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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le cose cambiano

di Monini Francesco

All’inizio del film lei è francamente antipatica, un’arrivista. O è un uomo chiuso in sé, deluso dalla vita, cinico, arido come il deserto. Oppure ha avuto una infanzia devastata e ora è un delinquente, un rapinatore, un mafioso senza scrupoli, un killer sanguinario.
Questo all’inizio. Poi succedono delle cose. La trama non posso svelarla, ma fate voi la sceneggiatura: un incontro, un amore, un affare andato male, un bambino che ti muore in braccio, un trauma antico che ritorna, una notte di incubi, una pensiero felice che ti accoglie sotto la doccia, una lampadina che ti si accende dentro. Insomma, quel tipo di film, americani per lo più, è fatto secondo una ricetta conosciuta.
Gli ingredienti sono quelli.
Intervallo. Secondo tempo. Anzi, manca poco alla fine. La faccenda si complica, l’intrigo si infittisce, la musica non promette niente di buono.
Silenzio in sala: c’è solo uno che ha la tosse. Ma non è proprio il momento: si trattiene, si vergogna un poco. Intanto le cose si mettono proprio male.
La tragedia è imminente. Ma all’ultimo momento, ribaltamento totale. Le cose cambiano. Il cattivo diventa buono. E vissero felici e contenti.

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Domanda. Solo apparentemente sciocchina. Ma perché ci piace tanto il lieto fine? Non sto parlando di mio nipote cinefilo, che lui i film non li guarda: li «visiona». Parlo di noi comuni mortali.
Magari non lo diciamo in giro – non è intellettualmente corretto – ma, sotto sotto, l’happy end, proprio come il finale delle favole che ci raccontavano da bambini, ci rincuora assai.
E ho il sospetto che ci sia dell’altro. La nostra inesauribile voglia di un mondo diverso – almeno un poco – da quello che ci è dato vivere. Forse quando meno te l’aspetti, all’ultimo secondo dell’ultimo minuto, proprio quando stai per lasciarti andare alla corrente… proprio allora, le cose possono cambiare.

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Lula rieletto in Brasile, dopo lo spavento di un primo turno che lo aveva portato al ballottaggio con l’insipido campione delle destre. Bush sonoramente battuto nelle elezioni del mid term, costretto a scendere a patti con i democratici. Brasile più USA fanno quasi mezzo miliardo di persone. La superpotenza mondiale e il grande paese che, assieme a Cina e India, sarà protagonista dell’economia dell’XXI secolo.
È bello che, una volta ogni tanto, anche le elezioni possano recare una buona notizia. Una «buona novella», un seme di speranza per un mondo che ha varcato baldanzoso il secondo millennio e si è trovato improvvisamente catapultato in un film dell’orrore.
(Credo che in tanti, dopo l’11 settembre, dopo l’inaudita e stupidissima guerra in Iraq, dopo la quotidiana bomba umana che fa strage di innocenti, dopo le immagini di bambini venduti o violati, dopo gli omicidi per gioco e i suicidi per fuggire alla noia, dopo un’altra dichiarazione del nuovo politico senza passione e senza morale, abbiano avuto l’irrefrenabile tentazione di girare i tacchi alla storia: e, richiusa in fretta e furia la porta del millennio, andarsi a sedere in un angolino, occhi chiusi e mani sulle orecchie).

