MELQUÍADES

Fonte: African Arguments
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CC BY-SA 4.0
Articolo di Swani R. Keelson

Rivoluzione senza riforme: la semiotica della sovranità in Burkina Faso

Il colpo di stato costituzionale

Nel 2014, il Burkina Faso esplose in una protesta. Quella che era iniziata come una resistenza a una proposta di emendamento costituzionale si trasformò in un netto rifiuto del governo di Blaise Compaoré, durato 27 anni. All’epoca, descrissi quel momento non semplicemente come una rivoluzione, ma come un colpo di stato costituzionale: una presa non violenta della paternità politica da parte del popolo, e in particolare dei giovani burkinabé.

L’emendamento proposto per rimuovere i limiti al mandato presidenziale è stato solo l’innesco. Sotto di esso si celavano anni di esclusione, frustrazione generazionale e la sistematica cancellazione dei giovani dalle strutture di governo formali. Questa rivolta non si limitava a chiedere un cambio di leadership. Richiedeva un riconoscimento simbolico, politico ed epistemico. Metteva in discussione non solo la permanenza del potere, ma anche la grammatica attraverso cui il potere era stato storicamente giustificato.

Slogan di protesta come “Giù le mani dalla nostra Costituzione” e “Noi siamo il futuro” non erano solo sfoggio di retorica. Rappresentavano un rifiuto collettivo dell’invisibilità politica. Questo momento riguardava la paternità: la richiesta da parte di una generazione di ridefinire la sovranità, non come qualcosa di ereditato, ma come qualcosa di creato, pronunciato e riscritto nelle strade.

Ibrahim Traoré |foto diLamine Traoré / VOA – Voice of America |wikimedia commos

La privazione relativa e la rivolta

Al centro della rivolta del 2014 c’era quella che i teorici politici chiamano “deprivazione relativa”: la profonda frustrazione che nasce quando le persone sentono di avere diritto a più di quanto ricevono, soprattutto quando le aspettative sono elevate. Per i giovani del Burkina Faso, che costituiscono la maggioranza della popolazione, le aspettative erano cambiate. Erano connessi a livello globale, politicamente consapevoli e socialmente organizzati.

Ma la loro realtà vissuta era fatta di disoccupazione, emarginazione ed esclusione dai processi decisionali. Questa dissonanza non produsse solo rabbia, ma anche rottura. La rivoluzione riguardava tanto la dignità quanto la democrazia.

La semiotica della resistenza (segni)

La rivolta del 2014 non è stata solo uno scontro politico, ma anche una rivolta contro il linguaggio visivo e simbolico del potere statale. La semiotica, ovvero lo studio di come il significato viene creato attraverso segni e simboli, ci aiuta a comprendere le correnti più profonde di questa resistenza.

I cittadini burkinabé rifiutarono non solo il governo di Compaoré, ma anche l’immaginario e i rituali che lo sostenevano: le uniformi, le sfilate, gli slogan e le manifestazioni visive che legittimavano l’autorità statale. I manifestanti rivendicarono questi codici di potere. Le uniformi militari – un tempo simboli di repressione – furono indossate dai dimostranti come emblemi di liberazione. L’immagine, a lungo messa a tacere, di Thomas Sankara, l’ex leader assassinato, riemerse su magliette, muri ricoperti di graffiti e social media, non come nostalgia, ma come sfida.

Persino hashtag e slogan sono diventati strumenti di autorialità. Slogan come “Troppo giovani per ricordare un altro presidente” e “Giù le mani dalla nostra Costituzione” hanno fatto più che esprimere protesta: l’hanno messa in pratica. Hanno ridisegnato il confine tra governante e governato, legittimità e resistenza.

Questa “grammatica insurrezionale” – l’uso del linguaggio, delle immagini e della visibilità per affermare la propria presenza politica – fu un atto generazionale di ridefinizione. Attraverso parole, abiti, murales e meme, si stava affermando una nuova rivendicazione di sovranità.

