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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La nostra storia non è una porta chiusa

di Stoppiglia Giuseppe

Le maschere della crisi

«Educare è aiutare gli altri a essere
quello che devono essere:
il granello una spiga,
la stella una costellazione,
il pensiero un poema,
il palpito un’amicizia».
Primo Mazzolari

«Pensare significa trasgredire,
andare oltre!».
Ernest Bloch

Lo studente e la guardia

Matteo è un giovane diciottenne; frequenta il quinto anno di liceo classico. Con giubbotto e copricapo in testa sta aspettando l’ascensore del condominio, dove abita al sesto piano. Ha fretta, deve correre a scuola. Ha un appuntamento, fissato da tempo, con il docente di storia, proprio nel giorno in cui si svolgono i cortei di adesione allo sciopero generale sulla riforma della buona scuola.

Entra nella cabina, osserva le persone e abbozza un sorriso di convenienza, poi resta come tramortito dalle chiacchiere e sorpreso dalla loro insuperabile banalità. L’ascensore è lento, ma gli argomenti si susseguono veloci passando dalle lamentele contro l’amministratore, da tutti e sempre definito ladro, ai ladri veri, i cosiddetti onorevoli, che ci rappresentano in Parlamento.

Matteo resta stupito e meravigliato come le persone si rinchiudano sempre più in sé stesse, in un’ossessiva ripetizione di luoghi comuni. Intanto riprende spedito la strada che porta alla scuola. Tiene in mano un casco, dovendo tornare a casa in motocicletta.

Un solerte agente della Digos lo vede, si avvicina alle sue spalle e gli dice di fermarsi. Poi, con modi bruschi, gli chiede dove va. «A scuola per farmi interrogare» – gli risponde.

Quello dubita e gli chiede cosa c‘è scritto sul casco che ha in mano. «Il nome della mia squadra di calcio», gli ribadisce Matteo. L’agente guarda, restituisce il casco, ma sempre con sospetto, aggiunge: «Guarda che se ti vedo alla manifestazione, te la faccio pagare». Il giovane non risponde e continua la sua strada verso la scuola dove l’aspetta l’insegnante.

Se il modo e le parole pronunciate dal solerte agente della Digos si potessero considerare un tentativo maldestro di violazione dello stato di diritto, sorprende molto, invece, il comportamento del giovane, che non ha ceduto alla provocazione e al sospetto dell’agente.

A questo punto mi nasce un sospetto, che l’episodio sia un esempio concreto della rassegnazione dei giovani e di molti altri cittadini comuni, i quali, quando sono esposti all’arroganza di chi abusa di un potere, datogli da una divisa, sospendano qualsiasi reazione o legittima protesta. Che siano già consapevoli che, se reagiscono, hanno tutte le probabilità di passare dalla parte del torto?

Due foresti e il biondo

I monti e le strade della mia vallata sono coperti da alcuni giorni di neve. Fa molto freddo. Sul piazzale della chiesa ci sono diversi capannelli di persone. Più avanti un mesto corteo, composto da un centinaio di paesani, si incammina, in salita, sulla strada provinciale, verso il cimitero, per accompagnare Bortolo, morto all’età di ottantadue anni.

Con me ci sono due amici, due foresti, entrambi ferraresi. Sono un giornalista, Francesco, e Tommaso, un giovane operatore televisivo e ora aiuto regista. Loro seguono a distanza la processione e stanno pensando che la morte di un paesano sia un momento forte per riaffermare la coesione fra gli abitanti del paese, al di là delle divisioni e degli individualismi.

Forse dalle loro parti questa solidarietà non c’è più, ma in questo paese, costituito in prevalenza da persone non più giovani, si ha l’occasione di sperimentarla con frequenza, perché, come diceva un ragazzo del ’99, gli anziani se ne vanno in fretta, uno a uno, come ravioli.

Ma dove vanno? Con questo antico interrogativo, i due foresti e il biondo dalla barba folta, noto personaggio della vallata, varcano la soglia della trattoria del paese, accolti dal caldo tepore di una stufa a legna, accesa dal primo mattino.

Mezzogiorno è già suonato e gli avventori, alcuni dei quali erano presenti alla funzione di Bortolo, sono già sul secondo piatto e discutono vivacemente del più e del meno. Vicino alla stufa, dietro a un tavolino, una donna, cugina di Bortolo, pranza da sola. Sul suo tavolo c’è una bottiglia di spumante, che lei ha già offerto agli altri clienti. Appena ci sediamo ne offre anche a noi.

