MELQUÍADES
Fonte: Rebelion
CC 4.0
Rojava sotto attacco
L’accordo di 10 marzo: impegni senza attuazione
L’accordo firmato il 10 marzo 2025 tra le Forze Democratiche Siriane (FDS) e Damasco hanno stabilito, nei suoi primi due articoli, la pari rappresentanza politica dei curdi e delle altre minoranze, nonché la garanzia costituzionale dei diritti identitari. Tuttavia, a oggi non esiste né attuazione né bozza costituzionale, nemmeno un processo mirato a quello.
Al contrario, i massacri etnici e settari perpetrati dal regime in Sueida e Latakia hanno chiarito che Damasco non ha alcuna intenzione di riconoscere la diversità sociale della Siria. Il suo obiettivo è ricostruire il Paese secondo una logica centralista e omogeneizzante di “una nazione, uno stato”.

L’offensiva di Aleppo: non un conflitto legale, ma un accordo regionale
L’attacco contro Aleppo non è, come sostiene il leader di HTS Ahmed al-Sharaa (al-Jolani)1, una reazione alle presunte violazioni dell’accordo del 10 Marzo. La chiave sta nel tempismo politico.
L’offensiva ha avuto luogo subito dopo che il regime siriano ha raggiunto un accordo di sicurezza con Israele. Un regime che nega ai curdi e ad altri popoli siriani i diritti elementari di riconoscimento e sicurezza non ha solo rinunciato ai territori occupati da Israele, ma ha anche garantito che non li recupererà con mezzi militari. Dopo essersi assicurato il non intervento israeliano, Damasco ha indirizzato la sua offensiva verso il Rojava.
Quindi, l’attacco ad Aleppo è stato possibile grazie al tacito consenso di Israele, la passività degli Stati Uniti e il sostegno attivo della Turchia.
Dopo Aleppo: Tribù, risorse e decreti
L’avanzata HTS2 ad Aleppo, si è verificata per quattro condizioni fondamentali: l’inazione militare delle SDF3, la neutralità di Israele, l’atteggiamento passivo degli Stati Uniti e l’appoggio attivo della Turchia.
In seguito a questa offensiva, le tribù arabe presenti nelle SDF, sotto la forte influenza finanziaria e politica saudita, hanno abbandonato la loro alleanza stiìorica con il movimento curdo e si sono allineati con Damasco.
Approfittando di questo, al-Sharaa ha emesso un decreto che incorporava allo Stato centralele regioni della Siria orientale ricche di petrolio, gas e agricoltura, costringendo le forze curde a ritirarsi a est dell’Eufrate. Il decreto includeva disposizioni volte alla frammentazione del movimento curdo: riconoscimento simbolico del curdo come “lingua nazionale” senza status ufficiale, riducendolo a opzione facoltativa, integrazione individuale dei combattenti curdi nell’esercito dello Stato, scioglimento delle forze di sicurezza locali e vaghe promesse di elezioni comunali.
Queste misure costituiscono un attacco diretto alle fondamenta collettive e istituzionali della Rivoluzione del Rojava.
Cos’è il Rojava e perché è sotto i riflettori?
Il Rojava comprende le regioni a maggioranza curda della Siria settentrionale: Cizîrê, Kobanê e Afrin. Dopo lo scoppio della guerra civile nel 2011 e il ritiro del regime, il movimento curdo ha istituito un’amministrazione di fatto autonoma, conosciuta dal 2012 come Rivoluzione di Rojava.
Il conflitto tra Rojava e Damasco non è un conflitto militare convenzionale, ma è lo scontro tra due progetti politici antagonisti. Il Rojava incarna un modello laico di confederalismo democratico basato in comuni, consigli, copresidenza di genere e rappresentanza multietnica e multireligiosa. Damasco, invece, è governata da un autorità designata, temporanea e priva di legittimità, sostenuta da forze mercenarie e da supporto esterno.
Economia, Cultura e liberazione delle donne
L’economia del Rojava si è sviluppata in condizioni di guerra ed embargo, organizzata principalmente in cooperative. Il suo obiettivo non è accumulazione capitalista, ma riproduzione sociale e sopravvivenza collettiva.
Sul piano culturale, il Rojava ha generato una rottura antimperialista e decolonizzatrice: il curdo (kurmanji) come lingua pubblica, istruzione multilingue, ricostruzione della memoria storica locale e istituzionalizzazione della liberazione delle donne come norma sociale. I consigli delle donne sono attori centrali nella trasformazione sociale, non solo nell’ambito militare.
Il “Decreto “Curdo” e la crisi di legittimità
Il cosiddetto Il “Decreto Curdo” di otto punti ignora completamente il Rojava, non riconosce il curdo come lingua ufficiale o scolastica e intende alimentare la divisione attraverso concessioni simboliche come cittadinanza condizionale e il riconoscimento del Newroz4 come festa.
L’amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale ha risposto sottolineando che i diritti fondamentali non possono essere garantiti da decreti temporanei, ma solo attraverso una costituzione che rifletta la volontà di tutti i popoli. La Siria non ce l’ha e chi firma questi decreti manca di legittimità..
Difendere Rojava: un compito internazionalista
Oggi si tenta di liquidare non solo un territorio, ma un sistema comunitario che si è forgiato in condizioni estreme di guerra: uno spazio dove i popoli possono coesistere, dove le donne esercitano un potere reale e dove il pluralismo è una pratica viva.
Lo stato di Rojava determinerà non solo il futuro del popolo curdo, ma anche quello di tutti i popoli del Medio Oriente. Ovunque siano preservate lingue e culture diverse può emergere una cultura comunitaria fondata sulla pluralità.
Perciò, difendere il Rojava è una responsabilità internazionalista e rivoluzionaria nella lotta per una Siria democratica.
- è un politico e guerrigliero siriano, autoproclamatosi presidente della Siria dal 29 gennaio 2025. ↩︎
- Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), è un’organizzazione islamista armata attiva nella guerra civile siriana. ↩︎
- comunemente SDF o FDS, sono un’alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriache costituitasi formalmente nell’ottobre 2015, durante la guerra civile siriana come forze armate dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Tale alleanza raccoglie anche diverse altre minoranze (turcomanni, armeni e ceceni) e una brigata internazionale. ↩︎
- Capodanno persiano ↩︎
Pubblicato da Rebelion, da noi tradotto.
M. Tas
giornalista
