MELQUÍADES

Fonte: The Conversation
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Articolo di Walace Gomes Leal

L’autismo potrebbe rappresentare il prossimo passo nell’evoluzione umana

La comprensione contemporanea del Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) sta subendo un cambiamento paradigmatico. Sebbene storicamente sia stato inquadrato principalmente nella prospettiva di alterazioni cerebrali che ostacolano la vita nella società, l’autismo sta ora iniziando a essere rivalutato. Nuove correnti di psicologia evolutiva e genetica delle popolazioni stanno iniziando a suggerire la possibilità che si tratti di una variazione strategica mantenuta, e forse persino amplificata, dalla selezione naturale.

L’autismo potrebbe rappresentare il prossimo passo nell’evoluzione umana
Logo per rappresentare l’autismo | DoubleDoctorZack, CC0, via Wikimedia Commons

In definitiva, questo disturbo dello sviluppo, che spesso causa difficoltà nella comunicazione, nell’interazione sociale e significative alterazioni sensoriali, è spesso accompagnato da abilità straordinarie. E l’aumento di individui con eccezionali capacità di sistematizzazione e riconoscimento di schemi suggerisce che il futuro dell’organizzazione sociale umana potrebbe essere profondamente influenzato dalla neurodivergenza.

Evoluzione dei neuroni e dei geni

La base di questa ipotesi è stata rafforzata dal lavoro fondamentale di Starr e Fraser della Stanford University, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Molecular Biology and Evolution. Gli autori forniscono un preciso meccanismo cellulare per questo cambiamento.

Lo studio ha analizzato un tipo di neurone eccitatorio (che rilascia segnali per attivare altri neuroni) nella neocorteccia, un elemento cruciale per la cognizione umana complessa. Hanno scoperto che questi neuroni si sono evoluti a un ritmo eccezionalmente rapido nella linea evolutiva umana, rispetto ad altri primati.

La scoperta più sorprendente che hanno osservato è che questa evoluzione accelerata ha coinciso con un brusco calo nell’espressione dei geni la cui minore attività è statisticamente associata a un rischio più elevato di diagnosi di ASD.

Ciò indica che l’evoluzione responsabile delle elevate funzioni cognitive potrebbe aver avuto come compromesso evolutivo la riduzione dell’espressione dei geni che proteggono il neurosviluppo. In altre parole, le stesse pressioni selettive che hanno affinato l’intelligenza umana e la nostra capacità di elaborazione complessa hanno aumentato, come effetto collaterale, la prevalenza di tratti autistici. Questo ci porta a credere che nell’ambiente ancestrale, questo profilo cognitivo abbia probabilmente offerto vantaggi evolutivi vitali.

Altre prove e teorie

Un fenomeno che corrobora questa visione evoluzionistica è il significativo aumento della prevalenza dell’autismo. I dati dei Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) degli Stati Uniti indicano che 1 bambino su 36 riceve una diagnosi di autismo.

Sebbene parte di questa crescita sia dovuta a cambiamenti nei criteri diagnostici e a una maggiore consapevolezza, all’interno della comunità scientifica è in corso un dibattito sull’eventuale esistenza di altri fattori che possano contribuire a questi numeri. Questa tendenza è stata segnalata in numerosi studi, in particolare nei paesi ad alto reddito come Stati Uniti, Regno Unito, Danimarca, Corea del Sud e Giappone.

A differenza delle ipotesi pseudoscientifiche e ambientali non comprovate, come l’ipotesi ambientale suggerita dal Segretario della Salute degli Stati Uniti Robert F. Kennedy, i dati presentati da Star e Fraser suggeriscono che potrebbe esserci un aumento reale guidato dai meccanismi genetici descritti in precedenza.

Lo psicologo e neuroscienziato britannico Simon Baron-Cohen ha proposto la teoria dell’accoppiamento assortativo. Secondo questa teoria, la società moderna, raggruppando persone con tratti di personalità “sistematizzanti” in poli tecnologici e università, facilita le unioni riproduttive tra individui con profili genetici simili. Il risultato sarebbe un aumento della frequenza di prole che eredita una “doppia dose” di geni associati ad elevate capacità sistematizzanti, il che aumenta anche la probabilità di manifestazione dell’autismo.

Un futuro neurodivergente?

Sebbene i profili con elevate capacità cognitive rappresentino solo una parte dello spettro dei disturbi dello spettro autistico, propongo qui di considerare la possibilità di uno scenario distopico. Se la selezione naturale favorisce effettivamente sempre più la nascita di geni neurodiversi e un minor numero di persone con fenotipi alternativi, questo ipotetico futuro ha interessanti implicazioni sociologiche.

In definitiva, come si preparerebbe la società a questa inversione di tendenza, se quella che oggi è considerata una funzione cerebrale tipica diventasse atipica domani (e viceversa)?

È possibile cadere in un’argomentazione sensazionalistica sui pericoli dell’emergere di un’élite cognitiva che potrebbe arrivare a considerare inefficiente la popolazione attualmente considerata neurotipica.

Ma, paradossalmente, questa idea è in conflitto con una delle principali rivendicazioni attuali della comunità autistica: la lotta contro l’abilismo. Egli sostiene che il riconoscimento del valore umano, della dignità e del diritto alla partecipazione sociale non dipendano dalla produttività, dal genio o dall’adattamento a modelli normativi.

In conclusione, l’autismo sembra essere parte integrante e crescente della nostra evoluzione. I sistemi educativi, che oggi incontrano grandi difficoltà nell’includere bambini e adolescenti con bisogni speciali, necessitano urgentemente di miglioramenti.

Dobbiamo considerare le differenze come un aspetto positivo della diversità umana. Una società veramente evoluta non è quella che seleziona i “geni”, ma quella capace di essere inclusiva, garantendo dignità e spazio a tutti i tipi di menti. Questa è la condizione essenziale per il futuro dell’umanità.

Per saperne di più potete consultare il nostro Focus Autismo, in continuo aggiornamento.

Pubblicato da The Conversation, da noi tradotto.

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Walace Gomes Leal

Walace Gomes Leal

Neuroscienziato e professore presso l'Istituto di Salute Collettiva dell'Università Federale del Pará Occidentale (UFOPA)