MELQUÍADES
Música brasileira: capitolo 7
Ma è nella capitale che viene giocata la grande sfida, è lì che la musica brasileira definisce se stessa, a Rio de Janeiro. Fino al 1808, Rio era una semplice città di provincia, cinquantamila abitanti, in maggioranza schiavi. Dalle sponde della famosa baia partivano le navi colme di oro per pagare l’eterno debito portoghese con l’Inghiletrra e ne arrivavano altre con il loro carico di carne umana. Chi riusciva a sopravvivere alla traversata veniva impiegato nelle fazendas e nelle miniere. Una piccola città di provincia, in cui si moriva di febbre gialla e ogni sorta di malattia tropicale, in cui non esistevano fogne, né scuole.

L’avanzata delle armate di Napoleone seminò il panico in tutta l’Europa. Goya dipinge gli orrori della guerra nella penisola iberica, l’esodo delle genti, i corpi straziati. Nel 1808 la corte portoghese fugge in massa a Rio de Janeiro e, per la prima volta nella storia del mondo, una colonia diventa capitale di un impero, un regno molto più vasto di qualunque sogno napoleonico. Il Brasile, l’Angola, le terre africane, quelle in estremo oriente, tutto l’impero portoghese converge su Rio de Janeiro. È come se il Brasile venisse”scoperto” per la seconda volta. La corte imperiale a Rio. Arriva un flotta immensa, arriva l’amministrazione, la burocrazia, l’esercito, le dame di corte. Ma sbarcano anche studiosi, artisti, poeti. Arriva una biblioteca sterminata che si può ammirare fino ad oggi e da cui nascerà la grande biblioteca nazionale. Si fondano scuole e università, si inventa una nazione. Pochi anni dopo è lo stesso erede al trono, che dichiara: “indipendenza o morte!” e, senza sparare un colpo, paga un indennizzo milionario alla colonia, o meglio, alla capitale diventata colonia, insomma a Lisbona, al Portogallo: nasce il Brasile moderno. Rio de Janeiro, tra le sue montagne e la sinuosità delle sue spiagge, pulsa di gente.
In piena epoca positivista, si imprime sulla bandiera la frase: ordine e progresso. Ma la classe dominante, come fino ad oggi succede, è convinta che il progresso, le idee, le direttive, i concetti, vengano dall’Europa, dalla sua cultura e tradizione bianca. E in un gigantesco sforzo contro la sua essenza, il Brasile decide di “branquear” la popolazione, ossia vuole che la pelle della gente diventi sempre più chiara. Si pensa infatti che il colore scuro sia un ostacolo al progresso e, per ottenere il risultato, si incentiva l’unione mista in modo che gradualmente scompaia ogni vestigio di negritudine dai tratti somatici della popolazione. Ma a questo ci avevano già pensato i primi coloni, che usavano le ragazzine della Senzala, la miserabile dimora degli schivi, per i loro sollazzi notturni. Le campagne e le città pullulavano già di questi figli di nessuno, di questi piccoli brasiliani senza una identità definita, figli della sopraffazione e della violenza. Oggi li chiamano meninos de rua, ma questa è un’altra storia. Poi, finalmente: a abolição, l’abolizione. La fine della schiavitù. Un decreto, una legge imperiale, una firma. Liberi. In verità fu una scelta politica dettata da necessità economiche. Nell’Europa del progresso, a milioni si imbarcavano per le Americhe. I signori delle fazendas fecero i loro conti: conveniva un regolare contratto di lavoro con gente specializzata e organizzata, piuttosto che mantenere orde di schiavi, indolenti, scansafatiche e sabotatori. La firmetta, liberi. Masse di uomini cominciano a riversarsi sulle città, specialmente sulla capitale. Costruiranno le loro baracche sulle pendici della montagna, o morro. Le favelas di oggi. Si ufficializza così il grande scandalo di cui il paese è campione al mondo, la differenza sociale.
Però in qualche modo la gente resiste, la capacità di adattarsi ad ogni avversità formano nel seno popolare una coscienza di che, malgrado tutto, è possibile non solo sopravvivere, ma vivere con dignità. E il popolo non si arrende, mantiene la sua cultura e le sue tradizioni ereditate dagli schiavi, sopravvissute alle navi, alla traversata, allo smembramento delle famiglie, alla vita miserabile sotto la frusta. La mantiene nel suo linguaggio quotidiano, una lingua diversa in cui i dialetti africani si “portoghesizzano”, la mantiene nel suo modo di cucinare, di mangiare, di lavorare, di pregare. Nelle chiese, nelle cappelle, in ogni altare, in ogni gesto liturgico sono presenti gli antichi dei, la luna, il sole, e gli orixá, gli spiriti della natura e dei sentimenti umani. Il popolo continua vivo. I momenti di festa, sono il modo di salvarsi dal massacro del lavoro, organizzare la celebrazione significa lavorare per mantenersi vivo e non per morire agli ordini di un fazendeiro o di un capitano di industria. E dalla convivenza festiva nasce la poesia, la danza, la musica.
Quello che ne è risultato non è solamente l’incontro di due forme espressive, ma di un nuovo modo di pensare e concepire il mondo e la vita.
