MELQUÍADES

Fonte: Eldiario.es
Eldiario.es Logo
CC BY-SA 4.0
Articolo di Neus Tomàs

Santiago Alba Rico: “Israele è la sopravvivenza del peggio d’Europa in Medio Oriente”

In un paese che non abbonda di pensatori, Santiago Alba Rico (Madrid, 1960) è diventato una figura di spicco della sinistra, e si spera non solo. La sua voce timida, quasi sussurrante, si fa strada attraverso articoli e libri che contribuiscono a contrastare il frastuono dei parlamenti e dei dibattiti politici. Il suo ultimo saggio, Gaza e il destino del mondo (Arpa)1, ci pone di fronte a uno specchio scomodo: il doppio standard dell’Occidente.

Santiago Alba Rico: “Israele è la sopravvivenza del peggio d’Europa in Medio Oriente”
Santiago Alba Rico | Marta Jara (eldiario.es), CC BY-SA 3.0 ES, via Wikimedia Commons

«Israele è un prodotto dell’antisemitismo europeo e, in questo senso, non avrebbe mai dovuto esistere. La fondazione di Israele è ingiusta sotto ogni punto di vista», afferma Alba Rico. Ritiene che la soluzione dei due Stati non sia più praticabile. Sostiene che siano gli stessi israeliani, insieme agli europei, a dover de-sionizzare Israele. «Solo allora potranno prendere in considerazione soluzioni come quelle proposte da Martin Buber: uno Stato binazionale o un unico Stato democratico in cui sia possibile stabilire regole del gioco condivise», aggiunge.

Nel frattempo, il filosofo si rifiuta di soccombere al pessimismo. Non perché manchino le ragioni, ma perché se i palestinesi resistono, nonostante tutto, nonostante non abbiano nulla, allora noi dobbiamo resistere e continuare a denunciare il genocidio di cui sono vittime. Alba Rico ci costringe a pensare a quel mondo che Gaza ha segnato come punto di non ritorno per la civiltà e, con le immagini di Ceuta ancora vive nella nostra memoria, lancia questo monito: “Ci troviamo in un momento storico in cui si può credere di essere buoni pur partecipando a un linciaggio”.

L’inizio del libro è sorprendente perché ritorna a due aspetti dell’infanzia: il giorno, che, in sintesi, è più legato al gioco, e la notte, che potrebbe essere più legata alla paura. E da lì, li collega a determinate dinamiche di potere. Come si è arrivati ​​a questo?

È un’analogia che mi frulla in testa da un po’ di tempo. Da lettore di Freud, credo fosse quasi inevitabile inquadrarla in questo modo. Ma forse ha a che fare anche con la mia percezione degli ultimi anni, in un contesto di democrazie in declino e autoritarismo in espansione. Il progetto illuminista è chiaramente fallito.

Kant affermò che l’Illuminismo rappresentò il raggiungimento della maturità da parte dell’umanità. Per due secoli abbiamo creduto, a tratti, che fosse così, ma negli ultimi anni abbiamo constatato che non lo era. Non siamo mai veramente giunti alla piena maturità. Rimaniamo come un cortile scolastico dove i più forti, coloro che meno si lasciano influenzare dai principi condivisi, sono alla fine coloro che si impadroniscono dei territori, controllano la vita degli altri e decidono chi merita di vivere e chi no.

Quella che io chiamo l’infanzia diurna, l’infanzia del gioco, a un certo punto diventa ipocrisia. Abbiamo continuato a giocare con i valori morali, con la democrazia, con la separazione dei poteri. Quello che è successo è che questo apparato ludico, più o meno condiviso, in cui tutti noi abbiamo ipocritamente seguito certi principi in cui forse non credevamo, ma che ci proteggevano dal bambino della notte, è crollato. E quel bambino della notte ha preso possesso del cortile della scuola.

Anche i giochi dei bambini hanno delle regole in quel parco giochi. Se applicassimo questo principio al comportamento di leader come Trump e Netanyahu, la conclusione sarebbe forse che non rispettano alcuna regola?

Esattamente. È un’idea che ho preso in prestito da Chesterton, da quel meraviglioso libro, “Ortodossia” , in cui spiega l’ossessione dei bambini per le regole. Possono inventarle, ma l’importante è seguirle. Ricordo una frase di un libretto di Wagner, “I maestri cantori di Norimberga “, che dice: “Inventate le vostre regole, ma seguitele”.

