MELQUÍADES
Fonte: Razón Pública
CC BY-NC-SA 3.0
I molteplici volti della crisi: ecologica, etica ed esistenziale
Esistono molti modi per parlare della situazione attuale sul pianeta Terra, ma la chiave di tutti questi discorsi è il concetto di crisi. In questo testo, spiego le diverse opinioni su questa crisi e sostengo che, indipendentemente dal quadro concettuale scelto, si tratta di un dilemma etico ed esistenziale per gli esseri umani.
È importante chiarire un po’ la mappa mentale di queste discussioni, poiché in ultima analisi coinvolgono una serie di fattori che costituiscono la più grande minaccia esistenziale che abbiamo mai affrontato come specie e come pianeta vivente. Sebbene tutto finisca un giorno, compresi pianeti, sistemi solari e galassie, non possiamo fare a meno di preoccuparci che la vita sulla Terra – la nostra e tutte le altre forme di vita, umane e non umane – finisca come conseguenza delle nostre azioni e scelte collettive. Pur disponendo delle soluzioni tecnologiche, scientifiche, tecniche ed economiche per riparare i danni arrecati al mondo, per ragioni politiche non le stiamo applicando. E chiarire il nostro modo di concepire il problema è un modo per iniziare a restringere il campo di queste possibili soluzioni. Pertanto, una riflessione teorica come questa può essere preziosa per vedere più chiaramente la situazione in cui siamo immersi oggi.

Le forme di crisi: tripla, multi, poli e meta
Il concetto stesso di crisi, sebbene risalga a tempi antichi, è una caratteristica della modernità, in cui la gestione e il superamento delle crisi rappresentano, secondo Rowson , il modo per affrontare il futuro. La crisi si riferisce a un momento di rottura, un punto in cui una traiettoria prende una nuova direzione. Non ha necessariamente la connotazione negativa che le diamo oggi: di urgenza, di collasso. Tuttavia, l’inerzia o la dipendenza dal percorso sono una potente forza sociale, motivo per cui un simile cambiamento di rotta può, nella maggior parte dei casi, essere traumatico e, anticipandolo, angosciante.
Pertanto, nelle discussioni sull’attuale situazione ecologica, diversi concetti coesistono in relazione alla crisi: tripla crisi, multicrisi, policrisi, metacrisi. Ognuno di essi viene presentato per chiarire a cosa si riferiscono e come inquadrano diversi percorsi di riflessione e azione. Indipendentemente dal nome, il punto di rottura che stiamo vivendo rappresenta un rischio esistenziale e una sfida etica di proporzioni senza precedenti. Se tutto va storto, si verificherà un collasso delle condizioni che consentono alle forme di vita attualmente predominanti di continuare a esistere su questo pianeta.
Nell’ambito delle discussioni ambientali, il concetto che ha preso piede è quello della triplice crisi planetaria, che si riferisce alle situazioni convergenti di cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento in tutte le sue forme (suolo, acqua, aria, mari, rifiuti solidi, plastica, ecc.). Si tratta di un modo per affrontare, in un unico concetto, tutti i danni ambientali che continuano a essere arrecati, riconoscendone l’interrelazione e l’interdipendenza, poiché storicamente sono stati trattati separatamente. Ogni aspetto ha il suo trattato internazionale, la sua struttura burocratica, ma negli ultimi anni è stato riconosciuto che la natura non funziona in compartimenti così stagnanti.
Infatti, quando i rifiuti non vengono gestiti correttamente, la biodiversità ne risente, sia l’acqua che il suolo vengono inquinati, e le emissioni di rifiuti e la cattiva gestione contribuiscono al cambiamento climatico. Quando la biodiversità va perduta, interi ecosistemi possono collassare e il territorio può desertificarsi e perdere la sua capacità di assorbire CO2, per fare solo alcuni semplici esempi. Il discorso di una tripla crisi planetaria è un invito all’azione affinché possiamo avere un futuro sostenibile su questo pianeta.
Nelle versioni più recenti di questa idea, alcuni parlano di multicrisi per indicare che non si tratta solo di tre problemi, ma di molti altri che colpiscono, oltre a quelli già menzionati, la salute e l’alimentazione umana, data la maggiore probabilità e frequenza di pandemie e carestie generate dal superamento di sette dei nove (7/9) limiti planetari. La soluzione alla crisi in questa prospettiva si basa sulla cooperazione internazionale, a partire da un paradigma di interdipendenza tra Stati e dalla funzionalità del sistema internazionale e dei trattati ambientali, insieme a una governance globale che coinvolga il settore privato e la società civile in soluzioni economiche e politiche collettive.
Su altri fronti, nelle discussioni da una prospettiva sistemica e di complessità, parliamo di policrisi come di uno stato che affronta un insieme complesso di rischi in sistemi interconnessi. Questa prospettiva serve a indicare che ciò che accade nel mondo naturale include e colpisce anche noi esseri umani, e a comprendere che la crisi “ambientale” è allo stesso tempo una crisi sociale, politica ed economica per la nostra specie. Siamo anche una specie animale e parte della natura; non ne siamo separati. Le diverse crisi, umane e non umane, sono interconnesse in modi complessi.
