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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Muri invisibili: povertà  e potere

di Radice Roberto

Le donne, i chapati, le formiche

I bimbi, con vestiti a brandelli dall’usura, giocano tra le fogne a cielo aperto mentre succhiano il nocciolo sfilacciato di un mango. La polvere si impasta all’odore nauseabondo dei rifiuti accatastati in ogni dove. Bande di ragazzi di strada, che sniffano colla o kerosene, vagano come zombi in pieno giorno. Le donne vendono frutta, verdura o preparano chapati – come icone di una storia mai narrata – lungo i bordi delle strade che sembrano percorse da eserciti di formiche: persone che camminano verso destinazioni sconosciute. La sera, prima che faccia troppo buio e le strade divengano troppo insicure, trovi ai banchetti dei jua kali – in kiswahili significa «coloro che stanno sotto al sole» ovvero i venditori informali – le zampe dei polli e le teste dei pesci, con rispettive lische: tutta carne scartata dai grandi centri commerciali e dagli hotel lussuosi di Nairobi e recuperata dalla discarica di Dandora. «L’Africa produce quel che non consuma e consuma ciò che non produce»!1

Nairobi, due città divise

Benvenuti a Korogocho, una delle oltre duecento baraccopoli di Nairobi, capitale del Kenya con i suoi sei milioni di abitanti. A Korogocho circa 250 mila persone vivono, sardinizzate, su un terreno di poco più di un chilometro quadrato di proprietà dello Stato.

Se ti addentri in un qualunque slum di Nairobi la cosa che più ti colpisce è la miseria. Lo slum si caratterizza per le sue assenze, per i vuoti assordanti nell’estrema densità e non per la sua essenza.

Questa situazione, che può essere definita di «apartheid economica», è evidente anche a livello visivo: infatti Nairobi è due città che si sviluppano su due livelli distinti e separati: la prima sta in alto, si innalza verso il cielo ed è la città legata economicamente al resto del mondo globalizzato, il miraggio, l’epicentro del benessere e della tecnologia; la seconda è la città aliena, della terra, delle baraccopoli che sono poste sotto il livello fognario della prima città, dove chi ci vive non è considerato un concittadino poiché è come se non esistesse. Nelle mappe catastali le baraccopoli non compaiono: sono segnate come spazi bianchi.

Fuori, niente di niente

Ma la povertà è solo miseria intesa come mancanza di cibo e acqua, mancanza di igiene, di educazione? Curioso come in Africa la povertà non sia quasi mai associata alla povertà materiale, ma è povero chi è solo, chi non ha amici.

A noi serve vedere nei dannati della Terra dei mendicanti bisognosi: avere pietà di loro è un modo per avere pietà di noi stessi. Ma qui vogliamo decostruire l’equazione povertà = miseria, poiché negli anfratti arrugginiti di uno slum si comprende come la povertà sia anche altro.

Povertà non è solo miseria ma significa che qualcuno è meno essere umano di qualcun altro. Ci sono territori di miseria estrema che sono «spazi di eccezione», dove viene confinato chi non è considerato un essere umano e la sua vita è uccidibile senza che chi la uccide commetta reato. La povertà quindi non è riduttivamente solo deficit di denaro ma anche un deficit di potere. Gli impoveriti non sono tanto vittime ma scarti che devono essere raccolti, rinchiusi e rimossi. Non è un problema tanto la povertà, anzi può essere un fertile campo dal quale trarre profitto sulla pelle altrui, ma lo sono i poveri. Su di loro viene applicata la teoria del Niente2: niente cibo, niente acqua, né salute né soldi, niente abitazione o terra su cui vivere, niente cultura e niente educazione, niente diritti, niente pace, nessuna patria e nessuna legge, niente ambiente sano, niente infanzia né vecchiaia, niente possibilità, niente sogni. Alla fine ti convinci che non sei niente. I miserabili stanno assumendo sembianze non umane attraverso questo processo antropologico.

È questo un potere che, sempre attraverso il dispositivo spaziale di muri invisibili, etichetta gli individui: l’abitante delle baraccopoli è chiamato in senso dispregiativo squatter, cioè «persona che si accovaccia», persona che si racchiude, si piega su sé stessa per difendersi e nascondersi dagli abitanti della «città dei grattacieli», ai quali cela persino di vivere nell’out-città Korogocho poiché «la gente povera è umiliata, pensa di non valere nulla, si convince quasi di non esistere»»3.

