Un uomo piccolo piccolo

di Monini Francesco

«Solo,
lungo l’autostrada,
alle prime luci del mattino,
ho spento anche la radio…».
«È come un’insolita allegria,
di cui non so il motivo
non so che cosa sia.
È come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto di vivere il presente».

Giorgio Gaber non era un tipo comodo. Non piaceva a destra. Spesso, sempre di più negli ultimi anni, non piaceva neppure a sinistra. Ha scritto canzoni bellissime. Ha raccontato – con rabbia, commozione, e tantissimo coraggio – un mucchio di cose che abbiamo nella pancia e che non escono mai fuori. Per pigrizia. Perché non sta bene. Perché magari gli altri dopo pensano… Per viltà.

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Albertone invece faceva ridere. Forse come nessun altro. Ma anche guardando Sordi – almeno il Sordi fino agli anni Settanta – rimaneva l’ amaro in bocca. I suoi difetti erano, a ben guardare, una sola stigmata. La viltà, appunto. Fare il furbo, strisciare davanti al capo, scappare davanti al pericolo, millantar credito, conformarsi alla legge del più forte, prendere per il sedere i sottoposti («Lavoratori!!!»). Per lui, per salutarlo un’ultima volta, tutta Roma si è fermata. Adesso che siamo in un altro millennio, il prototipo dell’italiano incarnato da Sordi sembrerebbe un po’ sbiadito. Ma è solo una impressione: il lupo perde il pelo…

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Non sarà facile dimenticare quella interminabile fila di persone che aspettava composta davanti alla camera ardente allestita al Lingotto, quelle facce comuni venute per un estremo saluto a Giovanni Agnelli, ultimo re di d’Italia. Tutta Torino, dal primo cittadino all’ultimo pensionato è passata a trovare l’Avvocato. Ad accoglierli, a stringere quelle migliaia di mani – notte e giorno – c’erano il fratello e le sorelle. Quelli che da bambini vestivano alla marinaia e che abitano lassù, nell’empireo della finanza internazionale, ma che la morte ha riportato in terra, al nostro livello. Non sappiamo se la dinastia Agnelli avrà un futuro, o se questa passerà alla storia come l’ultima scena del quinto atto. In ogni caso, per una volta, non sarà stata una brutta figura.

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Sarà il Cinese a salvare l’ulivo da una litigiosa ed interminabile agonia? Sarà lui che darà alito e lievito ad una Sinistra anemica e masochista? Per ora – come vuole l’antico detto – Cofferati aspetta sulla riva del fiume. Parla con tutti, marcia con i pacifisti, accarezza da lontano la sua CGIL, sfila con i girotondini, firma gli appelli… Poi torna nel suo ufficio alla Pirelli. Sono davvero tanti a tirarlo per la giacca. E non tutti sono animati da buone intenzioni. Lui aspetta. Sa che D’Alema e Bertinotti lo vorrebbero morto (anche loro lo aspettano in riva al fiume). Sa che Prodi è ancora lontano. Sa che la politica va maneggiata con cautela: bruciarsi è un attimo.

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Un minuto prima ridevano e scherzavano – in perfetto stile americano – alla telecamera montata sullo Shuttle: il viaggio era finito e si tornava a casa. Per l’astronauta israeliano – il primo nella storia – era pronta una vera e propria festa nazionale. Invece sulla terra e sul mare, sparsi in un raggio di centinaia di chilometri, sono arrivati solo le briciole della navicella spaziale disintegrata nell’impatto con l’atmosfera.
Dopo, nelle immagini registrate poco dopo la partenza, si è vista quella piccola crepa sul pannello di protezione. Il guasto c’era, alla NASA se ne erano accorti, ma non ci avevano fatto tanto caso. Oppure sì – non lo sapremo mai – i tecnici temevano il peggio, ma sarebbe stato inutile avvertire gli astronauti: non c’era proprio niente da fare, o la va o la spacca.
Magari, se ci fosse stato a bordo Tom Hanks, premio oscar per Apollo 13, si sarebbe inventato qualcosa. Ma la vita non è un film. A volte la realtà si rifiuta di aderire all’happy end del cinema hollywoodiano.

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Secondo un sondaggio Eurisko «gli italiani sono pacifici».
Molto di più, a voler mettere in cono i 3 milioni della manifestazione di Roma. E i settecentomila di quella di Milano. E quelli che hanno sfilato ad Assisi. E, soprattutto, quelle bandiere arcobaleno che sbucano in ogni dove. Sulle finestre delle case, sulle chiese, sui municipi. Le compri indifferentemente al partito, al sindacato o in parrocchia, alla Coop o sui banchetti di Emergency e del Movimento non Violento. Tutta Italia è contaminata dal virus pacifista. Forza Italia protesta, ma nessuno l’ascolta. Il Papa tuona contro la guerra e, miracolo, gli ritornano forza e voce.
Va bene, la guerra ci sarà, ma qualcosa di grande si muove nelle coscienze degli italiani e di tutti i popoli della terra. Un pacifismo nuovo, diverso da quello che abbiamo conosciuto nel passato. Un moto sotterraneo, trasversale, antiideologico. Un terremoto al rallentatore, che alla fine rovescerà i potenti della terra e i loro giochetti politici.

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«Quarantotto ore di tempo. O Saddam se ne va in esilio o l’America sarà legittimata a intervenire».
Questa notte sono rimasto alzato fino alle tre per vedere un piccolo uomo, presidente di un grande paese, lanciare il suo ultimatum. Contro tutto e contro tutti. L’ho sentito attaccare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove non ha voluto andare perché sarebbe rimasto in minoranza. L’ho sentito blaterare di missione storica.
L’ho visto in faccia, tutto compreso dal suo potere e, dentro, impaurito per l’eventualità di dover lasciare una poltrona conquistata per il rotto della cuffia. L’ho visto e sentito calpestare il diritto internazionale, fregarsene di milioni di uomini e di donne che vogliono la pace, follemente convinto che a Roma ci sia un vecchio rincoglionito e di non aver bisogno del Papa per parlare direttamente con Dio. Dio è con noi, pensava e diceva. La stessa bestemmia tante volte sentita lungo la millenaria storia dell’uomo. Ma, vi giuro, era un uomo piccolo piccolo. Il grido prepotente di un mondo che presto o tardi si estinguerà.