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Fonte: MEMO Middle East Monitor
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CC BY-SA 4.0
Articolo di Ali Omidi

Perché l’Iran insiste con l’arricchimento nucleare?

Mentre il terzo round di colloqui Iran-Stati Uniti è previsto per oggi, 26 febbraio, con la mediazione dell’Oman presso la residenza del Paese a Ginevra, sono state sollevate serie preoccupazioni circa la prospettiva di questo round di colloqui e lo scoppio di una probabile guerra distruttiva nella regione. Uno dei principali punti critici negli attuali negoziati nucleari tra Stati Uniti e Iran rimane l’insistenza di Washington affinché l’Iran rinunci a qualsiasi capacità di arricchimento dell’uranio sul suo territorio – una richiesta che Teheran respinge fermamente. Un importante obiettivo degli Stati Uniti, evidenziato dall’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, è che qualsiasi futuro accordo nucleare non preveda clausole di caducità e rimanga indefinito, condizionando di fatto il comportamento di Teheran “per il resto della vostra vita“, sollevando le preoccupazioni dell’Iran circa la rinuncia permanente ai diritti di arricchimento.  

Perché l’Iran insiste con l’arricchimento nucleare?
U.S. Secretary of Defense, Public domain, via Wikimedia Commons

La posizione di Donald Trump sull’arricchimento nucleare in Iran è stata vaga. Insiste sul fatto che l’Iran non debba acquisire un’arma nucleare. Ha affermato: “L’Iran non può avere un’arma nucleare” , il che viene interpretato come un arricchimento pari a zero o quasi zero come essenziale per qualsiasi accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran. L’inviato statunitense Steve Witkoff aveva precedentemente dichiarato che impedire qualsiasi capacità di arricchimento, anche “all’1 %“, era la linea rossa degli Stati Uniti, chiedendo lo smantellamento di impianti come Natanz e Fordow. Pertanto, l’obiettivo inamovibile rimane l’insistenza dell’Iran sul suo diritto all’arricchimento, contro la richiesta degli Stati Uniti di fermarlo completamente. Il presente commento delinea quattro ragioni principali per cui l’approccio dell’arricchimento pari a zero da parte degli Stati Uniti rischia di portare a una situazione di stallo nei negoziati.

Una cooperazione nucleare fallimentare

L’esperienza dell’Iran nella cooperazione nucleare con i paesi occidentali è stata segnata da sfiducia e impegni non mantenuti. A partire dal 1974, l’Iran ha investito nella costruzione dell’impianto di arricchimento dell’uranio Eurodif rimborsando un prestito. Sotto il regime di Pahlavi, l’Iran ha contribuito al progetto con un totale di 1,18 miliardi di dollari e ha acquisito nominalmente una quota del 10% nel consorzio europeo. Nonostante Eurodif sia il più grande impianto di arricchimento dell’uranio al mondo, l’Iran non ha ricevuto nemmeno un grammo di uranio arricchito da esso in quasi mezzo secolo. Questa questione irrisolta continua a mettere a dura prova le relazioni dell’Iran con la Francia.

Nel 1976, l’Iran firmò un contratto con la società tedesca Siemens per la costruzione di due centrali nucleari a Bushehr, ciascuna con una capacità nominale di 1.293 megawatt e una potenza netta di 1.196 megawatt. Tuttavia, nel 1978, con circa il 75% della prima unità e il 60% della seconda completati, la Siemens interruppe la costruzione a causa dello scoppio della Rivoluzione Islamica. Questa battuta d’arresto costrinse l’Iran a rivolgersi alla Russia, che alla fine completò la prima fase della centrale nucleare di Bushehr e la integrò nella rete elettrica nazionale iraniana.

Inoltre, in base a un accordo del 1987 con l’Argentina, il combustibile per il reattore di ricerca di Teheran, utilizzato per scopi medici, è stato convertito dal 93% di uranio arricchito al 20%. Da allora in poi, l’Argentina ha fornito all’Iran 116 chilogrammi di uranio arricchito al 20%. Per oltre due decenni, l’Iran non ha incontrato grosse difficoltà nell’approvvigionamento di combustibile per i suoi reattori di ricerca; anche durante la guerra Iran-Iraq, ha importato con successo il combustibile necessario. Tuttavia, nel 2008, dopo che l’Iran ha richiesto all’Argentina ulteriore uranio arricchito al 20%, la richiesta è stata respinta sotto la pressione degli Stati Uniti. Questo rifiuto ha suscitato serie preoccupazioni tra i funzionari iraniani circa una potenziale carenza di combustibile per il reattore di Teheran e altri impianti. In risposta, l’Iran ha accelerato lo sviluppo della sua infrastruttura nucleare nazionale, in particolare il completamento dell’impianto di arricchimento di Fordow.

