sotterraneo” è formato dal corpo dei poveri, che è come la terra straziata, come “dorso su cui hanno arato gli aratori / hanno fatto lunghi solchi” (Salmo 129,3).
Ma allo stesso tempo si presenta come terra aperta al calore della speranza, solco in cui spunta il “grano piccolo e fecondo / che è carne del Cristo vivente” (da un canto religioso); il grano è lo stelo sottile della solidarietà, nelle sue radici antiche e nella sua linfa nuova.
Questa solidarietà viene da lontano, ma è interessante vederla all’opera oggi, come rete di autodifesa popolare contro la fame e la malattia, come impulso alla costruzione di centri abitativi che s’avvicinano alla figura e alla dignità dell’umano.
Questo principio della solidarietà si introduce in un progetto politico che propone la prassi di un umanesimo materialista; e la “materia” umana sarebbe l’ultima istanza che determina tutto il resto e in opposizione all’economicismo materialista. L’umanesimo materialista, trasformato e arricchito dalla luce e dalla prassi cristiana autentica, rifiuta l’accumulazione del capitale come motore della storia e fa della soddisfazione universale delle necessità primarie il principio dello sviluppo e la spia della solidarietà condivisa.
Questo sarebbe il fondamento di una umanizzazione che mira all’utopia di una terra nuova, dove tutti possano accedere con dignità e allegria a ciò che è stato preparato da tempo e che altri, con una conquista armata che oggi continua, hanno chiamato “mio”.
Così questo popolo cammina sui sentieri di una speranza concreta realizzata nella condivisione del pane (concretizzata con i comedores populares, refettori popolari), nella costruzione della “città” e nell’autogestione della salute.
Sono piccoli passi di speranza che il popolo ha fatto, nonostante l’indifferenza dei politicanti e lo stupore di coloro che non credono nella forza storica dei poveri. Questa speranza, che nasce dall’azione popolare e comunitaria, è dotata di una forte capacità di resistenza e di opzione per la vita concreta. Oggi, per essere fedeli prolungatori-dialoganti, dobbiamo seguire questi passi per evitare di perdere la storia e la speranza.