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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Vecchi e nuovi muri nella tormentata terra del vicino Oriente

di Comitato di Redazione

Le immagini di questo numero di Madrugada

Le foto di Paolo Arsie Pelanda, scattate con occhio quasi iniziatico, in Israele e Palestina, hanno colto il tormento e la solitudine dei popoli in guerra ma anche il fascino eterno del deserto, la travolgente forza del suo silenzio e quella strana malia incarnata nella desolazione e nelle arsure. Ha saputo cogliere l’emozionante magia, guardiana del sacro (il sacro contiene in sé inferno e paradiso), che solo il Grande Sigillo sa emanare.
Le immagini paiono trascendere il proprio tormentato habitat, proiettandosi in un mondo atemporale: ne è conferma la foto che ritrae la donna palestinese. La maestria e la fulminea, creativa intuizione dell’artista fissa la preziosità di quell’attimo nel quale la donna rivela tutta l’intensità del desiderio e della seduzione: occhi e sorriso si proiettano oltre il suo tormentato mondo, oppresso dal grande disagio della guerra, della povertà, della solitudine, incitando, senza velo alcuno, all’eterno, vitale gioco della seduzione, fertile campo dove viene attratta e seminata, non la morte né i suoi simboli dipinti persino sui muri, o in agguato in un mazzo di fiori, ma la forza esaltante del vivere. Poche altre forme sanno raccontare, come sa farlo la pregnanza dello sguardo seduttivo di questa donna, che guerre e muri separano, ma non uccidono il germe della vita.
Paolo Arsie Pelanda ha immortalato la difficile arte del vivere dell’uomo, che si perde in fatui giochi cinesi, tra guerre e odi ancestrali.
È stupenda la foto che ritrae, abbandonato nel mezzo del grande sagrato, quasi totalmente vuoto, del muro del pianto-preghiera di Israele, quello che pare un banale cappello di paglia. L’immagine, però, dice che non è affatto un banale cappello.
È un cappello solo, con un vuoto che nemmeno l’ombra colma. Questa immagine inchioda e fa meditare; sottolinea la sensibilità quasi spiritualizzante del fotografo, che riflette il suo stupore e si chiede dove sia finito l’uomo che portava quel cappello.
Significativa la foto dei fanciulli che camminano sorridenti, come ventata d’aria fresca tra le arsure; ci piace pensare che si stiano incamminando verso un futuro nel quale saranno un ricordo kamikaze, muri e lunghe scale bianche aggrappate all’alto muro grigio che separa dalla paura dei terroristi.
La capacità artistica di Paolo si esprime con pienezza nel cogliere la potenza del deserto, la severa forza delle montagne spogliate da un’eterna invasione di sole e spaccate in gole profonde. Simbolico il ciuffo d’erba: la vita che nasce e vive a dispetto di ogni arsura e desolazione; la foto che ritrae arrampicato sull’arsa montagna del deserto di Giuda, in Israele, uno strano, preistorico animale. La mistericità dell’immagine ci lascia senza fiato. Un grande rospo che faticosamente sale verso la vetta e pare trasformarsi o evolversi in pianta. La stessa pianta si fa coda di scorpione che sacrifica il mortale aculeo, piegandolo all’interno di sé. Più che mai, invece, proietta all’esterno due mortali aculei, occultati tra fiacchi, frastagliati, rami, ancora abbandonati nell’attesa del completarsi della metamorfosi.
Questa foto ci ricaccia indietro, precipitandoci dentro a quel tempo dove la storia non era ancora nata, raccontandoci che l’Uomo sta ancora salendo l’arduo, difficile cammino della sua effettiva evoluzione.

Gina Zanon Laureata all’estero, svolge attività giornalistica come direttore responsabile di una emittente radiofonica, nella quale conduce rubriche culturali.
Ha pubblicato “Dolore Bianco” (1980), “Dedicato a un amore” (1983), “O per mai o per sempre” (1988), “Ieri di quel giorno” (1995), “Infelicemente felice” (2002) e “La notte del pavone” (2003).
Nata a Rossano Veneto, vive attualmente a Rosà (Vi).