MELQUÍADES
Fonte: El diario de la educacion
CC BY-NC-SA 4.0
La zombificazione degli studenti
Ecco come succede: hai un figlio, vivi con, da, in, per e attraverso di lui. Fai cose inaspettate. Impari cose inimmaginabili. Assorbi tutto ciò che tuo figlio vede senza battere ciglio. Poiché è difficile separare il ruolo di genitore da quello di insegnante, a volte i due si fondono. Ed è così che mi sento adesso: sto pensando all’ultimo successo Disney sugli zombie e ai parallelismi che ha con la mia professione.

Non so fino a che punto i produttori del film siano così idealisti da voler instillare nei bambini idee anti-sistema e anti-capitaliste. Né sono così pedante da voler indottrinare mio figlio e imboccarlo con il messaggio che interpreto io.
Il punto è che, nella saga, la società è divisa tra umani e zombi dopo che una perdita di sostanze chimiche da una fabbrica di bibite ha contaminato l’ambiente. Un po’ come Chernobyl, ma con un’atmosfera migliore. La logica industriale, consumistica e neoliberista crea una società frammentata, segnata da esclusione, paura e disuguaglianza.
Il problema non sono gli zombi , ma la logica produttivista che causa l’incidente e poi lo risolve attraverso la segregazione. Gli zombi (vedi “gli altri”, “gli stranieri”, “colui che non è se stesso”) rappresentano quei corpi contaminati e marginalizzati, quelli che Bauman chiamerebbe “vite sprecate”. Nel caso specifico, si tratta di zombi “addomesticati” da una tecnologia sotto forma di braccialetto che li monitora e li disciplina. Proprio come la vita stessa, in fondo.
L’università come mercato dei titoli di studio
La metafora è inquietante perché il meccanismo è riconoscibile: prima emerge il problema, poi viene normalizzato attraverso meccanismi di controllo. Non ho potuto fare a meno di pensare a come qualcosa di simile stia accadendo nell’istruzione superiore. Basti pensare che entro la fine del 2026, nel nostro Paese ci saranno più università private che pubbliche: 56 contro 54. Questa tendenza è in aumento e alcune aziende, banche e l’onnipotente e onnipresente Chiesa cattolica ne stanno traendo profitto.
Seguendo una logica simile a quella dei centri commerciali che hanno colonizzato le città promettendo luoghi di svago e incontro, per poi sostituirli con la voracità consumistica, queste istituzioni private si stanno progressivamente confondendo con il mercato che le circonda.
La conoscenza non è più un’avventura intellettuale capace di formare cittadini migliori, di rivoluzionare il nostro rapporto con il mondo, un luogo d’incontro con persone che la pensano diversamente e che aprono nuove prospettive, ma un prodotto da acquisire e rendere redditizio.
Le materie di studio sono pacchetti intercambiabili con assegni al portatore; i campus sono spazi progettati per ottimizzare le prestazioni e commercializzare bisogni (auto)imposti; e gli studenti, più simili che mai a clienti, si specializzano nella gestione della propria identità grazie a determinate tecnologie: un’identità basata su indicatori di performance, discorsi sull’occupabilità e metriche di produttività che dettano cosa merita di essere appreso, studiato e insegnato.
Quando un’istituzione accademica smette di concepire la conoscenza come un bene comune e inizia a vederla come una merce, cambia anche il tipo di soggetto che produce. Emerge la figura dello zombie. Questa forma di esistenza è intrappolata in un moto perpetuo. Corpi che avanzano acriticamente da una materia all’altra, da un tirocinio all’altro, da un certificato all’altro, spinti da un bisogno che non viene mai pienamente soddisfatto. Si studia per accedere al livello successivo, si ottiene una laurea per ottenerne un’altra, si accumulano competenze per rimanere competitivi in una carriera il cui orizzonte si sposta sempre un po’ più lontano. Come nella logica del consumismo, la promessa non sta mai in ciò che si possiede, ma in ciò che ancora manca. Questo, ovviamente, vale per coloro che possono permettersi di studiare in questi istituti privati, perché in fin dei conti, tutto si riduce a una questione di classe.
Lo studente come cliente e la conoscenza come merce
I momenti di quiete in cui una conversazione può virare verso una domanda inaspettata stanno lentamente scomparendo. Gli spazi per leggere senza uno scopo immediato, per pensare senza produrre e per fare ricerca senza doverne costantemente giustificare la redditività si fanno sempre più rari. È proprio qui che risiede il successo del progetto neoliberista: non nel distruggere l’università dall’oggi al domani, ma nel trasformarla lentamente fino a farne dimenticare lo scopo originario.
