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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti

di Monini Francesco

Con chi ce l’aveva De André?

20 anni fa se ne andava Fabrizio De André. Cosa sia stato, e cosa rappresenti ancora oggi, per la canzone e per la poesia italiana, non ha bisogno di nessun commento. Ma forse un suggerimento: una sera qualsiasi, se non avete niente di più urgente da fare, cercate una sua antologia su Youtube e passate un’ora con la voce inconfondibile di Faber. Io l’ho fatto e non riuscivo più a smettere. Tanto vere e intense, ironiche o brucianti, e tutte così belle le sue canzoni da non riuscire a scegliere «la mia preferita». A un certo punto mi sono bloccato. Colpa di un singolo verso, un pugno di parole che mi ha colpito diritto in testa. Come se quelle parole fossero rivolte direttamente a me – al me di oggi, non a quello di trent’anni fa. Il ritornello di Faber assomiglia a un’invettiva, un’accusa tanto scomoda da risultare disturbante: Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti. In quell’album ” uno dei meno famosi e fortunati ” De André dava voce ai «cuccioli del maggio».

La sua cronaca del Sessantotto studentesco non ha nulla a che fare con la storiella mediatica che ci propinano oggi. In quella canzone, poi ampiamente censurata, Faber, con una musica e un testo martellante, se la prendeva con i vizi privati e le pubbliche virtù della borghesia italiana e l’ipocrisia congenita di perbenisti e benpensanti: Lo conosciamo bene il vostro finto progresso il vostro comandamento ama il consumo come te stesso. Ma con chi ce l’ha veramente De André? Basta cambiare il pronome e improvvisamente sul banco degli imputati ci siamo anche noi: anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti. Non credo di aver capito male. È un’accusa, o perlomeno un dubbio che interroga ognuno di noi. Quanto siamo bravi a schierarci (solo a parole naturalmente) dalla parte del bene ” l’ascolto, il dialogo, l’aiuto reciproco, l’accoglienza ” e sentirci già a posto, liberi da un impegno concreto, assolti da ogni colpa? Magari quel ritornello di Faber dovremmo ripetercelo tutte le mattine davanti allo specchio.

Cesare Battisti e il regalo di Bolsonaro

Anche a cercarlo con la lente, non credo possa trovarsi un solo italiano che non abbia approvato e gioito per l’estradizione e la cattura del pluriomicida e pluricondannato Cesare Battisti. Finalmente «la giustizia ha avuto il suo corso», anche se con un colpevolissimo ritardo. Colpa di chi? Della Francia, prima di tutto, che in Battisti aveva visto non quello che era, un assassino comune, ma nientemeno che un «rifugiato politico», applicando erroneamente al suo caso la cosiddetta dottrina Mitterand. E, dopo la Francia, il carissimo Brasile del presidente Lula, che ha ripetutamente negato l’estradizione anche se già decisa dalla stessa giustizia brasiliana, ergendosi incautamente come il campione e il difensore di «tutta» la Sinistra mondiale. Anche quella dei dittatori o dei pluriomicidi. Incredibilmente, ma è un fatto su cui occorre riflettere, a servire su un piatto d’argento all’Italia il signor Battisti è stato il nuovo presidente del Brasile Jair Bolsonaro, il leader mondiale più a destra di tutti: il più fascista, antidemocratico, misogino e militarista.