Durante gli ultimi due anni della presidenza di Seyyed Mohammad Khatami, l’Iran ha gradualmente interrotto le sue attività di arricchimento dell’uranio. Questa sospensione faceva parte di una serie di accordi e in risposta alla Risoluzione 1696 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che imponeva la sospensione degli sforzi di arricchimento. L’amministrazione Khatami ha perseguito questa linea come misura di rafforzamento della fiducia, volta a dimostrare la buona volontà dell’Iran alla comunità internazionale. La sospensione si è estesa anche alla costruzione e al collaudo di modelli avanzati di centrifughe e dei relativi pezzi di ricambio.

Nonostante questi sforzi, gli Stati Uniti e i paesi europei risposero con sanzioni sempre più severe. I tentativi del governo Khatami di costruire un clima di fiducia non produssero benefici tangibili, rafforzando lo scetticismo iraniano sulle intenzioni occidentali. Anni dopo, in seguito al ritiro degli Stati Uniti dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) l’8 maggio 2018, sotto la presidenza di Donald Trump, l’Iran iniziò un graduale ridimensionamento dei suoi impegni previsti dall’accordo. Ciononostante, a partire da maggio 2025, l’Iran ha continuato a onorare alcune disposizioni chiave del JCPOA. I paesi europei, tuttavia, non riuscirono a controbilanciare l’impatto delle sanzioni unilaterali statunitensi e, di fatto, si allinearono alla campagna di “massima pressione” di Trump durante entrambi i suoi mandati presidenziali.

Scarsa fiducia verso gli Stati Uniti

In secondo luogo, la sfiducia dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti è stata plasmata anche dall’osservazione dell’esperienza della Corea del Nord. Dopo anni di tensione politica, le relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord iniziarono a disgelarsi con la visita dell’ex presidente Jimmy Carter a Pyongyang e il suo incontro con Kim Il-sung nel giugno 1994. Questa svolta diplomatica portò alla firma dell'”Accordo Quadro” nell’ottobre 1994. In base a questo accordo, la Corea del Nord si impegnò a congelare le sue principali attività nucleari, un impegno che doveva essere verificato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La Corea del Nord riaffermò inoltre il suo impegno alla “Dichiarazione Congiunta sulla Denuclearizzazione della Penisola Coreana”, firmata il 19 febbraio 1992.

In cambio, gli Stati Uniti accettarono di guidare un consorzio internazionale per la costruzione di due reattori nucleari ad acqua leggera in Corea del Nord e di fornire 500.000 tonnellate di olio combustibile pesante all’anno fino al 2003, anno in cui si prevedeva l’entrata in funzione del primo reattore. Inoltre, gli Stati Uniti si impegnarono a non minacciare né utilizzare armi nucleari contro la Corea del Nord.

Tuttavia, quando George W. Bush entrò in carica nel 2001, gli Stati Uniti ruppero le promesse e violarono i termini dell’accordo non riuscendo a costruire i reattori ad acqua leggera. Questa rinuncia fu una delle ragioni principali del ritiro della Corea del Nord dal TNP e del suo successivo sviluppo di armi nucleari. Sebbene gli Stati Uniti possano avere le loro ragioni per non attuare l’accordo, l’Iran considera questa violazione delle promesse analoga al ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA durante la presidenza di Trump. Come dice il vecchio proverbio, “Un credente non si lascia pungere due volte dallo stesso buco”1. È improbabile che l’Iran accetti le promesse degli Stati Uniti e interrompa l’intero programma di arricchimento nucleare.

Gli alti investimenti finora spesi sul programma nucleare

In terzo luogo, la persistenza dell’Iran nel suo programma nucleare può essere compresa anche attraverso la lente dell’economia comportamentale, in particolare attraverso i concetti di teoria dei costi irrecuperabili2 e di path dependency3. Queste teorie spiegano la tendenza di individui e istituzioni a proseguire una determinata linea d’azione sulla base di investimenti precedenti – finanziari, politici o simbolici – anche quando tali investimenti sono irrecuperabili. Nel contesto dell’Iran, decenni di ingenti investimenti finanziari e politici nella sua infrastruttura nucleare hanno creato un potente incentivo a mantenere la rotta.

Un fattore chiave in questo caso è la minaccia alla legittimità dei funzionari governativi e del sistema politico nel suo complesso. Se la leadership dovesse ridimensionare o smantellare in modo significativo il programma nucleare, soprattutto dopo aver sopportato anni di sanzioni e pressioni internazionali, si troverebbe probabilmente di fronte a una domanda cruciale da parte dell’opinione pubblica: a cosa sono servite le centinaia di miliardi di dollari spesi per il progetto nucleare? Data questa potenziale reazione negativa, è improbabile che i funzionari iraniani si sottopongano volontariamente a tale esame. Di conseguenza, anche se i benefici materiali dell’allentamento delle sanzioni superano i vantaggi strategici dell’arricchimento, il regime rimane riluttante ad abbandonare completamente il programma nucleare. Il costo politico di dare l’impressione di cedere sotto pressione è troppo alto, il che rafforza l’andamento di path dependecy dell’Iran.