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Ho un amico soffocato dall’angoscia.
Mi telefona dal lavoro. Chiudo il computer. Ascolto. Cerco di concentrarmi sul filo basso della sua voce. Nessuna novità, solo il progressivo sgretolarsi della sua intelligenza, della sua sensibilità, del suo saper vedere sotto la superficie delle cose e delle persone. Nessuna novità, solo quella bestia che si è mangiata pezzo dopo pezzo tutta la sua vita.
Provo a ribellarmi. Le tue bravissime figlie, tua moglie appassionata del suo lavoro, le tue letture… Ma lui sibila la sua rabbia, il suo sarcasmo: anche io, il suo amico del liceo, anche io come quella strega di sua moglie, come i colleghi beceri o dementi, non ho capito niente.
Anch’io, come tutti gli altri, come tutto l’universo, l’ho lasciato solo. E lui non ha più la forza di combattere, non ha più fiato per parlare.
E invece parla, parla, parla. Sempre più incattivito. Irraggiungibile. È passata mezz’ora. Allontano la cornetta dall’orecchio per alcuni minuti. La riavvicino per la mia bugia: «Scusa, mi chiamano sull’altro telefono, ci sentiamo dopo cena?».

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Lula o la speranza. Presidente per quattro anni, e dopo averci provato tre volte senza successo. Travolto dagli scandali dei suoi ministri, dai soldi allungati dal suo partito agli alleati riottosi, dalle critiche della sinistra radicale che pretende di cambiare tutto e subito un paese grande come un continente, specchio perfetto di un mondo spaccato a metà come una mela, diviso tra ricchissimi e diseredati.
Lula ce la fatta. Lulalà scandiscono i suoi sostenitori dopo la sua rielezione. Altri quattro anni a disposizione per il presidente-operaio (quello vero, non quello da burletta di casa nostra), per avviare e consolidare le grandi riforme, quella agraria soprattutto.
Per dare fogne e acqua corrente, sanità è istruzione, servizi sociali e diritti, a chi non li ha mai conosciuti in vita sua. Per dare nome e dignità a chi valeva solo un numero: lo zero.
Non ditemi che Lula è un moderato.
Che è sceso a compromessi. Che è invecchiato, si è ingrassato e imborghesito. Per lui cambiare le cose, anche solo di un poco, ha le stimmate di un’impresa titanica.
Lasciatelo lavorare.

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Ho un’amica coraggiosa. Come sono le donne. Come certe donne e, mi pare, nessun uomo, hanno quel tipo di coraggio.
Assoluto.
Di scendere dal treno, sola, con la sua bambina a mano.
L’appartamento piccolo piccolo, i mobili da comprare all’Ikea, la lavatrice d’occasione, il lavoro, la scuola, i compiti, la vita da ricominciare e da organizzare.
Le lacrime da non far vedere. Mai.
Il dolore dentro per tutti quegli anni, per quello che ha lasciato, per quello che doveva assolutamente lasciare. Per cambiare. Per trovarsi. Da sola, ma libera dalle catene. Non sa neppure quanto tempo le ci vorrà. Ma mi scrive: «Che bella la vita».

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D’ora in avanti Bush sarà un presidente zoppo: Camera e Senato sono in mano ai democratici. Dovrà capire come fare a uscire dal ginepraio irakeno. Laggiù hanno perso la vita più di tremila giovani americani. E ha perso non solo l’autorevolezza, ma l’onore e la dignità, la nazione che da sessant’anni governa il mondo.
Ma Bush è solo un piccolo presidente, tra i più insignificanti della storia americana, che ha voluto affrontare l’emergenza, il trauma dell’11 settembre, armato solo di arroganza e incompetenza.
Al di là del ritiro delle truppe in Iraq, cosa che a questo punto non appare né facile né veloce, gli USA dovranno ripensare tutta la loro politica estera. E dovranno – saranno costretti – a ripensare anche a se stessi.
Non è facile dominare un mondo dominato dall’antiamericanismo. Ci ha provato ugualmente, dopo il crollo del Muro, negli ultimi due decenni. Hanno sbagliato tutto quello che potevano sbagliare, trovando sempre meno alleati e sempre più nemici. Oggi, con una potenza economica in declino, insidiata dai due colossi asiatici e dal Brasile, non sarà più possibile. Mai più.

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Bush ha perso, Lula ha vinto. Vorrei gridarlo al mio amico soffocato dall’angoscia. Alla mia amica coraggiosa. E anche a me. E a voi.
Le cose cambiano.