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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Tecnica e politica: come internet sta cambiando il mondo

di Tonello Eva

Accedere alla conoscenza senza limiti

Il primo contatto che ebbi con internet fu attraverso la televisione. Erano gli anni ’90 e andava in onda lo spot di un provider e-mail che finiva in un gioioso «yodel» che mi rimase in testa per anni: proprio quel canto mi pareva l’annuncio di una nuova era, del futuro che arrivava, luminoso e prospero.

Internet, negli anni ’90, pareva l’avverarsi della grande utopia che avrebbe permesso agli umani di fare un salto evolutivo epocale e quasi etologico: tutti avremmo potuto accedere alle informazioni e alla conoscenza senza limiti, neanche economici, prospettando un’evoluzione verso l’«homo informaticus»; tutti saremmo stati connessi, in ogni istante, potendo comunicare con l’altra parte del mondo con un click; tutti avremmo potuto, con i nuovi mezzi e l’accessibilità alla conoscenza, prendere parte ai processi decisionali della vita pubblica. Internet prometteva libertà, democrazia e una discreta dose di evoluzione benigna dell’uomo.

Con i media, cambia la società

Internet, qui inteso come la totalità delle nostre connessioni digitali, ha rispettato le sue promesse? Cosa ne è stato della creazione di uno dei manufatti umani più importanti della storia, forse addirittura più della stampa? Dove ci sta portando? Dobbiamo chiedercelo avendo bene in testa che, come afferma il creatore del World Wide Web, Tim Berners Lee, «il web è più una creazione sociale che tecnica» e quindi ha a che fare fortemente con la struttura relazionale della nostra società: lo sviluppo sociale si intreccia fortemente con quello tecnologico, è un processo inscindibile, unico nel suo insieme, che si può tentare di governare, di guidare, decidendo assieme obiettivi e regole o subirne i suoi rivolgimenti per mancanza di lungimiranza.

Benché ci piacerebbe toccare le vette di domande escatologiche circa l’evoluzione tecnica che sta compiendo l’essere umano, proveremo a focalizzarci sugli impatti che questa ha avuto sulla nostra vita politica e di come abbia stravolto dinamiche e regole, politiche quanto sociali: come diceva Walter Benjamin, quando cambiano i media, cambia anche la società. Terremo a mente come l’interpretazione dell’evoluzione tecnica è già uno degli ingredienti fondamentali di un’organizzazione politica (anche se questo talvolta si traduce brutalmente in una politica fatti di selfie e tweet) e come dovremmo portare questo esercizio interpretativo a un livello più alto, conscio e globale. Ci pare chiaro che soprattutto l’Europa debba porsi urgentemente delle domande circa lo sviluppo tecnico, sia perché manca di grandi colossi tecnologici digitali sia perché lo sta subendo in senso geo-politico, con la destabilizzazione della desinformacija che spira da est, atta a sgretolare l’UE, ulteriore passo verso un mondo multipolare sovranista.

Partendo da queste questioni, ho voluto scattare una fotografia di come la rete informatica stia modellando il mondo socio-politico e di come i mezzi social abbiano coadiuvato l’ascesa del sovranismo autoritario.

I nostri dati sono il nuovo petrolio

Riprendiamo dagli anni 2000. Internet si allargò e si specificò: arrivarono Napster, YouTube, Google, Wikipedia, lo «streaming», nuove piattaforme di condivisione di ogni genere, nuovi servizi digitali e i social network. Chiesi ai miei professori dell’università come fosse possibile avere tutto ciò in modo gratuito: mi risposero «pubblicità». Anni dopo scoprii che si sbagliavano, ma non troppo, e che il mondo accademico non stava ben capendo cosa stesse succedendo e quale fosse la pietra filosofale di questo cambiamento: i dati. Il tracciamento, la categorizzazione, l’analisi e l’intelligenza ricavata dai dati era il nuovo petrolio e l’informazione automatizzata era la scienza per mapparli, estrarli, comprenderli e propagarli. Dopotutto, la mission che si dava Google era chiara: organizzare le informazioni del mondo e renderle accessibili a tutti.

Cinque anni della nostra vita sui social

L’anno 2018 segna uno spartiacque nella storia dell’umanità: per la prima volta, le persone connesse a internet superano quelle disconnesse dalla rete. Se guardiamo l’Italia, gli utenti di internet sono circa il 73% della popolazione e questa larga parte della popolazione italiana passa online in media 6 ore al giorno. Guardando più in profondità, si nota che il tempo dedicato ai social network giornalmente è di circa 2 ore. Facendo un rapido calcolo, un italiano medio passa circa 5 anni della sua vita sui social: per capirne l’impatto e darvi un paragone, è sufficiente pensare alla somma del tempo che passiamo a mangiare nell’arco della nostra vita: poco più di 3 anni. Il tempo che passiamo online tende ad appiattirsi e ridursi ai social, sempre meno social network e sempre più social media.

La piattaforma social più utilizzata in Italia è Facebook, la quale raccoglie 30 milioni di utenti, ovvero mette insieme, nello stesso luogo digitale, il 65% degli aventi diritto al voto. Zuckerberg crea Facebook con l’intento di connetterci con i nostri amici, parenti e conoscenti, ma col tempo, è sempre più utilizzato per informarsi e qui si discutono i fatti di cronaca, le notizie e poi, in modo sempre più preponderante, le questioni politiche. Facebook diviene il luogo preposto alla comunicazione politica, che cambia e diventa più social-pop, e all’espressione delle proprie idee personali, nonché al confronto su queste: i social, e Facebook in particolare, divengono la nostra agorà social. Dieci anni prima, neanche Zuckerberg stesso avrebbe potuto immaginare questa evoluzione della destinazione d’uso della sua piattaforma, purtroppo.