L’orgoglio nazionale

In quarto luogo, l’orgoglio è un elemento chiave della cultura strategica iraniana. L’orgoglio nazionale è il sentimento positivo che gli individui nutrono nei confronti del proprio Paese, basato sulla propria identità nazionale. Questo concetto comprende anche il patriottismo, in base al quale gli individui considerano la propria nazione superiore. Storicamente, l’orgoglio nazionale è servito a difendersi dalle invasioni e a resistere alle richieste umilianti degli stranieri. Dato il ricco background storico e culturale dell’Iran, gli iraniani possiedono un forte senso di orgoglio nazionale ed è improbabile che accettino condizioni umilianti, come richieste di zero arricchimento o limitazioni alle armi convenzionali. Tali richieste sono considerate insulti e lesive dell’orgoglio nazionale e difficilmente saranno accettate facilmente. Pertanto, qualsiasi posizione negoziale deve essere in sintonia con l’orgoglio nazionale iraniano; in caso contrario, è probabile che fallisca.

Conclusioni

Sebbene entrambe le parti possano percepire progressi, la realtà suggerisce progressi minimi. Soluzioni tecniche, come la creazione di un consorzio internazionale, una forte partecipazione degli Stati Uniti ai progetti nucleari iraniani, l’arricchimento a bassa purezza, ispezioni intensive dell’AIEA e l’estensione a tempo indeterminato della clausola di caducità del JCPOA, potrebbero contribuire a salvare i negoziati. Questa posizione è stata precedentemente ribadita dal consigliere politico della Guida Suprema, Ali Shamkhani, nella sua ultima intervista con la NBC. Ha affermato che l’Iran si impegnerà a non produrre mai armi nucleari, a sbarazzarsi delle sue scorte di uranio altamente arricchito che può essere trasformato in arma, ad accettare di arricchire l’uranio solo ai livelli minimi necessari per uso civile e a consentire agli ispettori internazionali di supervisionare il processo, in cambio dell’immediata revoca di tutte le sanzioni economiche contro l’Iran. A questo proposito, Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica, usa una metafora: “L’arricchimento è il fondamento e il pilastro dell’industria nucleare del Paese. Questo problema può essere paragonato a un esempio nel settore elettrico: supponiamo che a qualcuno sia consentito avere una sottostazione elettrica e una rete, ma non gli sia consentito costruire una centrale elettrica”. Il tempo ha dimostrato che la politica massimalista degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran si è sempre ritorta contro di loro. Nel 2003, Teheran aveva solo 164 centrifughe, nessuna riserva di uranio a basso arricchimento e nessuna capacità tecnica di arricchire oltre il 3,67%. Ma la politica massimalista di Washington ha portato al fallimento diplomatico. Prima della guerra di 12 giorni tra Iran e Israele del giugno 2025, Teheran aveva più di 20.000 centrifughe avanzate, una capacità di arricchimento superiore al 60% e, secondo il , ufficiale dell’AIEA rapporto circa 408,6 chilogrammi di uranio arricchito al 60% di purezza e una riserva totale di 9.247,6 chilogrammi di uranio arricchito (a maggio 2025). Sembra che bombardare l’Iran sarebbe controproducente e spingerebbe l’Iran verso le armi nucleari. Pertanto, una soluzione vantaggiosa per tutti, che preveda in qualche modo l’arricchimento dell’Iran con rigide ispezioni dell’AIEA, resta l’unica strada percorribile per raggiungere un accordo diplomatico.

  1. Il significato letterale è: un credente (ovvero una persona saggia, virtuosa) non si lascia pungere due volte dallo stesso buco (di un serpente, scorpione, o altro animale pericoloso). ↩︎
  2. (sunk cost fallacy) descrive la tendenza irrazionale a proseguire un progetto o un comportamento basandosi su investimenti passati (tempo, denaro, impegno) non più recuperabili, anziché su benefici futuri ↩︎
  3. Concezione secondo la quale («dipendenza dal percorso») piccoli eventi passati, anche se non più rilevanti, possono avere conseguenze significative in tempi successivi, che l’azione economica può modificare in maniera limitata. Tale idea non è circoscritta al campo economico. ↩︎

Pubblicato da MEMo, da noi tradotto.

 Ali Omidi

Ali Omidi

è professore associato di Relazioni internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Facoltà di Scienze Amministrative ed Economia, Università di Isfahan, Iran.