MELQUÍADES
Fonte: Eldiario.esCC BY-SA 4.0
Roberto Saviano: «Non si può fare giustizia quando ci vogliono 16 anni per arrivare a una condanna»
Lunedì scorso, lo scrittore e giornalista Roberto Saviano è scoppiato in lacrime dopo aver appreso del verdetto a lui favorevole, dopo una battaglia legale durata 16 anni e una vita segnata dalle minacce della mafia e dalla mancanza di interesse delle autorità italiane nel proteggerlo. L’emozione del passato e del presente era evidente.
La Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna a un anno e mezzo di carcere per l’ex capo del clan dei Casalesi Francesco Bidognetti e a un anno e due mesi di carcere per il suo avvocato, Michele Santonastaso, per le minacce del 2008 a Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione.
Nonostante i rischi, il pluripremiato autore di Gomorra , Solo è il coraggio e ZeroZeroZero non ha mai smesso di scrivere, è rimasto in Italia ed è una delle voci critiche più autorevoli della vita pubblica. Ha appena pubblicato in Italia L’amore mio non muore, che racconta la storia di una vittima della mafia calabrese.
A poche ore dalla sentenza, ancora sotto shock per le emozioni degli ultimi giorni, Saviano risponde per iscritto alle domande di elDiario.es.

Come ti senti ora che hai avuto ancora qualche ora per elaborare la sentenza?
Distrutto. La certezza di aver vissuto gli ultimi 20 anni in una sorta di limbo, sospeso tra una vita protetta e una morte promessa, senza via d’uscita, non trova conforto nella condanna di Francesco Bidognetti e del suo ex avvocato.
Credi che sia stata fatta giustizia?
Rischio di apparire ingiusto se affermo che non si può fare giustizia con una condanna dopo così tanti anni? È vero che ci vogliono 16 anni per ottenere giustizia? O è piuttosto la prova della parziale impunità della mafia? Se la condanna arriva dopo 15 o 20 anni, perché la mafia dovrebbe avere paura di commettere reati sapendo che la sentenza tarderà tanto?
Ma dà speranza anche agli altri?
Più che una speranza, è un monito a restare uniti. Non possiamo parlare di mafia da soli; dobbiamo fare squadra, perché quando la mafia viene attaccata, trova terreno fertile nella sfiducia dei media e della società civile, da “Saviano ha detto quello che tutti sapevamo già” a “Saviano vuole solo fare soldi”.
E poi c’è la classe politica, incapace di affrontare e gestire il fenomeno mafioso, che accusa chiunque parli di disfattismo. Per anni, politici di tutto l’arco parlamentare mi hanno definito un “diffamatore dell’Italia” e mi hanno esortato a tacere.
Non c’è partito politico che non mi abbia esortato a restare in silenzio per non dare una cattiva immagine, prima della mia città, Napoli, poi del Nord Italia, quando ho denunciato l’infiltrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, e poi dell’Italia intera quando i miei lavori sono stati tradotti all’estero.
In che cosa è mancato il governo? E gli altri politici o partiti?
In tribunale, per ascoltare una sentenza storica, una sentenza che ha stabilito la narrazione degli eventi, che è ciò che le organizzazioni criminali temono di più, c’erano amici, molti giornalisti e nessun politico. Nemmeno uno. La politica non si interessa alla mafia, nonostante sia l’attività più prospera del Paese. Incredibile, vero?
Cosa cambia per te?
Non lo so ancora. So che voglio che tutto cambi, so che voglio essere libero, completamente libero. So che voglio salire su una moto e partire, senza meta, senza dover dire a nessuno dove sto andando.
Ti piacerebbe scrivere di questi giorni?
I miei pensieri sono confusi in questo momento. Non so se riuscirò davvero ad affrontare lo tsunami emotivo che sto vivendo e a metterlo per iscritto. Temo che saranno parole troppo dolorose e piene di rimpianti per una vita andata in frantumi.
Il tuo ultimo libro, che racconta una storia d’amore, è appena stato pubblicato in Italia, ma stai già pensando al prossimo?
Certo. Uno scrittore pensa sempre al suo prossimo libro, ha mille progetti, piani infiniti ed è inondato di ispirazione. “I’amore mio non muore” ha segnato una svolta nella mia narrativa perché sono partito da una storia di cronaca nera – una giovane donna assassinata dalla ‘Ndrangheta – e ho scoperto, attraverso la ricerca e la scrittura, di essermi imbattuto in una storia la cui protagonista non era solo Rossella Casini, ma anche il suo incredibile amore. Un amore libero e vitale che sentivo il bisogno di condividere, perché è proprio quello che mi manca.
Pubblicato da eldiario.es, da noi tradotto.
María Ramírez
Vicedirettrice di elDiario.es e corrispondente internazionale con sede nel Regno Unito
