MELQUÍADES
Fonte: People's world
CC BY-NC-ND 3.0
Sotto la bandiera della “democrazia”
Gli Stati Uniti non si stancano mai di dichiarare che il mantenimento di un “ordine basato sulle regole” internazionale è il cardine della loro politica estera. L’espressione intende evocare equità, stabilità e cooperazione: una comunità globale in cui ogni Paese rispetta le stesse regole. In realtà, questo cosiddetto “ordine basato sulle regole” è sempre stato una cortina fumogena per l’egemonia e l’imperialismo statunitensi. Le “regole” vengono applicate solo quando vanno a vantaggio di Washington e infrante quando le ostacolano.

Nulla dimostra questa ipocrisia più del continuo spargimento di sangue in Asia occidentale (quello che noi chiamiamo Medio Oriente, ndt). Sotto la bandiera della difesa della “democrazia”, gli Stati Uniti continuano a finanziare la macchina da guerra genocida di Israele. Per quasi due anni, Israele ha condotto una campagna incontrollata di uccisioni di massa e carestia a Gaza, accelerando al contempo il suo decennale progetto di pulizia etnica in Cisgiordania. Con armi, finanziamenti e copertura politica statunitensi, Israele ha trasformato Gaza in un cimitero e la Cisgiordania in un campo di prigionia.
Israele ha anche lanciato guerre più ampie – con il sostegno degli Stati Uniti – contro Iran, Siria, Libano e persino Yemen, esportando distruzione ben oltre la Palestina. Il suo atto di aggressione più recente, il bombardamento illegale del Qatar – un paese che ha svolto il ruolo di mediatore neutrale nei colloqui per il cessate il fuoco – dimostra che la sete di sangue di Israele non conosce confini e che Washington lo proteggerà dalle responsabilità a ogni passo.
La Siria, già dissanguata da oltre un decennio di guerra, rimane un banco di prova per la doppiezza degli Stati Uniti. Washington e la Turchia, suo partner NATO, sostengono un nuovo regime sunnita militante a Damasco, mentre la Turchia conduce attacchi mortali contro le comunità curde nel nord. Nel frattempo, le autorità sostenute dagli Stati Uniti hanno scatenato violente campagne contro le minoranze druse e alawite nell’ovest e nel sud del Paese. Lungi dal porre fine al conflitto, l’ingerenza degli Stati Uniti – di pari passo con Israele e Turchia – ha aggravato la carneficina.
L’ipocrisia di Washington è evidente anche in patria. Il presidente Trump ha violato l’Accordo sulla sede delle Nazioni Unite del 1947 negando ai delegati palestinesi il visto per partecipare alle riunioni a New York, una violazione esplicita degli obblighi degli Stati Uniti in qualità di Paese ospitante. Ora Trump minaccia di usare la stessa tattica contro il Brasile se si rifiuta di cedere alle richieste di Washington.
L’America Latina, come sempre, si trova ad affrontare il peso dell’intervento statunitense. In Venezuela, la Marina statunitense ha attaccato una nave civile al largo della costa, un rozzo tentativo di intimidire il governo bolivariano e minacciare un’escalation in guerra totale. Il blocco economico sta già mettendo a dura prova la popolazione venezuelana; ora Washington aggiunge la minaccia di un’azione militare diretta. Anche il Messico è minacciato, con l’amministrazione Trump che ha apertamente autorizzato il dispiegamento di truppe statunitensi con il pretesto di combattere i cartelli della droga. Cuba continua a subire l’inasprimento del blocco illegale, un atto di punizione collettiva che ha inflitto indicibili sofferenze a generazioni di famiglie cubane.
E in Brasile, l’ingerenza statunitense assume una forma diversa. Washington ha sanzionato il giudice della Corte Suprema che presiede il processo a Jair Bolsonaro, l’ex presidente caduto in disgrazia accusato di aver guidato una violenta cospirazione per ribaltare i risultati delle elezioni del 2023. Si tratta di un processo giudiziario interno nella più grande democrazia dell’America Latina, eppure Washington interferisce sfacciatamente, mettendo il pollice sulla bilancia della giustizia brasiliana.
In Africa, la Repubblica Democratica del Congo sta ancora una volta pagando il prezzo del saccheggio imperialista. Ruanda, Burundi e Uganda intervengono militarmente a vari livelli nell’est della RDC, ognuno alla ricerca del controllo delle risorse e dell’influenza. In questo vortice si insinuano gli Stati Uniti, desiderosi di assicurarsi l’accesso alle vaste ricchezze minerarie del Congo: cobalto, coltan e altre risorse strategiche vitali per l’industria tecnologica e bellica. La sofferenza delle comunità congolesi diventa un’ulteriore merce di scambio nel gioco globale di Washington.
In tutta Europa, gli Stati Uniti alimentano la guerra sotto la bandiera della NATO. Washington può occasionalmente borbottare di pace in Ucraina, ma il flusso di armi statunitensi e miliardi di dollari dei contribuenti dice la verità. Lungi dal cercare di porre fine al conflitto, gli Stati Uniti trattano l’Ucraina come un campo di battaglia per procura contro la Russia, mentre le aziende della difesa in patria incassano profitti record. Nel frattempo, Washington costringe i governi europei a militarizzarsi a un ritmo mai visto dai tempi della Guerra Fredda, dirottando risorse dai bisogni sociali verso le casse dei produttori di armi. L’Europa è ora più militarizzata degli ultimi decenni, e sono gli Stati Uniti a tenere il comando.
Dall’Asia occidentale all’America Latina, dall’Africa all’Europa, il cosiddetto “ordine basato sulle regole” si rivela essere nient’altro che il disordine imperialista di Washington e dei suoi alleati, e il Qatar ne è l’ultima vittima. La regola è semplice: ciò che è nostro è nostro, e ciò che è vostro è negoziabile, purché siano tutelati gli interessi degli Stati Uniti.
Pubblicato da People’s world, da noi tradotto.
Amiad Horowitz
vive ad Hanoi, in Vietnam. Ha studiato presso l'Accademia di Giornalismo e Comunicazione dell'Accademia Nazionale di Politica di Ho Chi Minh
