logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il mio Afghanistan

di Buccoliero Elena

C’è molto da imparare dal piccolo, denso libro Il mio Afghanistan di Gholam Najafi (ed. la meridiana, 2016). In ordine sparso, almeno: la tenacia, il coraggio (ma anche la paura), l’amore per la conoscenza, l’apertura verso la diversità, il sacrificio, il dialogo, la capacità di fidarsi degli altri, la sincerità con sé stessi, la dignità, la gratitudine, l’amore per la propria terra, il riconoscersi in culture tra loro molto diverse sentendosene parte. Un bel po’ di cose, se pensiamo che l’autore ha appena 23 anni e che a 10, dopo la morte del padre per mano dei talebani, è partito da solo viaggiando attraverso Afghanistan, Pakistan, Iran, di nuovo Pakistan e Iran, poi Turchia, Grecia, per arrivare infine a 16 anni in Italia.

Distanze, confini, secoli

Insieme ai confini ha scavalcato secoli. Scrive Gholam: Ci sono solo dodici ore di distanza in aereo tra Italia e Afghanistan, ma molto più di un secolo ci separa. Tutti qui sanno leggere e scrivere, tutto è facile, nessun bambino di otto o nove anni è costretto a lavorare.

Addentrandosi un po’ di più nelle molte infanzie di chi nasce in Italia o in Europa, sappiamo che la visione di Gholam non è del tutto veritiera perché il lavoro dei bambini esiste anche qui, come la povertà e altre forme di miseria che minacciano l’infanzia. Ma il suo quadro d’insieme non possiamo smentirlo: ciò che per noi è eccezione era, per lui, la norma. Fino ai 10 anni ha lavorato accanto al padre come pastore nomade. La scuola era accessibile solo pochi mesi l’anno, ma la passione per lo studio era tale da indurlo a scappare dai campi ogni volta che era possibile per intrufolarsi a lezione.

Mi dispiaceva lasciare per tanto tempo la scuola, i compagni. La scuola coranica era molto diversa (…). Il ripetere sempre le cose diventava spesso molto noioso ma se non si stava adeguatamente attenti l’intervento del maestro era violento, botte nere se non si studiava (…) Eravamo trattati come animali, domati dal bastone non dalla parola. (…) Mio padre mi chiedeva: cosa impari con lo studio? A cosa ti serve? (…) Ma io, quando andavo a scuola, mi sentivo importante.

Gholam ha conseguito in soli due anni, all’Università Ca’ Foscari di Venezia, una laurea triennale in «Lingue persiano arabe» e sta ora concludendo la specialistica. È l’esempio di un ragazzo che ce l’ha fatta. La distanza tra la sua condizione iniziale e le doti di cui ha dato prova rende ancor più drammatico il racconto di un viaggio che avrebbe potuto perderlo nella moltitudine dei senza nome.

Gholam era terrorizzato della traversata dalla Turchia alla Grecia per quel mare nero che lui chiamava oceano. Non sa nuotare ma, scrive, preferivo annegare che essere rimandato in Afghanistan. L’ultimo tratto, quello che lo porta in Italia, lo compie via terra: Sono passato rimanendo sotto il camion settantatré ore, settantatré ore di pioggia infernale. Senza mangiare e senza bere. Toccato il suolo italiano estrae dal nylon gli abiti puliti per farsi conoscere nel migliore dei modi.

Lo spaesamento dell’arrivo

L’arrivo a Marghera non è ancora riposo, e rimette tutto in gioco: Ero solo (…) Non conoscevo la lingua locale, non conoscevo l’inglese con cui tanti riuscivano a comunicare. Le mie lingue, azara, pashtun, tajik e uzbak, non servivano a nulla qui. Non avevo soldi, tutti i miei risparmi erano finiti. Ero davvero contento di essere arrivato in Europa ora che il mio Paese stava tornando alla normalità, come dicevano tutti da qualche tempo? Mamma? Mio fratello? Dove erano finiti? Era valsa la pena aver fatto tutto questo? Magari domani non sarò neanche più vivo. Ce la farò a cominciare una nuova vita? (…) Magari posso studiare.

Lo spaesamento e la solitudine che può aver provato Gholam, e tanti altri ragazzi come lui, difficilmente possiamo immaginarli ma ci fa bene ascoltarli dalla sua voce, come seguirlo nella seconda parte del libro quando ci spiega dall’interno alcuni aspetti dell’Afghanistan e il significato che per lui ha avuto ritornare, quando è stato possibile, a cercare le persone e i luoghi dell’infanzia e scoprire di non potersi più ritrovare.

L’ultimo buon motivo per leggere Il mio Afghanistan è la scorrevolezza del testo che lascia in bocca, nonostante tutto, un sapore lieve. Gholam non manca di riconoscere la sua fortuna e di esprimere gratitudine per tutti coloro che lo hanno aiutato nel viaggio e lo hanno accolto in Italia. Tra questi la comunità per minori, gli insegnanti, la «mamma italiana» che hanno creduto in lui e lo hanno agevolato negli snodi fondamentali quali, appunto, l’accesso allo studio e al lavoro. Opportunità di crescita e di autonomia, di conoscere e farsi conoscere, per un giovane che in nessun momento chiede privilegi ma è impaziente di investire i suoi talenti. In questo spazio c’è la responsabilità, il ruolo che il nostro Paese e noi tutti possiamo giocare, per i molti Gholam che varcano i nostri confini.

Elena Buccoliero
giudice onorario del Tribunale minorile,
direttore della Fondazione emiliano romagnola
delle vittime di reato