MELQUÍADES
Fonte: Eldiario.esCC BY-SA 4.0
José Nivoi: “L’Europa si dirige verso l’impoverimento sociale per far avanzare la militarizzazione e la guerra”
José Nivoi è membro dell’Unione Sindacale di Base (USB) di Genova e portavoce del Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP). Entrambi i gruppi hanno organizzato proteste e scioperi in diverse città italiane contro l’aumento delle spese militari, i tagli alla spesa sociale e la complicità europea nel genocidio israeliano a Gaza.

Il 28 novembre il loro gruppo ha organizzato un’altra giornata di mobilitazioni a Genova, con uno sciopero dei lavoratori e una manifestazione a cui hanno partecipato la relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, Francesca Albanese, l’attivista Greta Thunberg, l’ex ministro greco Yanis Varoufakis, il giornalista americano Chris Hedges e l’attivista brasiliano Thiago Avila, uno degli organizzatori della Global Sumud Flotilla verso Gaza.
Erano tutti lì per sostenere le azioni di questi membri del sindacato e il 29 novembre si sono recati a Roma con Nivoi e altri lavoratori per partecipare a una grande manifestazione contro il genocidio a Gaza e l’aumento delle spese militari europee. Albanese, Thunberg, Avila e Nivoi, insieme ai portavoce degli studenti italiani, si sono rivolti a migliaia di persone al termine della protesta.
“Abbiamo raccolto l’appello allo sciopero dei lavoratori del porto di Genova. Grazie, Genova”, ha detto la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite nel suo discorso, insieme a Nivoi. Sia nella città portuale che nella capitale italiana, striscioni e slogan si sono concentrati sulla solidarietà con la Palestina e sulla critica all'”economia di guerra” e ai tagli ai programmi sociali.
elDiario.es era con loro e ora intervista il portavoce dell’USB Genova, José Nivoi.
Quali sono le ragioni alla base di queste mobilitazioni?
Le ragioni dello sciopero sono chiare: opporsi al finanziamento della guerra. Ogni anno il governo italiano approva piani economici pluriennali e ha dato il via libera a un massiccio aumento della spesa militare. Abbiamo già raggiunto i 34 miliardi di euro di spesa militare e nei prossimi anni arriveranno a 100 miliardi di euro.
Ciò significa una cosa molto concreta: denaro pubblico destinato all’industria militare, denaro che appartiene a tutti e che viene decurtato da ciò che sostiene la vita quotidiana: sanità pubblica, istruzione, pensioni, ma anche servizi locali. Vale a dire, trasporti pubblici, sicurezza cittadina contro rischi ed emergenze, manutenzione scolastica: tutto ciò che rientra nell’interesse pubblico.
Questo spostamento di risorse porta a un impoverimento diffuso, che colpisce sia i lavoratori che la popolazione in generale. Ecco perché è stata la ragione principale dello sciopero del 28.
Nelle loro proteste collegano l’economia di guerra, i tagli e il genocidio a Gaza
Il problema è che l’aumento della spesa militare porta all’impoverimento perché deve essere accompagnato da tagli in altri settori, in particolare nei programmi sociali. Questo, a sua volta, è direttamente collegato alla seconda questione, il genocidio, perché la scelta dell’Italia di finanziare ulteriormente il suo settore militare significa che queste armi dovranno poi essere utilizzate o vendute a qualcuno: senza dubbio a Israele, senza dubbio all’Ucraina e, in generale, a tutte le zone di guerra in cui la NATO è attivamente complice, e quindi, dove anche il nostro Paese, in quanto membro della NATO, è complice.
Per noi oggi, difendere la Palestina significa soprattutto portare la questione al centro dell’attenzione degli Stati che sostengono Israele, sia militarmente che politicamente. Per questo possiamo affermare che non si tratta di questioni separate: fanno parte della stessa responsabilità.
Quale ruolo possono svolgere proteste e scioperi di fronte all’aumento della spesa militare, ai tagli e alle alleanze dell’Europa con Israele?
In questo contesto, i lavoratori svolgono un ruolo centrale nel promuovere un autentico boicottaggio dei conflitti armati. Il caso palestinese ha certamente una specifica urgenza, ma stiamo parlando più in generale del modello economico dei nostri Paesi.
Oggi, la mobilitazione dei lavoratori nei settori strategici, in particolare quello portuale, ci consente di passare dalla teoria alla pratica, bloccando fisicamente il transito delle armi. Ma soprattutto, i nostri sforzi si concentrano sul settore industriale: su quelle fabbriche che attualmente producono componenti per armi o sistemi d’arma completi.
Per esempio?
Un esempio lampante è quanto accaduto a Porto Sant’Elpidio, un piccolo porto marchigiano, dove una piccola industria produce componenti per bombe e, soprattutto, componenti per droni utilizzati dall’esercito israeliano. Questo caso illustra precisamente lo scopo del nostro intervento.
Dal mondo del lavoro è ora possibile costruire un approccio politico, non solo rivendicativo, che ponga i lavoratori in prima linea nel boicottaggio contro Israele e contro le diverse zone di guerra. Anche perché sono loro a subirne le conseguenze: l’aumento dell’inflazione, la mancanza di aumenti salariali e la conseguente stagnazione salariale generano una cronica insicurezza economica, che in Italia si trascina da oltre trent’anni e che ora si aggrava.
Oggi in Italia chiunque guadagni meno di 2.000 euro può essere considerato un working poor, ovvero, pur avendo un lavoro, appartiene a una categoria sociale impoverita, secondo gli standard europei.
Una dichiarazione di CALP e USB del 31 luglio celebra “un’altra significativa vittoria nella lotta al traffico di armi nei porti italiani”. Quali risultati tangibili hanno ottenuto?
