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Family Act: per generare il futuro

di Redazione

L’assegno unico e universale è il primo passo di un’ampia riforma a favore delle famiglie, che diventa legge dello Stato. Tutti avranno una somma mensile a disposizione di ogni figlio, la cui quantificazione è commisurata al reddito e cresce dal terzo figlio in poi, a prescindere che i genitori siano lavoratori dipendenti, autonomi o incapienti (senza redditi). Poi dovrebbero arrivare misure su educazione, natalità, sostegno alla genitorialità, lavoro femminile e autonomia dei giovani: con un approccio integrato e non come misure spot e disarticolate com’è stato fino a oggi.
Un fattore della denatalità è la correlazione tra la libertà delle donne di poter progettare la loro vita e il lavoro, integrandolo con la maternità.
Dovrebbero quindi arrivare misure ulteriori a favore dei congedi parentali garantiti a tutti i lavoratori, autonomi inclusi; incentivi al lavoro femminile; decontribuzione di quello domestico; possibilità di rendere meno costoso per le imprese assumere le donne. I dati europei dicono che dove aumenta l’occupazione femminile, aumenta anche la natalità.
Quando arriverà madrugada nelle case dei lettori si capirà se sarà già erogato dal 1° luglio l’assegno e di che entità sarà (si è parlato di 250 euro per figlio ma anche in rapporto al reddito e di più dal terzo figlio).
Un disegno di legge analogo (Bonetti-Catalfo) era già stato approvato in autunno scorso alla Camera dei Deputati con 452 voti favorevoli e un solo astenuto. L’assegno dovrebbe valere fino a 21 anni (con obbligo però di mandare a scuola i figli) e dalla maggiore età essere dato direttamente al figlio. La spesa per il 2022 sarebbe di 5 miliardi. L’Italia fa quindi un passo avanti nelle politiche a favore delle famiglie in quanto fino a oggi era al terzultimo posto in Europa per spesa pubblica in rapporto al PIL per la famiglia (1,2%) rispetto a una media UE del 2,2%, 2,4% della Francia e 3,3% della Germania. Inoltre la spesa italiana era squilibrata a favore dell’aiuto in denaro (83% e solo 17% nei servizi), mentre negli altri paesi c’è un maggior investimento nei servizi (asili, ecc.): media UE 38%, Francia e Germania 40%. Il consenso di tutti i partiti è quanto mai importante, in un paese in cui le differenze tra i partiti nelle politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità sono state sempre ampie e hanno sicuramente contribuito a ritardare la costruzione di un quadro complessivo di intervento.

a cura della Redazione