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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Bartolomé de Las Casas, difensore dei neri

di Demarchi Enzo

«Sacrifica un figlio davanti
al proprio padre
chi offre un sacrificio
con i beni dei poveri».
Sir. 34,20

In memoria di Enzo Demarchi.

Avevamo da parte questo pezzo di Enzo Demarchi, fedele e appassionato collaboratore di Madrugada per lunghi anni. Lo proponiamo in questo numero, a dieci anni dalla sua morte, avvenuta il 2 ottobre 2002, per rinnovarne la memoria e per dire ancora una volta grazie. Enzo Demarchi non seguiva ambizioni. Leggeva, traduceva e scriveva seduto alla sua piccola scrivania. E i suoi scritti avevano un sapore inconfondibile. Erano come distillati. Tutto il suo sapere biblico e teologico rimaneva sullo sfondo, non invadeva il campo. In primo piano c’era invece sempre la sua grande fiducia nell’uomo e la sua fede nel progetto divino. Enzo non esponeva tesi, concetti, ragionamenti. Metteva in circolo le sue scoperte quotidiane, che poi erano le tante manifestazioni dell’unica e sempre nuova scoperta della centralità dell’uomo nel progetto divino. Era un uomo mite e disarmato, che godeva del progresso dell’uomo verso la sua liberazione; sapeva affrontare i temi della libertà, della lotta, della necessità, della vita e della morte, della politica e della morale con gli strumenti della filosofia e della bibbia e gli strumenti non erano distinti, ma si completavano e si amalgamavano tra loro.

Sacerdote encomendero

Quando Bartolomé de Las Casas, sacerdote encomendero (= chi aveva in affidamento – encomienda – degli indios da sfruttare al proprio servizio, dovendo in cambio fornire loro istruzione cristiana!), scelse e cominciò a meditare un testo biblico del Siracide (34,18-22) per tenere agli spagnoli dell’isola di Cuba il sermone di Pentecoste del 1514, ebbe una di quelle illuminazioni della coscienza che decidono di una vita, e quale vita!

Las Casas era stato un encomendero diligente e al tempo stesso umano e paterno con gli indios al suo servizio, anche se, pur essendo sacerdote, non si preoccupava troppo della loro istruzione religiosa. In seguito, da buon cappellano degli spagnoli, aveva preso parte alla campagna militare condotta dal capitano Narváez per la «pacificazione di Cuba». Questa esperienza lo mise di fronte a fatti di un’ingiustizia rivoltante: terribile e sconvolgente rimase la strage, poi descritta nella sua Storia delle Indie, di un migliaio di indios inermi a Caonao nel 1513. Comprese allora come far parte del sistema coloniale significasse approvarlo, prendendo coscienza della tragica relazione fra l’idolatria della ricchezza e la morte degli indios. È a tale processo di coscientizzazione che il messaggio biblico viene a imprimere il suo sigillo definitivo. Insieme a quelle già citate, Las Casas legge anche queste parole: «L’Altissimo non gradisce le offerte degli empi, / e per la moltitudine delle vittime non perdona i peccati… Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, / toglierlo a loro è commettere un assassinio. / Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, / versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio» (Sir 34, 19-22).

Fra’ Bartolomeo difensore degli indios

Come fa giustamente notare G. Gutiérrez, nel suo magistrale studio su Il pensiero di B. de Las Casas, si tratta del classico tema profetico della necessaria e reciproca connessione tra «preghiera, culto e pratica della giustizia». Convintosi che era «ingiusto e tirannico tutto quanto si commetteva in queste Indie a proposito degli indios» (o.c., 69.70), Las Casas abbandona la sua condizione di membro di un sistema oppressivo, si fa religioso domenicano e consacra l’intera vita alla causa degli indios. Denuncerà non solo chi è direttamente colpevole di tanti soprusi nei confronti delle popolazioni indigene (conquistadores e coloni sfruttatori), ma anche chi si limita a godere di privilegi in una situazione che non ha il coraggio di mettere in questione. Divenne così il «difensore» degli indios: basti qui ricordare, oltre alla monumentale Storia delle Indie e alla Apologia (relativa alla celebre disputa con Juan Ginés de Sepúlveda, a Valladolid), la Brevissima relazione della distruzione delle Indie.

Nella Storia delle Indie (III, 64; II, 154-156) ritroviamo la stessa citazione biblica a proposito di un gruppo di conquistadores (fra i quali F. Pizarro) che fanno voto alla Madonna di dedicarle «la prima chiesa e il primo villaggio che avrebbero costruito in quei luoghi», e che manderebbero a Siviglia «gioielli d’oro e d’argento» se da Lei ottenessero vittoria, per poi attaccare un villaggio indigeno saccheggiandolo e facendo strage di indios. Las Casas bolla tale preteso comportamento cristiano citando i vv. 18-19 di Sir 34: «Sacrificare il frutto dell’ingiustizia è un’offerta da burla; / i doni dei malvagi non sono graditi. / L’Altissimo non gradisce le offerte degli empi…».