Se accettiamo che studiare significhi semplicemente accumulare titoli di studio, che la ricerca consista nel produrre risultati redditizi e che l’insegnamento equivalga a fornire un servizio, l’idea stessa di università comincia a ridimensionarsi.
Tuttavia, un’università non è una fabbrica dove si stampano certificati a prezzi esorbitanti. L’università (quella pubblica, quella per tutti) è una delle poche istituzioni che una società costruisce per riflettere su se stessa.
Nei suoi laboratori, biblioteche, mense, seminari e corridoi, non solo si formano professionisti di diversi settori (trovo irritante pensare che l’università pubblica formi solo medici e ingegneri, dimenticando che forma anche autisti di consegne, magazzinieri, assistenti e spazzini), ma si sviluppano anche le capacità collettive che ci permettono di mettere in discussione la logica del mercato e le incertezze del futuro, aprendo a nuove e migliori possibilità.
Pertanto, la privatizzazione non si limita al trasferimento di risorse pubbliche a operatori privati o alla moltiplicazione di università concepite come nicchie di mercato. Il suo effetto più profondo è culturale. Introduce un nuovo modo di concepire cosa sia un’università, quale sia il suo scopo e, di nuovo, chi abbia il diritto di studiarvi. Lo studente che se lo può permettere (mi ripeto, ma è importante ribadirlo) cessa di essere membro di una comunità di apprendimento e diventa un cliente. La conoscenza cessa di essere un bene comune e diventa un investimento. Il professore cessa di essere un intellettuale e diventa un fornitore di servizi. Poco a poco, senza bisogno di divieti espliciti, l’istituzione impara a vedersi attraverso gli occhi del mercato.
La privatizzazione trasforma il significato dell’università pubblica
Poiché il capitalismo non fa nulla senza una ragione, i discorsi contro le università pubbliche sono spesso accompagnati da narrazioni più ampie contro il settore pubblico, contro il pensiero critico e contro quelle forme di conoscenza che mettono in discussione l’ordine costituito. Non è una coincidenza.
L’università pubblica è stata storicamente uno spazio scomodo perché custodisce qualcosa che nessun mercato controlla completamente: la possibilità di pensare in modo diverso. Di immaginare istituzioni diverse, modelli economici diversi, modi diversi di organizzare la vita comunitaria.
In gioco non c’è solo la privatizzazione dell’università, ma il degrado dello spazio universitario stesso. Koolhaas definisce questi luoghi, saturi di stimoli, beni e circolazione, “spazi spazzatura” che, sotto un’apparenza di abbondanza, celano un profondo vuoto.
Forse la minaccia per le università pubbliche spagnole non è la loro scomparsa, ma qualcosa di più sottile e inquietante: la loro trasformazione in una landa desolata . Un luogo in cui convergono il sottofinanziamento, l’espansione dell’offerta privata e la crescente subordinazione dell’istruzione superiore ai criteri di mercato (le comunità autonome dell’Andalusia e di Madrid, tra le altre, ne sono un esempio). Un luogo in cui tutto sembra disponibile, connesso ed efficiente, mentre i legami, le pratiche e i valori che rendevano la conoscenza un’esperienza condivisa si stanno erodendo.
È tempo che docenti e studenti comincino a (ri)pensare a che tipo di università vogliamo e a chi dovrebbe appartenervi. È tempo di chiederci se vogliamo continuare a indossare il braccialetto senza interrogarci, o se, al contrario, siamo disposti a togliercelo e a diventare cittadini “pericolosi” solo perché pensiamo.
È tempo di valutare se valga la pena sostenere un’università pubblica in grado di formare cittadini consapevoli, critici, attivi, impegnati e politicamente informati; individui capaci di partecipare attivamente alla comunità, promuovere il cambiamento sociale e ricostruire collettivamente i rapporti di potere, rendendoli più orizzontali e meno verticali. È tempo di prenderci cura della nostra università pubblica. Se non lo facciamo, rischiamo di ritrovarci con dei veri e propri zombie , di quelli che si vedono nei film, che muoiono di fame perché non riescono a trovare cervelli di cui nutrirsi.
02/08/2026
Pubblicato da El diario de la educacion, da noi tradotto.
Gustavo González Calvo
Professore ordinario presso il Dipartimento di Didattica dell'Espressione Corporea dell'Università di Valladolid.