Korogocho, ammassati, dimenticati

«L’alterità sembra stia assumendo un tratto che definirei provvisoriamente come «radicale». Essa si configura come correlativa a un potere che non impone nomi, che non si esercita nel discriminare, escludere, stigmatizzare – bensì ignora: negando all’Altro qualunque tipo di riconoscimento, per quanto discriminatorio, e dunque condannandolo a una condizione di non-esistenza sociale (da cui può derivare anche, e non di rado deriva, una messa in forse della stessa sopravvivenza fisica delle persone)»4.

Un giornalista si è espresso così dopo la tragedia che ha visto morire più di cento persone dello slum di Sinai, nell’area industriale di Nairobi, dopo un’esplosione di un deposito di petrolio della Kenya Pipeline Company: «Gli abitanti degli slum sono un’entità del tutto anonima: i milioni di nairobiani che sciamano dalla parte misera della città per riparare le sue automobili, per scopare le sue strade, per costruire i suoi grattacieli e far da guardia ai suoi palazzi».

Korogocho non è solo il luogo fisico dove vengono buttati tutti i rifiuti della Nairobi ricca, ma è anche il centro di raccolta indifferenziata per vite rifiutate, per vite di scarto: profughi di guerre e carestie, orfani, criminali, donne sole, alcolisti.

Esistenze che sono out. Uno spazio che addensa, devasta, cancella. Ogni cosa è ammassata l’una sull’altra, le cose così come le persone. Senza che siano costruiti fossati o mura invalicabili, «questi nuovi muri si configurano piuttosto come dispositivi di separazione con il compito semplificato, direi sbrigativo, di tenere fuori»5 un’umanità superflua.

«I nuovi muri, anche quando producono effetti di segregazione, ignorano le persone. Essi rispondono a una logica che si esercita su, e perimetra un territorio invece che delle persone, che non sono oggetto di alcun trattamento – se non in maniera indiretta, per effetto appunto del trattamento dello spazio, del suo ridisegno. Tali effetti possono essere molto pesanti per gli interessati, e lo sono tanto più quanto più tali effetti sono ignorati; e con loro sono ignorate le persone che li vivono»6.

E come uno specchio che deforma la realtà e la rifrange ricreandola, ecco che «i «nuovi muri» proliferano anche al polo opposto dello spettro sociale, a difesa degli spazi del privilegio, territori «securizzati» per l’appunto dalle minacce dell’alterità. Sono le gated communities, aree private residenziali con i propri servizi riservati, commerciali e sociali, ivi comprese scuole e polizia, che si governano come un club, o una società e cioè con una forma di governo privato. Queste forme di convivenza umana, per così dire a parte rispetto al territorio circostante, separate e fortificate – extra-mondi dice Mike Davis – sono diffuse dappertutto, dentro e intorno alle metropoli del sud come del nord e assumono a volte le dimensioni di una città vera e propria»7.

Ma Korogocho… ma la vita…

Torniamo nello slum. Korogocho è forse luogo che non si può comprendere ma solo incontrare. Qui si ritrovano, si raggrumano e a volte si recuperano oggetti e vite scartate. Korogocho è luogo di creatività, delle pluriattività, del sapersi arrangiare, delle piccole cose, del frammento, perché «i più lontani dal centro del potere, sono i più vicini al cuore delle cose»8.

Korogocho è il luogo dell’incontro di chi non ha potere, ma ogni giorno, in modo del tutto inaspettato, si crea la vita perché la vita è qualitativa e non rientra, riduttivamente, nella quantificazione della soglia del meno di un dollaro al giorno. Di ragazzi di strada con la colla sotto il naso per non sentire la fame ed ex ragazzi di strada con una solare dignità; di donne sole, che hanno deciso di dedicare la loro vita all’aiuto di altre donne malate di Aids e agli orfani di questo killer; di giovani che nonostante siano nati e cresciuti in una baraccopoli sanno alzare lo sguardo anche dove sembra non esserci orizzonte; di missionari che non vogliono il potere della Chiesa dei palazzi e vivono come vicini di baracca del popolo di Korogocho; di uomini distrutti dall’alcol, di criminali che nella loro vita hanno fatto il peggio che si potesse compiere e ora hanno trovato rifugio a Korogocho, dove ogni giorno, vivendo in strada, prendono botte ma dove qualcuno riconosce in loro ancora un volto del quale prendersi cura. Della donna del mercato che ogni giorno ti vende frutta e verdura; di sconosciuti che, nel salutarti, per prima cosa ti chiedono come stai; di incertezze, di cambiamenti di programmi, del non essere mai in ritardo perché in Africa è il tempo che è in anticipo. Della relazione con un dio che prima di essere fede è un percepire profondamente la sua presenza in ogni pasto condiviso, in ogni giornata conclusa sentendosi sfiniti per tutte le mani strette e i passi percorsi. Del camminare accanto a chi è diverso da te e, come recita un proverbio del nord del Kenya, «occorre camminare cinque mesi nei sandali degli altri, prima di capire sé stessi»9.