Da un lato, gli esseri umani danneggiano gli ecosistemi e i mezzi che sostengono la vita perché le nostre istituzioni politiche, economiche e sociali sono degradate. Democrazia, capitalismo, etica pubblica, società dei consumi, invenzioni tecnologiche: tutti questi possono essere considerati in crisi, in declino, e questo causa la nostra differenziazione e alienazione dal mondo naturale e ci permette di danneggiarlo senza comprenderlo. Ma anche, al contrario, i problemi che abbiamo creato in natura ci influenzano sempre di più e approfondiscono le disuguaglianze sociali ed economiche, la competizione per le risorse, la violenza, i problemi di salute globale, la precaria stabilità politica che ci allontana dalle guerre, i fragili diritti umani che cerchiamo di difendere da noi stessi e l’intelligenza artificiale non regolamentata. Questa è la policrisi. Le possibili soluzioni si basano sull’idea di gestire i rischi, regolamentare meglio e aumentare la resilienza dei sistemi sociali ed ecologici.
In un tentativo ancora più audace di spiegare in modo sistemico e completo le difficoltà che caratterizzano il nostro spirito del tempo , autori come Daniel Schmachtenberger parlano di metacrisi. Questo concetto va oltre i precedenti, poiché indica che non si tratta di diverse crisi che si collegano e si rafforzano a vicenda, ma piuttosto dei fattori che sono alla base di tutte le crisi, ovvero il “meta” della “crisi”. In questo approccio, l’attenzione si sposta dalla preoccupazione primaria per l’aspetto esistenziale della crisi (sopravviveremo o no?) a una riflessione sui suoi aspetti etici, psicologici e persino spirituali.
La metacrisi è la crisi di fondo del nostro tempo. Non riguarda solo il cambiamento climatico, la disuguaglianza economica e l’instabilità geopolitica, ma il fallimento dei sistemi che li producono e delle capacità umane necessarie per gestirli. Riguarda il collasso della civiltà, il fallimento delle istituzioni, il fallimento della governance globale, la perdita di significato e scopo, una crisi di salute mentale e molto altro.
La dimensione etica e spirituale della crisi
Centrale nella visione della metacrisi è una prospettiva transumanista, ovvero una prospettiva che non pone gli esseri umani al vertice delle forme di vita né li considera separati da esse. Pertanto, l’etica in questione è un’etica ecologica, che riguarda gli ecosistemi e la vita in termini ampi, ma è anche un’etica spirituale in cui la connessione tra tutte le forme di vita è una realtà profonda che va oltre l’utilità umana, l’uso, lo sfruttamento e lo sfruttamento di tutto il resto. La natura e la vita sono fini a se stesse.
Questo pensiero etico ha sostenuto decisioni legali come la concessione di status o diritti legali a fiumi o ecosistemi. Pertanto, i sostenitori della metacrisi indicano cause nella psiche collettiva dell’umanità che ci hanno disconnesso da questa visione di noi stessi come parte del mondo naturale – cause radicate nella modernità, nel razionalismo e nell’individualismo. Questo pensiero è alla base di approcci rigenerativi, che attingono a elementi del pensiero indigeno di diverse culture, del buddismo e di tradizioni spirituali rispettose delle forme di vita, ma anche della teoria della complessità e dei sistemi viventi. Le nostre ferite di separazione, i nostri paradigmi che ci vedono come esseri cerebrali separati, sono responsabili sia dei problemi che abbiamo causato sia della nostra fondamentale incapacità di vederli come problemi, per non parlare di risolverli.
Un necessario cambio di paradigma
La soluzione, quindi, sarebbe un profondo cambiamento di paradigma che possa integrare il pensiero scientifico con l’etica; una visione ecologica con le visioni del mondo e la saggezza indigene; una consapevolezza delle crisi umane, delle crisi del mondo naturale e del senso ampliato di una perdita di significato individuale e collettivo, il tutto all’interno di una prospettiva che si estende dall’interno all’esterno.
Questi approcci alla crisi sono quindi cerchi concentrici che non si escludono a vicenda. Potrebbero essere intesi come approcci progressivamente più ampi, partendo da quello puramente biofisico per poi crescere verso quello ambientale, economico, politico, sociale e infine meta-umano. Ogni lettore può scegliere quali di questi elementi risuonano con la propria visione dei tempi in cui viviamo e con il proprio modo di comprendere lo stato del mondo e la sua permanente “crisi”. È vero che a partire da questo concetto, normalizziamo problemi gravi per i quali disponiamo di strumenti tecnologici, cognitivi, collettivi e interni per risolverli. In altre parole, invece di parlare di crisi, dovremmo iniziare ad attuare i cambiamenti che rientrano nel raggio di manovra di ciascun individuo, inclusa l’organizzazione di noi stessi per un’azione collettiva.
Pubblicato da Razón Pública, da noi tradotto.
Carolina Isaza
Dottorato di ricerca in Governo e Pubblica Amministrazione. Consulente e professore indipendente.