«Che cosa festeggiamo?» – chiede il biondo. «Oggi non festeggiamo niente – risponde la donna – ma vi propongo di brindare alla vita». Alla vita!

Pensare per…

Se le risorse migliori di una società si trovano nell’umanità o nel termine ambiguo di «capitale umano», la cura della persona e la sua formazione costituiscono uno dei principali valori da coltivare e da perseguire e oggi esiste un’urgenza educativa non più rinviabile. La nostra scuola vive di una marcata separazione: non conosce che vissuti senza parole e parole senza vissuti. La solitudine diventa per questo angosciosa, se non si riempie di una presenza, se non c’è educazione al senso di accoglienza.

La complessità della società moderna ha cancellato modelli culturali e tagliato legami con il passato e la centralità della persona non chiede tecniche o manuali di manutenzione, ma sollecita riflessioni su identità, libertà, relazione, amicizia, proprio perché il pericolo maggiore è, oggi, la frammentazione dell’individuo e la cancellazione dell’orizzonte interpretativo del vivere. Il pensare diventa così presenza che si fa responsabile del fratello e si rende espressione pratica di due dimensioni umane, spesso escluse dal pensiero moderno, e cioè la dimensione del limite, della sconfitta e la dimensione della comunione, della fraternità fra diversi.

Linee guida

Ritengo siano urgenti alcune idee guida per una formazione diretta alla persona, sia nell’adolescenza come nell’età adulta. Prima di tutto un’idea nuova d’autorità: allertare sull’alienazione del potere assoluto e fuori controllo ed educare, invece, al servizio della persona e della comunità (ad esempio l’insegnante è al servizio della crescita integrale e libera dello studente).

In una situazione di ingiustizia e oppressione non esiste neutralità. Chi si dice neutrale mente, perché ha già preso partito per i potenti. La neutralità è impossibile da praticare, oltre che essere scorretta (l’insegnante o il prete, il sindacalista o l’impresario sono tutte persone con una storia compromessa con qualcuno o qualche cosa).

L’educazione sociale è una missione (un’opera di amore e di carità) e non un semplice mestiere.

Infine, valorizzare la libertà, accompagnata da spirito responsabile, critico. Espulsi dal cerchio magico della relazione e negati alla nostra soggettività, perdiamo valore, perché non riconosciuti dall’altro, dal fratello.

Oggi stiamo vivendo giorni cattivi, in cui scopriamo la forza inutile degli umili, degli immigrati, dei profughi, degli esclusi dall’Europa!

L’Europa, e con essa l’Italia, si sta sporcando del peggior marchio nei confronti dell’umanità: il marchio di Caino. L’individualismo radicale è, da sempre, l’anticamera della dittatura. Non sarà forse questo l’obiettivo nascosto dell’attuale sistema sociale e politico? Parafrasando Dostoevskij, siamo diventati nullità: né cattivi, né buoni, né furfanti, né onesti, né eroi, né insetti, solo persone paurose, le quali si sentono insidiate nel loro proprio piccolo benessere.

Vegetiamo nel nostro cantuccio, punzecchiandoci con la maligna e vana consolazione che l’uomo intelligente non può diventare seriamente qualcosa, ma, invece, diventano qualcosa soltanto lo sciocco o il cinico ignorante.

Le nostre guide

Ci siamo affidati a leader di partito (incoscienti e irresponsabili) che esaltano il bisogno sacrificale di violenza, di potere individuale e collettivo, per scuotere le basi e decomporre sistematicamente la società e i suoi princìpi, onde gettare tutto nello scoraggiamento e nel caos, per poi prendere in mano una società, ormai sconquassata, malata e demoralizzata, cinica e atea, ma infinitamente assettata e frustrata, una sete di appagamento, nutrita dal rovello incessante dei bisogni, che invocano sempre aumento di potenza e di violenza.

Il mondo dice: «Hai dei bisogni? Appagali!… e non temere di incrementarli!». Cosa provoca questo incremento dei propri bisogni? Nei ricchi la solitudine e il suicidio morale, nei poveri l’invidia e l’omicidio, perché i diritti sono stati concessi, ma i mezzi per appagare i propri bisogni non sono stati ancora indicati.

