MELQUÍADES
Música brasileira: capitolo 2

“Questo giovanotto comincia da dove finisco io.”
No so se questa frase sia vera o se invece faccia parte delle tante leggende divulgate sul personaggio. Ma non importa, è bella lo stesso. È Giuseppe Verdi a dirlo dopo la presentazione dell’opera “Il Guarany”, alla Scala di Milano. Una tragica storia d’amore ambientata tra gli indios Guarany nella selva brasiliana, indios che cantano in italiano, sia chiaro. Poco male, pure Radames e Aida si scambiavano effusioni nella lingua di Dante! Tale fu l’ammirazione del vecchio maestro per il giovane autore: questo giovanotto continua da dove finisco io. Si rivolgeva a Carlos Gomes, Il nostro primo grande musicista classico. Le sue opere godettero di immensa popolarità grazie alla moda di quegli anni, il melodramma. Ed erano costruite secondo i canoni vigenti della musica erudita di allora. Ecco l’ouverture della famosa opera.
È però solamente all’inizio del 900 che la Música Brasileira erudita acquista la sua vera dignità, l’autonomia rispetto ai modelli europei. E non solo la musica ma tutte le forme di espressione artistica. Il 1922 è l’anno chiave e São Paulo è il luogo. Vi si svolge la Settimana di Arte Moderna, in cui artisti, poeti e musicisti presentano il loro vigore al paese attonito e completamente meravigliato dalle novità. Viene lanciato il “Manifesto Antropofagico” in cui non solamente si ammetteva il cannibalismo culturale ma addirittura lo si incentivava: solo attraverso la deglutizione e l’assimilazione di ogni influenza, di ogni cultura, è possibile la nascita di una nuova forma espressiva, originalmente locale. Insomma, il Brasile prendeva coscienza di sé, del suo essere meticcio. Niente più viene imitato, ma creato. Le scuole europee, cubismo, futurismo, dodecafonia ecc, vengono assimilate digerite e ricreate attraverso la sensibilità locale, negra, indigena, bianca: Brasileira.
Arte, letteratura e musica formano così un unicum espressivo indissolubile. Fino ad oggi. Basta pensare alla sfilata del Carnevale di Rio. O al nostro cinema. Oppure a un libro di Jorge Amado. L’arte del secolo è figlia di quella Settimana di Arte Moderna in cui giovani artisti dichiararono la loro indipendenza dai modelli europei. Tra essi Heitor Villa-Lobos.
Racconta Tom Jobim, che recatosi a casa del maestro per la lezione di armonia, lo trova concentratissimo a comporre. “Maestro, ma come fa a tenere la finestra aperta, con questo rumore… il tram che passa, le grida dei venditori al mercato…?”; “Vedi, caro Tom, quello che succede fuori non mi interessa. L’orecchio esterno, quello che senti attraverso il timpano, non ha niente a che fare con l’orecchio interno, la musica che viene da te”. La musica sorge indipendente, autonoma, tellurica. Possedeva inoltre quello che si dice “orecchio assoluto” ossia la capacità di definire una nota nella sua totale specificità. Giovanissimo e autodidatta cominciò a viaggiare per il Brasile in cerca del suono primordiale. Scomparve per anni, percorse l’Amazzonia, le savane, i canyon del sud. Scoprì i canti degli indios, il ritmo negro, le cantilene degli emigranti. Ascoltò il vento e gli uccelli, le cascate, le onde, il pianto e le risa degli uomini. Contemplò la vastità del paesaggio, le punture degli insetti, l’arsura e la pioggia. Tornò sapendo di avere dentro di sé non solo tutta la musica, ma tutto un continente. Tornò innamorato di Bach. Joan Sebastian Bach. Ebbe la coscienza che la musica aveva una sua fonte naturale e umana di cui Bach era la sintesi. E come lui, cominciò a comporre ogni sorta di musica per ogni tipo di formazione: strumento solista, sinfonia, concerti, quartetti, corali…
Un’opera sterminata in cui ogni influenza è stata cannibalizzata, deglutita, digerita assimilata e ricreata.

Brasile e sempre Brasile, Bach e sempre Bach. Heitor Villa-Lobos, compone per lui, per il maestro tedesco e per il suo paese tropicale, una serie emblematica dal suggestivo nome: Bachianas Brasileiras, nate e subito consacrate.
Heitor Villa-Lobos si diresse a Parigi, divenne amico dei più grandi che ne ammiravano l’originalità e la potenza espressiva. Tornò e diventò il simbolo dell’orgoglio nazionale. Servì il governo del dittatore Getulio Vargas come compositore ufficiale del regime, ma poco importa. La sua genialità era ormai riconosciuta da tutti e tutti gli chiedevano composizioni nuove, come questa, fatta su misura per Artur Rubinstein.
I bambini brasiliani fin da piccolissimi imparano a suonare al flauto le struggenti melodie del Maestro: O Trenzinho Caipira, il trenino campagnolo, una scalcinata locomotiva che attraversa i nostri campi rallegrando tutti con il suo fischio un po’ stonato.
Dall’incontro viscerale, degli elementi culturali di un popolo, dalla sua terra, i colori, il ritmo, le melodie, nasce Heitor Villa-Lobos e la sua musica totale. La grande tradizione di Bach si giustifica incontrandosi e fondendosi con l’anima popolare attraverso l’istinto e l’erudizione di un uomo universale, calato nella realtà del suo paese e nella vastità del mondo: non più il folclore come mera rappresentazione esotica condiscendente, benigna, un folclore usato dalle classi dominanti come “colore” per dare enfasi estetica alla benevolenza e alla pietà paternalista con cui si degnano di guardare al popolo. Villa-Lobos invece interpreta il mistero, le leggende, la storia, le lacrime, l’allegria, la forza, l’amore e le mani, l’anima di un paese, di un popolo: il suo; e lo presenta al mondo così com’è: languido e volitivo, allegro, barocco, semplice, ingenuo, originalissima amalgama sociale e culturale, la nuova Roma.
Cliccando sui link si accede a Youtube per ascoltare i brani citati.
Paolo D'Aprile
Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.