Le regole hanno sempre un che di rassicurante. Persino, se vogliamo, nelle mafie che hanno, o hanno avuto per un certo periodo, delle regole interne da rispettare. E i bambini ne sono ossessionati: vogliono che vengano seguite a tutti i costi.

Quel bambino diurno che gioca secondo regole inventate, ma comunque rigide e obbligatorie, diventa un ipocrita civilizzato, direbbe Freud. Ne Il disagio della civiltà, la civiltà serve principalmente a reprimere il bambino notturno. E quel bambino notturno è stato liberato, scatenato. Ignorare le regole offre attualmente molti vantaggi in termini di potere, profitto, guadagno capitalistico, guadagno imperialista e protezione dei propri interessi.

Uno dei capitoli si pone la domanda: cos’è Gaza? E una delle conclusioni più significative è che si tratta di molto più di un territorio fisico, con una storia che si estende per migliaia di anni.

Sì. A mio avviso, Gaza non è solo un territorio, come hanno sottolineato autori come Pankaj Mishra. È un cambio di paradigma, un concetto, una costruzione mentale.

A un certo punto, lo paragono ad altri concetti che sono esistiti nel corso della storia, soprattutto nel XX secolo. Parlo di Verdun, la cui ubicazione è sconosciuta, ma che rappresenta un paradigma di guerra che, in un certo senso, segna anche un punto di svolta nella storia del XX secolo. Le trincee di Verdun hanno inaugurato il XX secolo. E poi abbiamo chiaramente due concetti che originariamente sono territori: Auschwitz e Hiroshima. Auschwitz, la liquidazione orizzontale dell’altro; Hiroshima, la liquidazione verticale dell’altro.

Gaza è un altro nuovo concetto che combina l’orizzontalità di Auschwitz e la verticalità di Hiroshima. Allo stesso tempo, introduce un’innovazione tecnologica che trasforma – o ha trasformato – Gaza in un laboratorio per una nuova forma di guerra; ad esempio, attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale.

Ci sono somiglianze e, come sottolinea, anche alcune differenze.

C’è un aspetto che si discosta dal modello del XX secolo. Auschwitz, dopotutto, era nascosto. I nazisti cercarono di celarlo; non se ne vantarono. La decisione su quella che chiamarono, con un eufemismo terribile, “Soluzione Finale”, fu presa in una riunione segreta. Tutto accadde nella nebbia, nell’oscurità. A Gaza, è stato esattamente il contrario: lo abbiamo vissuto in tempo reale, sotto gli occhi di tutti. A un certo punto, con grande amarezza, dico che se Hitler avesse introdotto le telecamere nelle camere a gas, forse avrebbe potuto spingersi ancora oltre, e di certo non si spinse molto oltre.

Non possiamo guardare tutto senza esserne contaminati; non possiamo permetterci di guardare tutto senza che anche le nostre anime, la nostra integrità morale, ne soffrano. Abbiamo visto troppo. Lo abbiamo visto in tempo reale, minuto per minuto, senza poter cambiare ciò che stava accadendo. Questa è una catastrofe civile e morale senza precedenti per una semplice ragione: non nascondiamo più i crimini; anzi, ne andiamo persino fieri.

Il novanta per cento della popolazione mondiale è assolutamente contrario al genocidio di Gaza, eppure, completamente impotente, ha dovuto assistere a immagini che hanno ferito moralmente l’umanità. Lo ha fatto in un modo che non definirei irreparabile, ma certamente con conseguenze molto gravi.

Si dice che il 90% della popolazione mondiale, ma alla fine sembra che sia il restante 10% a decidere cosa succede a Gaza.

Sì, certo. Il libro è anche un atto d’accusa contro gli Stati Uniti e l’Unione Europea. È qualcosa che possiamo osservare anche in altri ambiti, non solo a Gaza. Come diceva Gaetano Mosca, filosofo e giurista dell’Italia prefascista: una minoranza organizzata è sempre più potente di una maggioranza disorganizzata.

Ovviamente, le minoranze che finiscono per sostenere un genocidio hanno più mezzi, più denaro e più risorse. Hanno anche più risorse propagandistiche. Si sono impossessate non solo di armi e violenza, ma anche di parole. In queste condizioni, una maggioranza disorganizzata può fare ben poco, se non subire da lontano il veleno morale di quelle terribili immagini in cui abbiamo visto bambini morti, sepolti sotto le macerie, colpiti da cecchini o assassinati nei loro letti.

C’è un momento in cui parla del doppio standard occidentale. Ha appena menzionato gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Un esempio è come la violenza palestinese venga condannata, mentre quella israeliana sia tollerata?

Quando vengono emesse condanne, queste sono puramente formali o retoriche e non sono accompagnate da misure concrete, a differenza di quanto accaduto altrove. Contro la Russia sono state prese misure, del tutto legittime, in risposta a un’invasione e un’occupazione che vanno condannate senza riserve. Ma questo non avviene con Israele.

Nel libro, cerco di spiegare che tutto ciò non accade perché Israele fa parte del capitolo più oscuro della storia europea, quello che ha ripetutamente prevalso, fatta eccezione per questa breve parentesi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Israele è ciò che resta dell’Europa prebellica. E, in quanto sopravvissuto di quell’Europa, può contribuire a farla regredire. Lo stiamo vedendo con l’islamofobia, il razzismo e l’ascesa dell’estrema destra in Europa.

Tutto ciò è strettamente legato a Israele, come lo stesso Netanyahu riconosce e ribadisce stringendo rapporti privilegiati con i partiti di estrema destra europei, gli stessi partiti che perseguitarono gli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale. Quindi sì: Israele rappresenta la sopravvivenza del peggio d’Europa in Medio Oriente e, da lì, può condurre noi europei ai capitoli più oscuri della nostra storia.

C’è un momento in cui si esprime con particolare fermezza, affermando che Israele non avrebbe mai dovuto esistere e che non fu, come a volte è stato spiegato, la presenza minoritaria e legittima di immigrati di religione ebraica in Palestina, nel 1881 o nel 1906, a rivendicarne l’esistenza.

Israele è un prodotto dell’antisemitismo europeo e, in questo senso, non avrebbe mai dovuto esistere. La fondazione di Israele è ingiusta sotto ogni punto di vista. È, di fatto, il frutto di un progetto nazionalista escludente emerso alla fine del XIX secolo, con l’ascesa del nazionalismo, soprattutto in Europa, e successivamente nel contesto dell’imperialismo coloniale. È, quindi, come disse Theodor Herzl, un avamposto dell’Europa in Medio Oriente e un baluardo contro i barbari colonizzati.

Tuttavia, il fatto che la sua esistenza non fosse giusta non significa che ora dovremmo perseguire la distruzione di Israele. No. Israele esiste, e un’ingiustizia non può essere neutralizzata con un’altra ingiustizia 80 anni dopo.

Pertanto, abbiamo un solo strumento, uno strumento che lascerà sempre insoddisfatti i vigilantes di entrambe le parti, ma è l’unico che abbiamo: il diritto internazionale.

Ma quando discute di diritto internazionale, il libro lo presenta come un guscio fragile che a malapena è riuscito a contenere le ambizioni delle grandi potenze. Nella sua concezione attuale, è ancora utile per noi?

Così com’è, per noi è inutile. Dal momento stesso in cui un intero gruppo di bambini ha dichiarato che quel diritto non è vincolante, esso in qualche modo diventa nullo o inutile. È anche una conseguenza di come quel diritto è stato costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Pensiamo, ad esempio, alle Nazioni Unite.

Da tempo in molti chiedono una riforma delle Nazioni Unite. È inaccettabile che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale detengano ancora il potere di veto dopo un lungo processo di decolonizzazione, con la crescente influenza di altri paesi e almeno delle potenze di medio livello. Le Nazioni Unite devono essere riformate. Questo è il momento opportuno per sollevare quantomeno la questione di tale riforma. Non per attuarla, perché per questo abbiamo bisogno di una forza e di un potere maggiori di quelli che noi, la maggioranza disorganizzata, possediamo, ma per sollevare la questione.

Brian Naughton, Public domain, via Wikimedia Commons

Un altro tema su cui riflette nel libro è l’identificazione tra lo Stato di Israele e il popolo ebraico. Si tratta di un errore commesso sia dalla destra che dalla sinistra?

Penso di sì. Anche questo è il risultato di quel senso di colpa storico derivante dall’Olocausto. Come spiegano molto bene Pankaj Mishra e Finkelstein, si tratta di un fenomeno relativamente recente: ha iniziato a manifestarsi negli anni ’60.

Fu solo alla fine degli anni ’60, con la Guerra dei Sei Giorni, che lo Stato di Israele venne identificato con l’Olocausto. In realtà, Israele non era uno Stato vittima. Si trattava di una sorta di via di fuga: il sionismo cercava di evitare proprio l’identificazione che l’immaginario europeo stabilisce tra l’ebreo e la vittima. Il sionismo rivendicava il diritto alla violenza, per non essere la vittima.

Ma, a partire dalla fine degli anni Sessanta, questa identificazione si consolidò e lo Stato di Israele iniziò a trarre legittimità dal costante richiamo all’Olocausto e dall’identificazione tra lo Stato di Israele e il popolo ebraico.

Abbiamo Peter Beinart e Marc H. Ellis, e molti altri ebrei che non sono minimamente disposti ad accettare che Israele uccida bambini in loro nome. Dobbiamo sempre ricordare queste voci ebraiche e cercare di smantellare l’identificazione tra lo Stato di Israele e il cosiddetto popolo ebraico, identificazione che il sionismo cerca di usare per legittimare i suoi crimini.

Non esiste un popolo ebraico; esiste una religione ebraica, esiste una cultura ebraica. E ciò che non si può fare, ovviamente, è identificare Israele con il popolo ebraico.

Perché?

Perché identificare il popolo ebraico con Israele, dove Israele è un’impresa coloniale che commette genocidio, fa qualcosa che il sionismo, peraltro, desidera: promuovere l’antisemitismo.

Il modo migliore per combattere l’antisemitismo è rompere l’identificazione tra lo Stato di Israele e il popolo ebraico. Il popolo ebraico, la cultura ebraica e la religione ebraica non sono responsabili dei crimini di Israele.

Come si potrebbe de-sionizzare Israele?

Sarà difficile perché è nato con il sionismo. La fondazione di Israele è inseparabile da quel progetto, che fin dall’inizio è stato escludente e suprematista. Ma credo che sia l’unica soluzione. Al momento, qualsiasi soluzione sembra molto lontana. La soluzione dei due Stati è impossibile. Dobbiamo tenere presente che, in realtà, questo era l’obiettivo fin dall’inizio: rendere impossibile l’esistenza di uno Stato palestinese.

Mi irrita profondamente che si parli continuamente del diritto di Israele ad esistere, quando l’unico diritto all’esistenza che viene costantemente messo in discussione, persino dall’Europa e dagli Stati Uniti, è il diritto all’esistenza della Palestina.

La particolarità sta nel fatto che Israele e i suoi governanti, fin dai tempi di Ben-Gurion, hanno costantemente e inequivocabilmente espresso il loro rifiuto di riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese. Netanyahu lo ha ripetutamente affermato negli ultimi anni. Lo stesso programma fondativo del Likud afferma che il territorio di Israele si estende dal fiume al mare. I palestinesi vengono costantemente criticati per l’utilizzo di questo slogan, poiché esso è sancito nel programma fondativo del Likud.

Israele non ha alcuna intenzione di accettare l’esistenza di uno Stato palestinese. Pertanto, è necessario de-sionizzarlo, e l’unico modo per farlo è che coloro che hanno sostenuto Israele dall’estero smettano di farlo.

Se Israele è un progetto europeo, affinché cessi di essere un progetto coloniale, un progetto genocida, è l’Europa che deve smettere di sostenere Israele.

Pensa che vedremo la fine dell’occupazione?

Personalmente, non lo so. Confido che i miei figli lo capiranno. Perché ciò accada, è fondamentale che molti più israeliani, e non solo ebrei, si rendano conto che l’esistenza stessa di Israele, come sottolineano Ilan Pappé e Gideon Levy, è in pericolo. Questo perché il progetto sionista di un Israele escludente in perenne guerra civile è completamente insostenibile. E sono gli stessi israeliani, insieme agli europei, che devono de-sionizzare Israele.

Poi potrebbero prendere in considerazione opzioni come quelle menzionate da Martin Buber: uno stato binazionale o un unico stato democratico in cui sia possibile stabilire regole del gioco condivise.

Oggi è totalmente irrealizzabile, non perché non possa mai esistere, ma perché esiste uno Stato di Israele governato, peraltro, da partiti ultra-religiosi che non possono in alcun modo accettare l’esistenza di uno Stato palestinese, né tanto meno l’esistenza dei palestinesi.

Non c’è alcun riconoscimento dell’esistenza dei palestinesi. Non vengono chiamati palestinesi: vengono chiamati arabi, proprio per evitare di dover riconoscere l’esistenza di un popolo palestinese.

Nel libro, afferma che Gaza segna l’inizio di un nuovo mondo. Prevede forse che questo mondo sarà persino peggiore?

Ultimamente, sto cercando di resistere al fatalismo e al pessimismo. Credo che ci sia anche un aspetto molto politico in questo: la decisione politica che possiamo prendere è proprio quella di non lasciarci trascinare da essi.

Come possiamo cedere al fatalismo europeo quando i palestinesi costruiscono scuole in tende tra le macerie di Gaza ogni giorno; quando cambiano continuamente i pannolini ai loro figli, ricostruiscono le loro case e si prendono cura degli ulivi bruciati?

Credo fermamente che ci attendano tempi ancora peggiori, perché questo modello di Gaza lo stiamo vedendo ovunque. Israele lo sta applicando in Libano, gli Stati Uniti e Israele lo stanno applicando in Iran, la Russia lo sta applicando in Ucraina, e stiamo assistendo a un processo di de-democratizzazione globale che non fa certo ben sperare per la ricostruzione di un diritto internazionale più solido e protettivo, anzi, semmai il contrario.

Non possiamo permetterci il pessimismo finché i palestinesi continuano a resistere.

Parlando di come sarà questo nuovo mondo, e considerando quanto accaduto a Ceuta, non sembra esserci molto motivo di ottimismo. Qual è la sua analisi di ciò che sta succedendo?

Ciò che più mi preoccupa, tralasciando le analisi geopolitiche – già fatte, e peraltro molto ben fatte e ricche di spunti; certamente anche sul vostro giornale – è un aspetto che sottolineo nel libro. Improvvisamente, oggigiorno, ci troviamo di fronte a persone che credono di essere buone mentre impediscono alla Croce Rossa di distribuire pane e acqua agli immigrati, li cacciano dai luoghi in cui il governo li ha alloggiati in modo precario, o bruciano i loro averi.

Questo mi preoccupa molto, perché ci troviamo in un momento storico in cui si può credere di fare del bene partecipando a un linciaggio. È in qualche modo ciò che sta accadendo a Gaza. Abbiamo visto cittadini israeliani salire sulla collina di Sderot per guardare Gaza bruciare mentre si godevano un pasto sontuoso, o impedire la consegna di aiuti umanitari. Com’è possibile che i legami con quella che un tempo chiamavamo etica o moralità universale si siano spezzati così profondamente da permettere di credere di fare del bene partecipando a un linciaggio?

Questo nuovo quadro morale, o meglio amorale, viene alimentato da partiti politici che aspirano a governare, persino a rovesciare un governo legittimo con ogni mezzo, rifugiandosi nel bambino interiore, il bambino interiore che tutti portiamo dentro di noi. Ciò che mi preoccupa di più in questo momento è che ci consideriamo buoni cittadini o brave persone mentre escludiamo gli altri, li perseguitiamo o li uccidiamo.

E lo stiamo già vedendo a Ceuta: attraverso Ceuta, questo nuovo modello, questo modello di Gaza , si sta diffondendo rapidamente anche in Spagna, che fino ad ora era una sorta di isola, protetta dal fascismo. Credo che attraverso Ceuta, il fascismo stia sbarcando definitivamente in Spagna.

Si tratta della disumanizzazione del migrante. Arriva un punto in cui molte persone non li considerano più come esseri umani.

No. E voi pensate di essere a posto perché non vedete una persona, un bambino o un giovane fuggito dal proprio paese? Questa è la cosa terribile. Dobbiamo stare estremamente attenti. Per questo il mio libro contiene anche un monito contro i giustizieri improvvisati, contro l’idea stessa di giustizia, perché il male si insinua molto più facilmente attraverso l’idea di giustizia che attraverso l’idea di legge. Non cerchiamo di fare i giustizieri.

Non possiamo chiedere a tutti di commuoversi per l’esistenza degli altri, per il dolore degli altri. Non possiamo chiederlo a nessuno. Ma proprio per questo è così importante preservare quel bambino interiore che, ipocritamente, ricordava certi valori, certi principi, certe regole comuni.

  1. Non ci risultano pubblicazioni di suoi libri in lingua italiana ↩︎

Pubblicato da eldiario.es, da noi tradotto.

Neus Tomàs

Neus Tomàs

vicedirettrice di eldiario.es e responsabile della redazione in Catalogna.