Anche nella Apologia vediamo nuovamente citato il passo biblico in un contesto particolare. Contro chi giustifica le guerre agli indios col pretesto di soccorrere le vittime dei sacrifici umani da loro praticati, Las Casas afferma che i morti di quelle guerre vengono immolati sull’altare del dio-oro e pone la domanda: «Piaceranno forse agli occhi della divina pietà questi nostri sacrifici (cristiani)?». Essi saranno accetti a Dio – risponde – come «l’offerta di una persona che sacrifica un figlio davanti al proprio padre», e aggiunge: «Cose simili sono contrarie alla dottrina di Cristo e all’esempio degli apostoli, e non sono gradite se non a banditi crudeli e inumani o a degli stolti, nemici della dottrina di Cristo, che con la loro condotta fanno sembrare giusta Sodoma» (Apologia 169).

Persino nell’ultima sua opera (Tratado de las doce dudas), che è praticamente un trattato sui diritti delle nazioni indie, quando Las Casas, in una delle sue risposte al quinto dubbio (duda) riguardante l’obbligo della restituzione da parte di chi abbia ricevuto denaro dagli encomenderos, dirà che religiosi ed ecclesiastici che abbiano ricevuto «qualsiasi elemosina o dono» per costruire chiese o per abbellire altari «peccano mortalmente» se non restituiscono tale denaro agli indios, non farà altro che basarsi ancora una volta sul testo del Siracide per dire che il pane dei poveri è la loro vita e che toglierlo loro, come si è fatto con gli indios, è condannarli a morire di fame (Doce dudas 519b-520a-b).

Difensore anche degli schiavi d’Africa

Ma la «conversione» di Las Casas non si arresta qui. Una leggenda nera diffusa da alcuni spiriti «illuminati» ha fatto addirittura di Las Casas il responsabile della deportazione di schiavi neri dall’Africa in America: Las Casas schiavista dei neri d’Africa in favore degli indios d’America! In realtà egli era ripetutamente intervenuto, fino al 1543, sulla questione degli schiavi neri da inviare in America, ne aveva anzi avuti alcuni al suo servizio. Tutto questo, evidentemente, non come un negriero coinvolto nel traffico della tratta e vendita di schiavi neri per l’America, ma come richiedente di alcuni schiavi neri in sostituzione degli indios.

Las Casas non appartiene alla razza di coloro che hanno le mani pulite perché non hanno mani (Péguy). Uomo d’azione e di riflessione, non manca mai di prendere posizione anche su fatti difficili e conflittuali. In un primo tempo egli si era adeguato alla mentalità dell’epoca, che riteneva lecita la schiavitù nei confronti dei mori maomettani, come compensazione paritaria della schiavitù che i cristiani subivano da parte loro. Ma una volta tornato dalle Indie, il contatto che ha intorno al 1547 con alcuni storici portoghesi e la lettura di alcune loro opere sulle spedizioni di compatrioti nel continente africano gli fanno definitivamente cadere la benda dagli occhi e cogliere la tremenda ingiustizia che si commette contro gli africani. Portoghesi e castigliani infatti, giunti alle Canarie e nell’Africa nera (quella che veniva genericamente chiamata Etiopia semicontinentale), del tutto fuori dalle frontiere del mondo maomettano, in mezzo quindi a popolazioni nuove che non li avevano mai offesi o danneggiati in alcun modo, adottarono gli stessi procedimenti di conquista usati contro i nemici maomettani, collaudando quella violenza e riduzione in schiavitù che gli spagnoli avrebbero poi usato con gli indigeni americani.

Las Casas documenterà allora per iscritto il pentimento per la sua ignoranza, inserendo nel I libro della sua grande Storia delle Indie una serie di capitoli (dal 17 al 27) che presentano grande unità interna e una certa autonomia dagli altri. Tali capitoli, come ha dimostrato Isacio Pérez Fernández, reggono bene il confronto con la Brevissima relazione della distruzione delle Indie e possono meritatamente ricevere il titolo di Brevissima relazione della distruzione dell’Africa.