Burkina Faso
Mercato a TIogo, Burkina Faso | da flickr CC-2.0

Dalla protesta alla presidenza

Quasi un decennio dopo, il linguaggio di quell’insurrezione riecheggia proprio dalle piattaforme a cui un tempo si opponeva. Il presidente Ibrahim Traoré – come il suo predecessore del periodo di transizione – si allinea pubblicamente al simbolismo sankarista. Indossa uniformi militari, parla con toni di sfida anti-imperiale e ha promosso collaborazioni con attori non occidentali come Russia e Turchia. Il mausoleo di Thomas Sankara è stato restaurato e ridedicato sotto il suo regime. In apparenza, questi gesti suggeriscono una continuità con gli ideali rivoluzionari.

Ma ciò che è emerso non è un governo insurrezionale, ma una continuità simbolica senza cambiamenti strutturali. Gli slogan del 2014 fanno ormai parte dell’immagine dello Stato. I murales di protesta sono stati istituzionalizzati. Ciò che un tempo sconvolgeva lo Stato ora lo decora.

Il governo di Traoré compie una rivoluzione consolidando al contempo il potere. L’inclusione dei giovani rimane retorica. Il processo decisionale rimane opaco. I giornalisti vengono arrestati, la società civile è limitata, i critici vengono messi a tacere. Gli stessi segnali che un tempo contestavano il regime ora lo autorizzano. Ciò che si è verificato non è un compimento politico, ma un’inversione semiotica.

La semiotica della sovranità

In molti stati africani postcoloniali, la sovranità viene spesso affermata attraverso simboli prima di essere realizzata attraverso la governance. L’esercizio dell’autonomia – attraverso bandiere, alleanze, divise militari e slogan rivoluzionari – spesso sostituisce l’effettiva riforma.

L’espulsione delle forze francesi e l’adesione a nuovi partner globali da parte del Burkina Faso suggeriscono un desiderio di sovranità decoloniale. Ma queste azioni simboliche si verificano in un contesto di contraddizioni interne: vaste regioni al di fuori del controllo statale, persistente violenza estremista e oltre 6,5 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari. Uno Stato può dichiararsi sovrano attraverso l’atteggiamento e la retorica. Ma se la sovranità non viene vissuta attraverso l’inclusione, la ridistribuzione e la responsabilità, rimane solo un segno.

È qui che la semiotica – l’analisi di come viene prodotto il significato – rimane essenziale. Le manifestazioni anticoloniali del regime operano attraverso quella che chiamo sostituzione discorsiva: la sostituzione del cambiamento sostanziale con la continuità retorica. Il linguaggio della rivoluzione viene mantenuto, ma il suo significato viene invertito per giustificare nuove forme di controllo.

Sostituzione discorsiva e inerzia strutturale

L’attuale regime del Burkina Faso non ha cancellato la rivoluzione. L’ha assorbita. Questa non è assenza, è appropriazione. Il linguaggio della rottura sopravvive, ma è stato svuotato. Gli slogan di protesta sono diventati strumenti di campagna elettorale. L’immagine di Sankara aleggia su istituzioni il cui potere rimane incontrollato.

Questa inversione non è casuale. È strategica. Permette al regime di mascherarsi di legittimità rivoluzionaria, evitando al contempo le rivendicazioni rivoluzionarie. Le uniformi militari ora segnalano sovranità, non resistenza. La partecipazione dei giovani è invocata come retorica, non come politica. La sovranità viene esercitata, ma non condivisa.

Ciò che emerge è un regime simbolico: un regime che governa non solo attraverso le istituzioni, ma anche attraverso immagini, slogan e appropriazione strategica. La semiotica della sovranità ne ha sostituito la pratica. Ma il linguaggio da solo non può governare. E i simboli da soli non possono ricostruire la legittimità.

Quando i simboli sostituiscono la riforma

Il Burkina Faso non è il solo. In tutta l’Africa occidentale – dal Mali al Sudan alla Guinea – l’appropriazione del linguaggio rivoluzionario è diventata uno strumento di governo. Ma la sovranità simbolica non è un sostituto della trasformazione strutturale. Una rivoluzione invocata ma non attuata non è continuità, è contraddizione. E dove alla rottura non segue la redistribuzione, la legittimità rivendicata attraverso gli slogan può alla fine essere contestata non nel linguaggio, ma nella rivolta.

Pubblicato da African arguments, da noi tradotto

Swani R. Keelson

Swani R. Keelson

dottoressa in Affari Internazionali e semiologa.