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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Trieste italiana, non solo

di Cardini Egidio

Due passi in frontiera

Aspettavo Trieste da anni. Avvertivo un’attesa forte e profonda. La sentivo da lontano, la annusavo con pudore. Come al solito, me ne ero fatta un’idea astratta e intellettuale, facendola aderire alla mia vicenda personale e ignorando se essa potesse davvero essere paragonata a me. Trieste è un crocevia di passioni negate, di istinti trattenuti, di desideri silenziosi e di sofferenze che vanno e vengono, come le onde del mare.

Trieste è un atto complicato. A Trieste non si sa mai come fare ed è stato un po’ come se il Maresciallo Giusto, che mi accompagnava, avesse ripetuto garbatamente il rifiuto per molti di immedesimarsi con un dolore nascosto.

Mi ha portato alla Risiera di San Sabba ma, con una scusa apparente, non alla foiba di Basovizza.

«Sai, non ci sono mai stato». E così ha inteso continuare a non andarci.

La foiba di Basovizza rappresenta un dolore invisibile per molti triestini. Prima della guerra aveva una certa profondità e dopo la guerra era profonda la metà. Quello spazio era stato occupato dai cadaveri di molta gente innocente, o meglio, colpevole soltanto di avere rappresentato l’“intellighenzia” italiana della regione: maestri, preti, funzionari, perfino militanti antifascisti. Con la loro uccisione i partigiani di Tito avevano inteso dare un colpo mortale all’identità culturale, prima ancora che nazionale, di un popolo. In fin dei conti la nazionalità è un fatto debole e fluttuante, ma la tradizione culturale no. Questa esprime distintamente la possibilità e la capacità di pensare di un popolo.

Pertanto Basovizza ha rappresentato una ferita preceduta da altre ferite, quelle inferte dalla stupidità fascista, che in precedenza aveva odiosamente represso la cultura slovena.

La memoria dell’esule

Poi ecco l’Istria e quella silenziosa diffidenza di Giusto, oltre a quell’italiano da lui usato ostinatamente per ogni villaggio attraversato: Bertocchi e non Bertoki, Albaro Vescovà e non Skofije, Isola d’Istria e non Izola, Villa Decani e non Dekani. Anzi, “Deciani”, come dicono a Trieste.

L’ostinazione di pronunciare in italiano i nomi che ormai i turisti pronunciano in sloveno e in croato rappresenta il rifiuto gentile dell’accettazione di un oltraggio. C’è qualcosa che contraddistingue coloro i quali ritengono ragionevolmente di avere subìto un torto che non potrà mai essere compreso fino in fondo né restituito a giustizia ed è l’ostinazione nella volontà di non riconoscere l’affermazione del diritto del vincitore, fosse anche per una parola straniera che sostituisca il proprio linguaggio.

Uno non lo accetta e non lo dà a vedere con rabbia o disprezzo. Semplicemente mantiene la sua parola, il suo linguaggio, il suo volto interiore. Sai, non vengo mai volentieri fino qui. Ci sono venuto nel 1971 perché mia moglie ha insistito tanto». Dura è la vita dello sconfitto. Uno non la accetta mai e poi si ribella senza darlo a vedere.

Sono entrato in Istria con emozione e non tanto perché io fossi diventato improvvisamente uno stupido nazionalista, ma perché ho imparato benissimo a identificarmi con l’allontanamento da se stessi e da una terra immaginaria che si voleva abitare o che è appartenuta fino a un certo disgraziato giorno.

Oggi ho capito perché conosco a memoria tutti i nomi italiani dell’Istria e della Venezia Giulia. Non tanto per una strana e indefinibile mania geografica o toponomastica, ma semplicemente per un’identificazione sotterranea con la condizione dell’esule, che resta incollato alle immagini della sua memoria.

«Pola, addio» – era scritto nei pressi del Teatro Romano della città. I polesani non ne hanno mai capito il perché, ma era comunque un addio ineluttabile, difficile e incomprensibilmente doloroso. E gli addii lasciano code sporche.

Sono tornato in Italia dalla frontiera caduta di Punta Grossa, nei pressi di Muggia, e l’aria intrisa di tristezza è stata sostituita dalla gioia di vedere quel posto di confine oggi abbandonato. È stato come se i fantasmi del respiro pesante della guerra si fossero finalmente e definitivamente ritirati. Il confine non c’era più o era diventato una linea invisibile, preannunciata solo da un cartello blu con dodici stelle gialle.

Trieste ha sempre avvertito, quasi con timore, il respiro duro della presenza slava sulle montagne che la sovrastano, da Opcina fino al Carso. Non Villa Opicina ma Opcina, come dicono a Trieste, in quell’italiano così unico e rimescolato con il sapore di una varietà culturale vincente.

La città cosmopolita

Trieste è solo italiana per l’ottusità di molti, ma è cosmopolita nel sangue. È italiana e austriaca, è slovena e ungherese, è serba ed ebraica. Appartiene al mare e, come ogni città di mare, porta con se quello che riceve dalle onde, in quel fortunato connubio tra uomini di ogni etnia, religione e cultura. È tollerante e colorata nella sua improbabile freddezza.

La bora oggi è il suo dispetto più giocoso e divertente. La Siberia la manda come se fosse una maledizione mortale, ma Trieste la rielabora, facendola passare tra le sue gole carsiche che le stanno appena sopra. Solo allora questo vento impetuoso diventa l’emblema di una pazzia furiosa.

La bora non è solo potente, ma ha l’abitudine di cambiare direzione in qualsiasi istante e in ogni luogo. Uno pensa di spingere in avanti per vincere la sua forza straordinaria e la bora all’improvviso lo prende alle spalle, facendolo rotolare come un bambino o buttandolo in acqua come un orsacchiotto di pelouche.

La bora è uno scherzo, un gioco da ragazzi, è la trasformazione di una minaccia in una furia divertente. È il bellissimo dispetto al male.

Poi Piazza Unità d’Italia apre al mare con una magia imperiale, come la mano di un prestigiatore che fa spuntare una colomba dal braccio. L’eleganza asburgica è raffigurata da una solennità che fa a pugni con la dolcezza dello stesso mare. Il sapore del caffè, che a Trieste è un rito, oltre che una ricchezza economica, riempie l’aria di una classe sopraffina, ma sempre attraverso la semplicità della gente del mare. È un po’ Vienna e un po’ Venezia, un po’ Budapest e un po’ Mediterraneo.

Il Golfo, decorato dalle sue montagne, è l’esito dell’Oriente che guarda all’Occidente e che abbatte finalmente ogni stupida frontiera. I Balcani finiscono a Trieste e, con essi, finiscono le loro storie di sangue e le loro lotte brutali del presente e del passato. Trieste è l’estuario di un fiume che si apre alla pace. È un fiore piegato dalla bora, è pur sempre un fiore piegato all’ingiù dalla forza impetuosa di quel vento, ma mai reciso.

A Trieste la bora incontra il mare e lì si esaurisce sfinita. A Trieste il gelo muore. Sì, si sente nell’aria.

Trieste è la fine del freddo.