In questi capitoli dedicati all’Africa nera ci imbattiamo in un altro importante riferimento al testo del Siracide. Il cap. 8 (24 del I libro della Storia delle Indie) narra come gli europei (portoghesi), tornando da una spedizione sulle coste africane (alla scoperta del Rí­o de Oro, oltre il Capo Bianco), portassero con sé un certo numero di africani per venderli come schiavi. Prima di dare un quinto dei prigionieri all’infante Don Enrique (‘el Navegante’, fratello del re del Portogallo, Don Duarte) e di vendere tutti gli altri, ne offrirono due per il servizio della Chiesa. «In tal modo – commenta Las Casas – del sangue versato e dell’ingiusta e detestabile prigionia di quegli innocenti vollero dare a Dio la sua parte, come se Dio fosse un tiranno violento e iniquo, che gradisse e approvasse le tirannie a motivo della parte che gli veniva offerta. Quei miserabili non sapevano ciò che sta scritto». A questo punto cita il testo del Siracide, dando questa volta, oltre al testo latino, una sua traduzione spagnola che, inasprendo le espressioni, rivela tutta la sua indignazione: «Dio non approva i doni di coloro che, commettendo peccati e danneggiando il loro prossimo, offrono sacrificio a Dio con ciò che è stato rubato e mal guadagnato…; tale sacrificio è anzi come se facessero a pezzi un figlio davanti al padre, credendo di rendergli onore e servizio». Quanto poi all’infante, che pretendeva addirittura di giustificare le incursioni armate con «lo zelo di servire Dio», Las Casas denuncerà perentoriamente in un altro passo della Storia delle Indie (I, 91a): «È certo che offendesse Dio più che servirlo, poiché copriva d’infamia la fede e rendeva odiosa a quegli infedeli la religione cristiana». Il Dio della rivelazione biblica non accetta il trattamento ingiusto e l’uccisione dell’indifeso; per questo il difensore degli indios respingerà senza esitazioni la schiavitù negra. L’appello al testo del Siracide, che aveva cambiato la sua mentalità nel 1514, suggerisce che anche qui si è prodotto un capovolgimento nella sua maniera di pensare.

Dio riverserà il suo furore sull’Europa

Sempre nella Brevissima relazione della distruzione dell’Africa si narra anche di incursioni e maltrattamenti cui i portoghesi sottoposero gli abitanti delle Canarie, i guanches, con il pretesto della loro cristianizzazione. Non solo li si tormentava, ma si imponeva loro con la forza la fede e il battesimo. «E con ciò – scrive Las Casas – l’infante e i portoghesi pensavano che Dio non avrebbe ritenuto un peccato quel sacrificio che gli offrivano così grondante di sangue umano». La citazione del Siracide è implicita ma chiarissima: offerta a Dio e violenza contro l’uomo sono incompatibili.

Meditando il testo biblico più volte citato, possiamo concludere con Gutiérrez: «Indios, negri, guanches: tutti sono vittime innocenti. Non si può render culto al Dio della vita a prezzo della loro morte e del loro sangue ingiustamente versato» (o.c., p. 73).

Alla fine dei suoi giorni, frate B. de Las Casas, ultraottuagenario, scriveva nel suo testamento: «Credo che, a causa di queste opere empie, scellerate e ignominiose, perpetrate in modo così ingiusto, barbaro e tirannico, Dio riverserà sulla Spagna la sua ira e il suo furore, giacché tutta la Spagna si è presa la sua parte, grande o piccola, delle sanguinose ricchezze usurpate a prezzo di tante rovine e di tanti massacri». Penso sia possibile, come suggerisce Todorov nell’epilogo del suo libro su La conquista dell’America, apportare a queste parole una lieve correzione, sostituendo alla Spagna l’Europa occidentale. Se infatti, quanto a distruzioni, «gli spagnoli furono superiori alle altre nazioni europee, queste cercarono in tutti i modi di eguagliare e superare la Spagna». Leggiamo dunque: «Dio riverserà il suo furore sull’Europa» (o.c., p. 297). Le parole di Las Casas sembrano stare «a mezza strada fra la profezia e la maledizione» (ibid.). In realtà esse sono attualmente un invito a meditare sulle possibili conseguenze storiche dello spirito di tanto colonialismo europeo-occidentale, ancor vivo in veste moderna.

Ha ragione infatti chi, guardando e ascoltando tutto ciò che ogni giorno ci viene presentato e riferito dei drammi in atto nel continente africano, scrive che «in nome di una presunta superiorità abbiamo legittimato furto e schiavitù, causando un divorzio forzato dalla propria storia, dalla propria identità civile. Il saccheggio del continente continua oggi (e non solo in Africa) attraverso il commercio internazionale, il fardello del debito estero, che assorbe la metà o più ancora dei prodotti nazionali». Non si potrà definire biblicamente e cristianamente l’uomo africano come «la più attuale incarnazione del Servo sofferente»? (Silvio Turazzi su La Voce, Ferrara, 16/01/1999).

Enzo Demarchi

Bibliografia

Gustavo Gutiérrez, Alla ricerca dei poveri di Gesù Cristo. Il pensiero di Bartolomé de Las Casas, Queriniana, Brescia 1995. 
Bartolomé de Las Casas, Brevissima relazione della distruzione delle Indie, Oscar Mondadori, Milano 1987 (12.a ristampa 1996). 
Bartolomé de Las Casas, Brevissima relazione della distruzione dell’Africa, EMI, Bologna 1993 (da notare che il titolo originale spagnolo contiene l’aggiunta: Preludio della distruzione delle Indie).
Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Einaudi, Torino 1992.
Francesco Pasetto, La Chiesa cattolica e la conquista, Ed. Cultura della Pace, Firenze 1992.