Passiamo sempre più tempo sui social, ma quali contenuti li affollano? Un’indicazione ce la dà l’analisi dei contenuti condivisi nelle elezioni di «mid-term» 2018 negli USA: il 25% delle informazioni condivise erano junk news, letteralmente notizie spazzatura, ovvero l’insieme di notizie false, mendaci e fuorvianti; il 19% erano agenzie di stampa e «professional news» e solo il 5% riguardava i candidati stessi, esperti e agenzie governative. Così si inizia a parlare di «computational» propaganda, propaganda automatizzata grazie all’uso dei robot che, seguendo le statistiche sopra, produce, perlopiù, notizie spazzatura, inquinanti e ingombranti.

Popolo di Facebook, ascolta!

Per la storia della politica italiana, un passaggio di questa evoluzione avviene nel 2014 quando Luca Morisi, docente di filosofia dell’informazione a Verona ed esperto di IT e new media, incontra Matteo Salvini e gli propone di puntare tutto sulla piattaforma di Zuckerberg, facendo leva su una sua intuizione fondamentale: «Il popolo è su Facebook». Morisi, col tempo, diventa il suo responsabile della comunicazione e poi stratega a tutto tondo. Quella sua intuizione diceva molto dell’evoluzione del messaggio politico che stava avvenendo, sia in termini di forma e di contenuti, ma soprattutto del concetto di Facebook che hanno i populisti-sovranisti italiani: il luogo di incontro con gli elettori, il luogo dove si ricerca la legittimazione politica e dove l’elettore si identifica col politico, comprimendo l’esercizio rappresentativo in questo spazio virtuale.

Un sovranismo tecnologico

Così negli anni ’10, i social media sono ottimizzati da essere particolarmente efficaci nel raggiungere direttamente un grande numero di persone mentre, simultaneamente, «targhettizza» il messaggio sui singoli individui. Proviamo a farne un esempio: Cambridge Analytica aveva abbastanza dati e capacità di elaborazione da poter profilare la personalità, abitudini, gusti e comportamenti degli utenti dei social e «targhettizzare», costruire su misura, il messaggio comunicativo modellandolo sulle categorie umane mappate, andandone a toccare le apposite corde giuste in un’esposizione selettiva. Insomma, una comunicazione di massa, ma iperselettiva che tende a creare delle piccole bolle informative intorno a ogni individuo connesso.

Cambridge Analytica è una delle tante organizzazioni che usano delle tecniche digitali per un certo tipo di controllo sociale, ma anche le organizzazioni statali si sono mosse in questo senso: il regime cinese sta andando verso una «gamification» dove l’accesso alla società viene regolato da un punteggio a seconda dei comportamenti messi in atto, tracciato e calcolato con i mezzi informatici. Dall’altra, si sospettano fabbriche di troll a San Pietroburgo, addestrate per destabilizzare e inquinare il dibattito pubblico in Europa, diffondendo «fake news» e imponendo dei contenuti di discussione altamente divisivi e fuorvianti. L’uso di notizie false per destabilizzare un paese concorrente è di antica data, ma ora ha un’incredibile capacità penetrativa e di manipolazione. Ciò che è interessante da notare è come questi regimi autoritari riescano a essere tali perché hanno reso il più possibile impermeabile la loro rete informatica, portandoci a parlare non di un unico internet, ma di diversi internet. Questa dinamica pare prefigurare un sovranismo tecnologico, dove ogni blocco geopolitico avrà la sua rete informatica chiusa, con annesso limitato accesso ai dati e alle informazioni del mondo, tradendo così lo spirito globale degli albori.

Cosa chiediamo al domani

Dato il quadro, giocoforza, i regimi liberali sono entrati in crisi faticando ad autoregolamentarsi e logorati da 10 anni di crisi economica. Difficile dire se i nuovi mezzi di telecomunicazione abbiano favorito di per sé, per le loro dinamiche, l’ascesa di nuove forme di autoritarismo o se queste abbiano meglio interpretato lo sviluppo tecnologico in atto, ma rimane il fatto che i paesi del blocco occidentale abbiano perso la bussola circa dove condurre l’evoluzione socio-tecnologica e la subiscano, anche politicamente, da chi abusa di internet. Sarà necessario ripensare allo spirito con cui è partita questa avventura, conservandone o cassandone gli elementi di liberalità e globalità. È urgente porsi queste domande sull’uso che facciamo di internet e dei social, le quali saranno fondamentali per salvaguardare la salubrità dell’informazione, condizione per un buon esercizio democratico, e per testare la funzionalità della democrazia rappresentativa in questo nuovo quadro. Come dice il presidente dell’Oxford Internet Institute: «Dobbiamo capire l’impatto dei social media sulla democrazia per capire l’internet che vogliamo domani», aggiungerei anche per capire la democrazia di domani, il nostro modo di stare assieme che, ormai, dipende da internet stesso.

Eva Tonello
friulana, 31 anni,
laureata in filosofia,
si occupa di IT Management