La mobilitazione del 31 luglio ha un significato profondamente positivo. La definiamo una vittoria storica perché segna una svolta rispetto alle esperienze precedenti. Fino ad allora, per bloccare le spedizioni di armi, non bastava semplicemente dichiarare uno sciopero: era necessario accompagnarlo con forme di resistenza aggiuntive, in alcuni casi molto dure.
Questa volta è stato diverso. Il blocco della nave COSCO, che trasportava tre container di armi destinati a Israele – e che era stata anche sequestrata dai lavoratori al Pireo nell’ambito di un’operazione coordinata a livello internazionale – ha prodotto un risultato senza precedenti. Dopo essere stata bloccata sia in Grecia che in Italia, la compagnia di navigazione ci ha informato che la nave non solo si sarebbe rifiutata di scaricare le armi in qualsiasi porto europeo, ma le avrebbe anche rispedite al mittente, in questo caso Singapore, il porto più grande del mondo.
Stiamo quindi assistendo a una vittoria storica nel blocco delle spedizioni di armi, ottenuta grazie alla mobilitazione e all’azione diretta dei lavoratori. Si tratta di un risultato di enorme importanza, che dimostra che l’organizzazione e il coordinamento internazionale possono avere effetti reali e concreti.
A giugno, i portuali di Marsiglia-Fos, in Francia, sono riusciti a bloccare un carico di armi destinato ad Haifa, in Israele. A Genova, gruppi come il vostro hanno poi organizzato un altro blocco, seguito da uno a Salerno. Come è avvenuto questo coordinamento?
A giugno abbiamo compiuto un passo decisivo, insieme ai lavoratori francesi. Il 28 febbraio 2025, ad Atene, dopo oltre un anno e mezzo di incontri con i lavoratori portuali di diversi paesi, abbiamo deciso di creare l’International Ports Coordination. È uno strumento che ora ci consente di collaborare direttamente e condividere informazioni sul possibile arrivo di navi che trasportano armi.
È esattamente quello che è successo con i portuali a Fos-sur-Mer. Abbiamo coordinato i nostri sforzi riguardo a una singola nave che trasportava tre container di armi e siamo riusciti a bloccarla lì. Abbiamo quindi avvisato il porto di Salerno. Abbiamo segnalato l’arrivo della nave, che alla fine è attraccata vuota, poiché le armi erano già state messe in sicurezza a Fos-sur-Mer.
A Genova abbiamo bloccato sia la nave che, a terra, l’ingresso dei camion. E a Salerno abbiamo nuovamente bloccato l’accesso ai camion. È stata un’azione coordinata in diversi porti che dimostra che, quando esiste un’organizzazione internazionale, bloccare le spedizioni di armi è non solo possibile, ma efficace.
In un contesto di aumento delle spese militari, richiesto dalla NATO e dagli Stati Uniti, la loro unione si concentra sull’azione contro il crescente bellicismo a livello europeo.
Il contesto europeo è fondamentale per portare queste lotte a un livello veramente internazionale. Questo perché l’industria degli armamenti e la guerra sono strutturalmente di natura internazionale. Pertanto, dobbiamo organizzarci innanzitutto a livello europeo, ma anche a livello internazionale.
In questa fase, riteniamo essenziale dedicare un’attenzione specifica al Mediterraneo, uno spazio in cui oggi si intersecano due realtà inscindibili: il traffico di armi e le persone in fuga dai conflitti. Circa il 12% del commercio mondiale passa attraverso il Mediterraneo, e in particolare attraverso il Canale di Suez. Mantenere un coordinamento attivo in quest’area significa disporre di una potente leva di influenza.
Per questo dobbiamo concentrare i nostri sforzi su questo asse ed estendere il coordinamento a diversi settori: industria, scuola, ferrovie, aeroporti e porti; cioè a tutti quegli ambiti che oggi mantengono legami diretti o indiretti con la guerra, sia attraverso la produzione di armamenti, sia attraverso gli eserciti o gli Stati che la promuovono.
In che modo il riarmo influisce sugli interessi delle popolazioni?
L’Europa, nel suo complesso, si sta dirigendo verso un processo di impoverimento sociale che favorirà la militarizzazione e la guerra. Sebbene vi siano differenze tra i paesi, derivanti da specifiche politiche interne ed economiche, la tendenza generale è chiara: tagli sociali, aumento della spesa militare e preparazione a scenari di guerra. Questa è la direzione che l’Europa sta seguendo oggi.
Este contexto no hace sino reforzar la necesidad de que los trabajadores nos coordinemos a nivel europeo, para construir respuestas comunes ante la guerra y la economía que la sostiene.
Nelle ultime settimane si sono verificate altre proteste a Genova.
Genova sta assumendo – o meglio, ha già assunto – un ruolo importante a livello internazionale nell’ambito dei movimenti sociali. Pur essendo spesso percepita come una città secondaria, oggi svolge un ruolo chiave, soprattutto per quanto riguarda la solidarietà tra lavoratori, una pratica che si era affievolita per anni e che ora stiamo riuscendo a far rivivere.
Solo pochi giorni fa, ad esempio, eravamo in piazza con i metalmeccanici, spalla a spalla con sindacati storicamente considerati addirittura “nemici”. Ma quando il sostegno ai lavoratori viene messo al centro, la logica della competizione sindacale perde di significato. Il sostegno reciproco diventa allora il vero punto di incontro tra le diverse realtà del mondo del lavoro.
Pubblicato da Eldiario.es, da noi tradotto.
Olga Rodríguez
giornalista specializzata in notizie internazionali, Medio Oriente e diritti umani.