Korogocho sembra non buttare mai via niente e forse è proprio essenziale ascoltare tutte le voci e non buttarne mai via nessuna. Ascoltare per ridare potere, perché il potere non è solo un qualcosa di sporco, contaminato da interessi, affari illeciti, corruzione, abusi e privilegi, sopraffazione. Il potere o è servizio o è ansia di compensazione. Esiste anche il potere inteso come processo di empowerment, come azione non per colmare mancanze incolmabili, ma per implementare le risorse disponibili così che i soggetti siano in grado da loro stessi di implementare la propria trasformazione. Per divenire, finalmente, esseri umani con pieni diritti e doveri.

Le mentine del podestà

Altrimenti si finisce per dare sempre mentine da succhiare, come narra il geniale Ascanio Celestini: «I poveri erano così poveri che presero la loro fame, la misero in bottiglia e se la andarono a vendere. Se la comprarono i ricchi. I ricchi che nella vita avevano mangiato di tutto però la fame dei poveri in bocca non gli era passata mai. Così allora i ricchi tirarono fuori i soldi, la pagarono bene e i poveri gliela vendettero e per un po’ tirarono avanti. Ma poi tornarono a essere poveri. I poveri vendettero ai ricchi la sete, la rabbia, la meraviglia, le parole, la violenza, la musica, il pudore, la pietà e tutta la loro cultura. E intanto i ricchi accumulavano, nelle loro cantine, bottiglie su bottiglie e in quelle bottiglie c’erano tutta la cultura, la rabbia e l’orgoglio dei poveri. E quando i poveri tornarono a essere poveri, presero la loro povertà, la misero in bottiglia e se la andarono a vendere. Curiosamente se la comprano i ricchi. I ricchi che per essere veramente ricchi dovevano possedere anche la miseria dei miseri. I poveri gliela vendettero e per un po’ tirarono avanti, ma poi i poveri tornarono a essere inesorabilmente poveri.

Allora i poveri ormai poveri, ormai più neanche padroni della propria povertà si armarono. E non di coltello e forchetta, bensì di fucili e pistole perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza. Armati, i poveri marciarono verso il palazzo del podestà. Il podestà si chiuse dentro, barricato, era terrorizzato. Vide i poveri che arrivarono, che erano armati ma non facevano niente perché senza la rabbia, senza la fame, la sete, l’orgoglio e senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione. Allora il podestà capì e andò in cantina, prese una bottiglia, una sola di tutte quelle accumulate. In quella bottiglia c’era la libertà di quei poveri che stavano lì. Prese questa la libertà e gliela riconsegnò. I poveri adesso avevano la libertà e ci potevano fare una passeggiata, una canzonetta, un partito ma non ci fecero niente perché la libertà da sola non serve a niente. Allora il podestà capì, si cercò nelle tasche e trovò un pacchetto di caramelle alla menta e le regalò ai poveri. E i poveri tornarono a essere liberi. Liberi di succhiare “mentine”.

Fonti

1. A. Salza, Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema, Sperling & Kupfer, Milano 2009, p. 18. 

2. A. Salza, Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema, Sperling & Kupfer, Milano 2009, p 10. 

3. W. Wink, Rigenerare i poteri, discernimento e resistenza in un mondo di dominio, EMI, Bologna 2003, p. 186. 

4. O. De Leonardis, Alterità, Distanza. I nuovi muri di un potere che ignora, Articolo tratto da: http://www.souqonline.it/ home2_2.asp?dpadre=933&idtesto=657.

5. Ibid.

6.Ibid.

7. Ibid. 

8. A. Zanotelli, I poveri non ci lasceranno dormire, Monti, Saronno 1996, p. 21. 

9. A. Salza, Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema, Sperling & Kupfer, Milano 2009, p . 29. 

Roberto Radice
collabora con i Comboniani nelle missioni in Kenya
e con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca