MELQUÍADES

Fonte: Catalunya Plural
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CC BY-NC-SA 4.0
Articolo di José R. Ubieto

Un mondo molto complesso: benvenuti nel 2026

Abbiamo iniziato il 2026 con la conferma di qualcosa che già sapevamo, anche se preferivamo ignorarlo: il mondo è profondamente complesso e turbolento. Se accettiamo che la risonanza sia inversamente proporzionale all’accelerazione, non abbiamo altra scelta che ammettere che le trasformazioni sono troppo numerose e troppo rapide perché la nostra capacità di assimilarne la natura multiforme sia comprensibile.

Complessità | foto di Armand Khoury | Licenza Unsplash.com

La complessità, secondo la Real Academia Española1, è “complicazione, difficoltà, groviglio, confusione, disordine…”, sentimenti ed emozioni molto presenti oggi, soprattutto tra i giovani. Ciò che ci disturba di questa complessità contemporanea non è tanto la sua novità – è sempre esistita – quanto la fretta e, soprattutto, l’oscillazione dei punti di riferimento tradizionali. L’Altro, come interlocutore sociale, non è semplicemente in crisi, né diviso o esitante: piuttosto – come Lacan aveva anticipato negli anni Settanta – è rotto. Non offre più certezze, narrazioni o identità solide. Ecco perché il cinismo trionfa come rifugio fedele per molti orfani di senso.

Trump, Putin, Netanyahu, Thiel, Zuckerberg e tanti altri leader e ideologi globali non sembrano soffrire di dilemmi morali. Sono uomini con convinzioni salde, la più importante delle quali è la fiducia in se stessi, che, tra l’altro, costituisce la loro natura delirante. Da lì, accettano gli altri: religione, ideologia, cultura… La loro enorme influenza risiede proprio in questo impegno risoluto per la semplicità in un mondo complesso. Non investono molto nelle argomentazioni: le loro parole sono semplici e dirette perché ne conoscono l’efficacia.

Quasi nessuno di loro condividerebbe la paura di Korin, il protagonista di Guerra e guerra, il romanzo dello scrittore ungherese László Krasznahorkai, quando conclude che era inutile torturarsi alla ricerca del significato ultimo, perché “la complessità era in sé il significato del mondo”.

Ammettiamo che molti di noi, come Korin, stiano nuotando controcorrente in un mondo in cui l’intelligenza artificiale e i suoi algoritmi offrono una soluzione basata sull’omogeneizzazione delle risposte: emoticon, formule prefabbricate, risposte pronte all’uso come quelle delle chat room. Questo approccio richiede una connettività costante, elimina la sorpresa e riduce la complessità alla semplicità di una macchina che parla per noi, scrive per noi e, sempre più, pensa per noi.

In ambito educativo e clinico, accettiamo volentieri processi di etichettatura psicopatologica e protocolli di cura che omogeneizzano la sofferenza e si presentano come spiegazione e soluzione al disagio. Persino i pazienti stessi arrivano con la loro autodiagnosi, spesso ricavata dalle migliaia di canali social che offrono un “nome” con cui presentarsi alla società: bipolare, sindrome di Asperger, disturbo dello spettro autistico, disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)… Nuovi riti di battesimo sociale in un’epoca di rotture e identità evanescenti.

Complessità è anche un altro nome per l’inesistenza di quell’Altro che garantirebbe la nostra esistenza. Se molti dei leader menzionati concordano nelle loro dichiarazioni religiose, e se così tanti giovani aspirano a una nuova spiritualità, è perché desiderano ardentemente quel Dio che ci proteggerebbe liberandoci da ogni incertezza.

Ma ci sono anche altre possibili risposte a questa assenza radicale: prendere in mano la nostra vita – il che implica fare e agire – senza rinunciare al pensiero critico o ai legami sociali.

  1. è l’organismo responsabile di elaborare le regole linguistiche della lingua spagnola, equivale alla nostra Accademia della Crusca. ↩︎

Pubblicato da Catalunya Plural, da noi tradotto

José R. Ubieto

José R. Ubieto

Psicologo clinico e psicoanalista. Professore presso la UOC (Universitat Oberta de Catalunya). Membro dell'Associazione Mondiale di Psicoanalisi.