Rompere l’assedio

Dobbiamo prendere coscienza che siamo storia, non un destino o nati per caso. L’interiorità o spiritualità, vissuta da ciascuno nel lavoro o nell’impegno sociale e umano, può essere il luogo della resistenza, una trincea invalicabile contro l’attuale organizzazione della vita.

Sono cambiate le parole, gli attori e anche le maschere, ma c’è sempre chi, con ideologie demagogiche, cerca di sottomettere le nostre coscienze. L’interiorità o spiritualità e la costante attenzione alla storia, il soffio leggero dello Spirito, che è qualcosa di non misurabile, di non calcolabile o sottoponibile a ragione strumentale, sono in grado di creare disordine al sistema.

Uomini, spiriti e non ombre

La spiritualità, nell’ambito sociale, vive nell’intimità di ciascuno ed è da considerarsi una coltivazione personale. Non solo per sé stessi o per la propria felicità, ma per gli altri e contro il sistema. Quindi non fuga dal mondo, ma presenza nel mondo. Un’interiorità inattaccabile dall’esterno!

Se resteremo fedeli l’uno all’altro, nessuno riuscirà mai, con le sue idee o le sue promesse, a convincerci. Anzi è proprio da quel luogo di resistenza che potremo ripartire contro ogni tipo di assedio. La nostra è una guerra che può diventare perfino guerriglia, ma è una guerra del pensiero, l’unica che vale la pena di combattere. Il nostro mondo interiore è più vasto del mondo esterno, perché «per quanto lontano possiamo andare non potremmo mai raggiungere i confini della nostra anima» (Emily Dickinson).

Essere in pace con sé stessi significa entrare in guerra col mondo, perché la spiritualità toglie le maschere della crisi e nel fallimento del «sistema» cerca una parola per la vita, un senso all’esistenza e un linguaggio all’interiorità, il nome della realtà.

Qual è la condizione per arrivare a far questo? Certamente restare eretti, non piegati a qualcosa o a qualcuno, per essere persone libere. Una spiritualità profonda, questa, tutta da riconoscere, dal vecchio contadino senza terra al militante di base che fa politica in piena gratuità, nell’azione del cooperare, dell’organizzare e del solidarizzare, alla donna sposata che porta da mangiare ai figli altrui.

Nel bosco ascolterò il sussulto dell’alba

Per costruirla bisogna fare, prima di tutto, amicizia con sé stessi, anche con ciò che ci spaventa e ci turba, restando calmi con la mente. La sensibilità interiore dovrebbe spingere a metterci in ascolto dei nostri moti interiori, invece di correre in continuazione alla ricerca di consigli e stimoli provenienti da altri, dovrebbe, perciò, riportarci a casa a riposare nel profondo di noi stessi.

La grande svolta per rifondare la politica è nella scelta spirituale ed etica, che permette la nascita di un pensiero collettivo capace di vedere come siamo chiamati a convivere, non avendo come nemici gli altri, ma la fame, le malattie e il degrado umano ed ecologico.

L’impegno sia culturale che formativo o politico, è perciò quello di assumere e portare la nostra fragilità fraternamente, diventando così una risorsa generativa di relazioni nuove, di nuovi sguardi. Per chiudere riprendo, a modo mio, una poesia di Davide Maria Turoldo sul mattino pasquale:

Andrò nel bosco questa notte

e abbraccerò gli alberi e starò in ascolto dell’usignolo,

che canta, ogni notte, solo da mezzanotte all’alba.

E poi andrò a lavarmi nel fiume

e all’alba passerò sulle porte di tutti i miei fratelli

e dirò a ogni casa: «Pace!».

Andrò in giro per le strade zufolando

finché gli uomini diranno: «È pazzo».

E mi fermerò soprattutto con i bambini

a giocare per strada.

Lascerò un fiore a ogni finestra dove abitano i poveri.

E saluterò chiunque incontrerò per via,

inchinandomi fino a terra…

E poi suonerò con le mani le campane

finché non sarò esausto…

E, a chiunque venga, anche al ricco, dirò:

«Siedi pure alla mia mensa».

Anche il ricco è un pover’uomo…

E a tutti dirò: «Avete visto il Signore?».

Ma lo dirò in silenzio, con un sorriso.