L’Arte della Fuga, è l’ultima composizione di J. S. Bach. È uno dei punti alti della civiltà umana, un passo in avanti, una testimonianza che va la di là del luogo e del tempo in cui fu scritta, è come la mano preistorica impressa nelle pareti della grotta di Altamira, un segno che dice: io esisto. La fuga è la forma musicale per eccellenza, la musica che parla di se stessa: una voce enuncia il tema, le altre voci cercano di ripeterlo, ma invano perché sono partite in ritardo, il primo tema fugge, gli altri inseguono. Per chi ascolta si crea una specie di circolo di ripetizioni e sovrapposizioni capace di portare alla follia. Di struttura complicatissima, è lo spauracchio dei compositori romantici che, oberati dal peso del sentimento da esprimere ad ogni costo, vedevano in essa la negazione delle passioni.
Il contrappunto, altra forma musicale di cui Bach fu maestro, è la tipica espressione dell’ordine cartesiano, della razionalità armonica: uno strumento enuncia un tema melodico basato in una determinata armonia; un altro strumento suona un ulteriore tema contemporaneamente, come se volesse coprirne i vuoti, come se dicesse ciò che il primo strumento non è riuscito ad esprimere.
Fuga e contrappunto, le grandi invenzioni musicali su cui si basa tutta la cultura occidentale moderna. Pensiamo ai romanzi di Proust…, ai quadri di Picasso, ai flashback cinematografici. Fuga e contrappunto.
Rio de Janeiro, il ritmo africano, l’armonia europea, le canzoni popolari, i canti di lavoro, la danza. Nasce uno stile che sarà fonte di ispirazione per tutta la musica del secolo XX, o Choro, detto popolarmente Chorinho. La parola Choro significa pianto, lamento. Chiquinha Gonzaga, pianista di formazione erudita si accorge della bellezza di questa musica e alla fine del secolo diciannovesimo diventa la più grande e acclamata musicista. Scrive ex novo danze, canzoni, melodie ispirate alla cultura popolare e che fino ad oggi fanno parte del repertorio.
Così come le composizioni di Ernesto Nazareth, tutt’ora imparate da ogni studente e presentate in ogni teatro.

Ma è quando sulla scena appare Alfredo da Rocha Viana Filho, in arte Pixinguinha, che allora cambia davvero tutto. Polistrumentista, compositore, band leader, diventa in breve tempo punto di riferimento musicale per tutta la nuova generazione di musicisti di estrazione popolare come lui, che uniscono la tradizione erudita alla musicalità del morro, la favela. In poco tempo registra le sue composizioni per le grandi case discografiche e viene invitato a suonare nelle sale di spettacolo più rinomate. A molte delle sue musiche vengono aggiunti testi che collaborano alla divulgazione a tutti i tipi di pubblico. Si racconta che dopo una partita di calcio in cui la sua squadra del cuore vinse per uno a zero, Pixinguinha scrisse la sua più importante composizione intitolata appunto Um a zero che però, lui stesso, mantenne nascosta per trent’anni. Era troppo difficile, nessuno l’avrebbe capita, nessuno sarebbe riuscito a suonarla.
Una vera meraviglia del contrappunto: il tema espresso dal flauto, e il saxofono a fargli il verso, una provocazione ritmico melodica tra mandi e rimandi ritmici come… in una partita di calcio. Aveva ragione Pixingunha ad aspettare trent’anni. È il destino di tutti i capolavori.
Nella musica barocca, esisteva il basso continuo che aveva la funzione di collegare tutto e prendere su di sé la responsabilità di mantenere il ritmo. Pixinguinha usa per questo stesso ruolo la chitarra, o come in questo commovente motivo del 1917.
Forse la sua canzone più bella, più celebrata e cantata da tutti è Lamento, un chorinho classico, una struggente melodia a cui in seguito è stato aggiunto un testo altrettanto bello, un lunga canzone d’amore e che ripropongo in questa interessante versione a più voci… não há coisa mais triste meu benzinho, que este chorinho que eu te fiz, non c’è cosa più triste, amore mio, di questo chorinho che ho fatto per te…
Carinhoso, un’altra composizione trasformata in canzone e che col passar degli anni continua ad essere eseguita da tutti. Eccola nelle due versioni, lquesta è l’originale, questa con Caetano Veloso che canta da par suo.
Ed ora, l’effetto che fa sul pubblico la stessa canzone quando viene suonata nei concerti.
Segura Ele! Segura ele, significa: tienilo stretto, non farlo scappare. E come si fa a tenere stretto un flauto impazzito…
O Chorinho, “inventato” e divulgato da Pixinguinha è la grande sfida musicale che il Brasile lancia al mondo, la sofisticazione ritmica al servizio della complessità armonica che a sua volta sostiene l’intreccio melodico di più voci in un dialogo inesauribile, in cui la rigidità della forma si piega all’ironia degli strumenti, agli acuti del flauto, alla chitarra suonata come un clavicembalo dei tempi di Bach.
E il mondo intero oggi si inchina davanti a questa musica, riconoscendone il fascino. E non bisogna attraversarlo, il mondo. Oggi chi capita a Roma può partecipare ad una stupenda Roda di Choro, in via dei Messapi 8 1, tutti i mercoledì, un gruppo di amici, tra cui la chitarrista, musicista, ricercatrice e amante del Brasile e della sua musica, l’amica Giulia Salsone, propongono la musica nata a Rio dall’incontro fantastico tra la tradizione di Bach e o morro, la favela. Roda de Choro nel quartiere di San Lorenzo, Roma. Roda significa Ruota, circolo, cerchio. Perché per ascoltare e suonare ci si mette in cerchio. Intorno alla musica. Così, come faceva Pixinguinha.
1Il locale si chiama Beba do Samba
I link rimandano a filmati Youtube per avere un assaggio della musica
Paolo D'Aprile
Libero pensatore, ha scritto sia per Macondo che per Pressenza. Vive a São Paulo do Brasil.
