Anche se i muri sono alti, il cielo è ancora più alto

di Stoppiglia Giuseppe

Una nuova empatia abbatte i cancelli dell’indifferenza

«Quando hai una cosa,
questa può esserti tolta.
Quando tu la dai, l’hai data.
Nessun ladro te la può rubare.
E allora è tua per sempre».
James Joyce

«Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi
di confessare di aver avuto torto,
equivale a dire che oggi è più saggio di ieri».
Jonathan Swift

La cassetta dell’elemosina

Ogni giorno la vedo rannicchiata nell’ultimo banco della chiesa, accanto alla cassetta delle elemosine. Non cambia mai posto. Che ci sia la chiesa affollata o sia sola nella penombra, tiene sempre lo sguardo puntato sullo spacco ormai ingrandito della cassetta.

Tutti sappiamo che è una ladra e ne abbiamo le prove. Qualcuno l’ha colta in flagrante. Finge sempre di sonnecchiare, in quei momenti. Se viene rimproverata o minacciata, non sembra accorgersi delle nostre parole, i suoi occhi acquosi e sfuggenti ci guardano brevemente, quasi con pigrizia. Si difende con brontolii incomprensibili.

Sta lunghissime ore al medesimo posto, senza fretta, spiando, con pazienza esasperante, il momento di restare sola. Allora introduce di colpo non so che tipo di ferro uncinato ed escono le monete in pochi secondi.

Veste un abito verdognolo, consunto agli orli e ai gomiti. Tiene sulle spalle una giacca a quadri che non infila mai. Credo non abbia cambiato neppure ora, d’inverno, le scarpe di panno ruggine, da cui escono le calze rattoppate. Tutta la figura è miserabile e malconcia. Nemmeno l’agitazione del furto riesce a renderla snella. Solo la faccia è vivente, sotto i capelli bianchicci e color pepe, tirati sulla nuca piccola.

Più volte sono stato a guardarla da dietro i vetri della finestra, petulante ed esigente con le persone. Protesta e inveisce con una voce dura e grossa, quasi da uomo, con chi la rimprovera o le dà qualche consiglio.

Nessuno sa dove dorma. La sua giornata la passa in chiesa, quando è aperta, oppure sui gradini del municipio. Non so se preghi: una volta l’ho vista con la corona del rosario in mano.

Mi ero quasi commosso, ma subito pensieri cattivi mi hanno indurito il cuore. Ieri notte sono tornato a casa molto tardi, trattenuto da una conferenza: sarà stato l’una e mezza di notte. C’era attorno, e si respirava, un’aria fredda, gelida.

Effetto luna

Avvicinandomi al portone della chiesa ho scorto sui gradini, un’ombra. Non ci ho badato, credendo a un effetto della luna sulle colonne. Quando ho introdotto la chiave nella toppa, l’ombra s’è mossa, ha emesso un lamento. Mi sono fermato di colpo, scrutando nell’angolo. La donna era rannicchiata su sé stessa. Ha alzato la faccia solo per un istante e la voce legnosa, colma di una disperazione incredibile, ha mormorato qualcosa che non ho capito.

Ho visto che tutte le fosse del volto, nella luce della luna, erano bagnate di lacrime. Prima che potessi riavermi dallo stupore e domandarle qualcosa, si è alzata, ha stretto alle spalle la giacca a quadri e si è allontanata, tremando sulle gambe storte.

Questa mattina, durante la messa, ho guardato ansiosamente l’ultimo banco, sperando di vedere la donna al suo posto di sempre, magari col ferro nel buco della cassetta dei soldi, purché ci fosse. Volevo che la messa fosse tutta per lei, il modo migliore per chiederle perdono, ma non c’era. Ho continuato la messa con grande tristezza e con profonda amarezza. Avrei voluto piangere, ma non ci sono riuscito, perché sono soltanto un povero uomo, dal cuore duro.

Una proposta modesta

Il 18 gennaio 2016 è stato pubblicato in tutto il mondo il rapporto dell’Oxfam con un titolo molto significativo: Un’economia al servizio dell’1%. Sarebbe stato più corretto scrivereàun’economia che divora l’umanità.

L’economia moderna, infatti, si sta rivelando, con la fedeltà dei suoi principi teorici, mostruosamente immorale. La cosa che, sola, ormai conta e domina la società, è il calcolo utilitario nell’uso degli esseri umani.

Le conseguenze di questa logica nefasta sono state dedotte e smascherate, con fredda e sanguinaria coerenza, da Jonathan Swift, scrittore satirico irlandese.

