MELQUÍADES
Fonte: El diario de la educacion
CC BY-NC-SA 4.0
Dobbiamo pensare all’utopia educativa
Utopia. Per anni è stata una parola capace di mettere in moto movimenti sociali, progetti politici e sogni collettivi. Oggi appare spesso accompagnata da un sorriso scettico, come se indicasse qualcosa di ingenuo, eccessivamente idealistico o destinato al fallimento ancor prima di iniziare.

Forse il problema è che abbiamo confuso l’utopia con la perfezione, perché una società perfetta è difficile da immaginare. Lo stesso vale per un’istruzione perfetta. Gli esseri umani sono troppo complessi per essere inseriti in un piano attentamente progettato, e la realtà ha la tendenza a superare qualsiasi progetto che tenti di anticiparla completamente.
Ma forse l’utopia non è mai stata questo, forse l’utopia non è un luogo da raggiungere, ma una direzione verso cui incamminarsi.
Dopotutto, nessuno pianta un albero con l’intenzione di sedersi alla sua ombra domani; lo si fa perché si comprende che alcune delle cose più importanti meritano di essere costruite molto prima di poter essere godute.
L’istruzione rientra in questa categoria di cose.
Ogni volta che un insegnante entra in un’aula, lavora con il presente, ma anche con qualcosa che ancora non esiste. Insegna a persone in fase di sviluppo, le prepara ad affrontare problemi che ancora non conosciamo e cerca di coltivare competenze che potrebbero rivelarsi significative solo tra molti anni. Educare è, in un certo senso, un dialogo costante con il futuro.
E diventa difficile mantenere vivo quel dialogo quando smettiamo di chiederci dove vogliamo andare.
Educare significa immaginare
Forse è per questo che ogni forma di educazione contiene un’utopia, anche quando non la nomina esplicitamente.
È presente nelle domande che poniamo e in quelle che evitiamo. In ciò che consideriamo importante insegnare e in ciò che tralasciamo. Nel modo in cui comprendiamo il successo, la coesistenza, la libertà o la conoscenza.
Ogni decisione in ambito educativo racchiude una certa idea di cosa significhi essere umani e una certa immagine del futuro.
A volte parliamo della scuola come se fosse un’istituzione dedita esclusivamente alla trasmissione di conoscenze. Tuttavia, basta osservare attentamente ciò che accade in qualsiasi classe per capire che c’è sempre qualcosa di più.
Quando insegniamo la cooperazione, stiamo immaginando una società. Quando insegniamo la competizione, stiamo facendo la stessa cosa. Quando promuoviamo il pensiero critico, stiamo promuovendo un tipo di cittadinanza. Quando diamo priorità all’obbedienza, ne stiamo promuovendo un altro.
La questione, quindi, non è se educhiamo da una prospettiva utopica o meno. La questione è quale sia questa utopia.
Forse è per questo che l’idea di un’educazione completamente neutrale è così difficile da accettare. L’educazione consiste proprio nell’aprire nuove possibilità, nel mostrare che il mondo può essere pensato, interpretato e trasformato in modi diversi. E questo implica sempre una prospettiva su ciò che consideriamo auspicabile.
Viviamo però in tempi strani. Tempi in cui sembra facile gestire il presente, ma sempre più difficile immaginare il futuro. Parliamo molto di innovazione, competenze e adattamento, ma raramente ci fermiamo a discutere dell’orizzonte verso cui vogliamo tendere.
Come se avessimo accettato che il compito dell’educazione consista unicamente nel preparare al mondo esistente, dimenticando che una delle sue funzioni più profonde è sempre stata quella di contribuire a costruire quel mondo che ancora non esiste.
L’utilità dell’impossibile
L’istruzione ha sempre avuto qualcosa di un atto di fede.
Non perché richieda la fede nelle certezze, ma perché ci costringe a lavorare con le possibilità. Nessun insegnante sa esattamente chi diventerà lo studente che ha di fronte. Nessuna famiglia conosce appieno il futuro dei propri figli. Nessuna società può prevedere con precisione le sfide che dovrà affrontare tra vent’anni.
Eppure, continuiamo a fare opera di formazione.
Forse è proprio qui che risiede il vero valore dell’utopia: non nell’offrirci un destino perfetto, ma nel ricordarci che il futuro non è del tutto predeterminato. Che le persone possono cambiare. Che le società possono trasformarsi. Che il mondo può essere diverso da com’è oggi.
L’utopia non elimina l’incertezza né risolve i problemi dell’istruzione. Ma ci ricorda qualcosa che a volte dimentichiamo tra rapporti, valutazioni e statistiche: che l’istruzione, nella sua essenza, è sempre stata una scommessa su possibilità che ancora non riusciamo a vedere.
E forse è per questo che abbiamo ancora bisogno delle utopie. Non perché le raggiungeremo mai, ma perché ci aiutano a ricordare dove vogliamo arrivare.
Pubblicato da El diario de la Educacion, da noi tradotto
Javier Servant Prieto
Studente di master in formazione degli insegnanti