Con una violenta indignazione, nel libro più crudelmente provocatorio della saggistica europea, Una modesta proposta (1729), egli espone il suo messaggio, costruito su questo paradosso estremo: «Dato che l’infanzia irlandese è destinata all’accattonaggio e alla miseria – scriveva quasi tre secoli fa – i bambini, per non essere di peso ai genitori o al Paese, potrebbero essere venduti e serviti in tavola, come vivanda delicata e squisita per la classe dirigente». «I ricchi stanno di fatto divorando i poveri – incalzava – usano e distruggono la loro vita per ingrassarsi e propesperare. Perché, invece di lasciare che muoiano di fame e di malattie, gli infanti non vengono allevati come corpi commestibili?».

Già alle origini del capitalismo odierno, in Inghilterra, l’autore dei Viaggi di Gulliver, un genio iracondo e umano, un religioso melanconico e visionario, svelava la barbarie, mascherata di buon senso, della nuova società economica, che già si annunciava e che sarebbe cresciuta ininterrottamente nel corso dei tre secoli successivi.

L’economia sta diventando il nuovo dogma e Jonathan Swift, nello sfruttamento intensivo e totale della vita umana, intravvedeva già allora una forma di antropofagia, teorizzata in buona coscienzaàdagli economisti come progresso e bene pubblico.

Il crollo

Oggi le sessantadue famiglie più ricche del mondo sanno che potranno continuare ad accumulare la loro ricchezza, a scapito di tre miliardi di esseri umani, che, ogni anno, sono costretti a limitare ulteriormente le loro possibilità di sopravvivenza. A questa anomalia aggiungiamo l’aggravante di aver accettato che la vita cessi sul pianeta Terra.

Qui non si tratta tanto di denunciare la perversione morale dei più ricchi, quanto quella di tutto il sistema. Desiderare, quindi, che questo sistema funzioni meglio, equivale a desiderare che aumentino le sofferenze, le devastazioni e la morte.

In questo disastro, responsabilità notevoli possono essere riferite a tante istituzioni, ma, per quanto ci riguarda, direttamente, sentiamo la nostra responsabilità sia delle religioni, sia delle persone credenti, per il loro e il nostro silenzio di fronte alle autorità civili, che dovrebbero essere scelte, prima di tutto, per combattere la povertà.

Sempre più anche noi, «legittimiamo» tale sistema, collaborando e utilizzando la religione per tranquillizzare le coscienze. Se non entreremo in contraddizione con questo sistema devastante, come lo chiama Papa Francesco, individuando nel grido dei poveri lo stesso grido della Terra, inevitabilmente ci renderemo complici delle sue conseguenze di distruzione e di morte. Alcuni si affrettano a presentare questo sistema così incalzante, travolgente, per cui è meglio nasconderci, allontanarci e ripararci in qualche recinto domestico.

È una scelta giustificata? Non lo so, ma ciò impedisce che la nostra vita cresca nell’empatia e non solo quella umana, ma soprattutto quella umano/cosmica.

Empatia

L’empatia sfocia non solo nei gesti che richiedono di abitare assieme solidali, di essere vicini, di superare il virtuale. ma anche nelle strategie del pensiero e contamina quell’infinito desiderio che provoca le scelte su cosa si deve fare o non fare, in questa complessa realtà che ci trova a vivere assieme.

Forse abbiamo smarrito il nostro legame empatico con gli altri e coltiviamo troppo dei legami di appartenenza esclusiva, non solo parentali, ma culturali, religiosi, ideologici, ecc.? O forse abbiamo coltivato il principio astratto della proprietà privata, che tutto comprende, uomini e cose, ma che è sciolta da ogni responsabilità e dovere verso l’altro, il fratello non riconosciuto?

Indifferenza

Negli incontri o nei dibattiti capita spesso di sentirsi dire che ilàmondo non si può cambiare, tanto meno cambiare dal basso. È messa così in discussione ogni possibilità di incidere in difesa degli oppressi, delle vittime dei sistemi di potere che guidano la storia di oggi, in difesa dei nuovi nati, innocenti, costretti a vivere in un contesto di degrado (se gli si darà la possibilità di crescere). È un giudizio deprimente e una scelta ripugnante, da respingere assolutamente per la dignità dell’uomo, di cui la storia ha dato e dà prove anche oggi.

Se non cerchiamo di mettere in pratica le nostre idee, significa che si tratta di persuasioni superficiali, che ci spingono a vivere alla giornata. Senza un progetto, sia le società, sia gli individui non possono che impoverirsi e decadere.

Anche se fossimo convinti di perdere, dobbiamo naufragare nel mare della storia. Vestire abiti dismessi. Non lasciarci contaminare dall’indifferenza del mondo come sta avvenendo ora. Scolpite queste parole nel vostro cuore, ogni giorno, e consegnatele ai vostri figli.