Bolsonaro che ” sia detto per inciso ” anche dopo questo «regalo» rimane oggi esattamente quello che era: un politico pericoloso che porterà alla rovina il popolo brasiliano. Questa strana coincidenza sembra una tragica «inversione delle parti», una delle beffe che la storia a volte ci riserva. Ci può però insegnare qualcosa sui «conti in sospeso» della Sinistra. Se è vero che la Sinistra (l’idea, il concetto, l’utopia egualitaria di cui è portatrice) non è morta e sepolta come tanti commentatori di oggi vorrebbero, la stessa Sinistra non ha però ancora fatto definitivamente i conti con quelle formazioni minoritarie ” come le Brigate Rosse o i Proletari Armati per il Comunismo capeggiati da Cesare Battisti ” che alla Sinistra avevano solo rubato nomi e simboli, ma erano soltanto gruppi eversivi dediti al terrorismo, alle rapine, all’omicidio degli innocenti. Trent’anni fa, qualcuno inventò per loro la definizione di «compagni che sbagliano», assolvendoli, di fatto, di fronte al tribunale della storia. Lo stesso sbaglio del presidente Lula, che ha continuato fino all’ultimo a credere a questa assurdità. No, non erano compagni che sbagliano, erano solo dei violenti che sparavano per nutrire il loro narcisismo. E, insieme alle persone, hanno ferito a morte anche la Sinistra.

Accoglienza speciale: cecchini inclusi

Ma su Battisti c’è ancora da dire. C’è da raccontare il grande teatro, lo spettacolo mediatico che il governo italiano ha montato per l’arrivo all’aeroporto del tanto atteso latitante pluriomicida. La scena voleva essere tragica, drammatica, carica di suspense, qualcosa di molto simile a uno scambio di spie tra le due superpotenze all’epoca della Guerra Fredda. L’effetto prodotto è stato invece puro avanspettacolo. Cesare Battisti, ammanettato e scortato da una decina di agenti, scendeva tranquillo la scaletta dell’aereo; ad attenderlo c’era un intero battaglione in assetto di guerra: militari, poliziotti, carabinieri, corpi speciali. A una ventina di metri ” ben inquadrati dalle telecamere ” i cecchini con i fucili spianati. Il programma ” tutto in diretta naturalmente ” è poi proseguito con una affollatissima ed esaltata conferenza stampa. Il ministro Salvini in primo piano ” indossava per l’occasione una felpa militare ” accompagnato da un nugolo di governanti, sottogovernanti e generali assortiti. Come se avessero vinto la terza guerra mondiale: tutti a contendersi il merito di aver acciuffato il pericoloso fuorilegge e a promettere che Battisti in galera ci sarebbe uscito solo con i piedi davanti.

Fine pena mai?

Cesare Battisti ” dico un’ovvietà ” è un personaggio particolarmente odioso. Per le persone a cui ha tolto gratuitamente la vita. Ma non solo per questo. Anche per le «cartoline illustrate» che negli ultimi trent’anni ci ha inviato dal suo esilio dorato: quel suo atteggiamento strafottente, quella sua aria da «italiano in gita», le sue interviste da intellettuale perseguitato, gli scatti postati sui social mentre canta e brinda con gli amici. Non è solo uno spietato pluriomicida condannato in giudicato, ma un uomo neppure sfiorato dal pentimento. Giudicato e condannato, è giusto che vada dritto in carcere. Ma neppure per un personaggio come Battisti ha senso «sbatterlo dentro, chiudere la porta e buttar via la chiave». Per nessuno, nemmeno per lui, è giustificabile la pena dell’ergastolo ostativo, introdotto nel nostro ordinamento dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. Abbiamo appena dedicato il monografico di madrugada 112 alle carceri italiane sovraffollate, dove viene normalmente disattesa la funzione rieducativa del condannato prevista dalla nostra Costituzione. Non dimentichiamocelo: l’ergastolo ostativo (fine pena: mai) è la negazione totale di questo principio base di ogni Paese che vuol dirsi civile.

Usare le colpe altrui per salvarsi la coscienza

Altri naufragi, altri morti ” ufficialmente le chiamano «emergenze» ” nel Mediterraneo. E siamo ancora in inverno, più avanti sarà molto peggio. I porti italiani rimangono sbarrati. Le barche delle ONG messe fuori legge, quindi fuori gioco. Le marine militari col capo voltato dall’altra parte. Papa Francesco non si stanca di denunciare questo quotidiano delitto dell’uomo ricco sull’uomo povero e derelitto. Ne parla tutti i giorni. Il nostro governo non si prende più nemmeno la briga di rispondergli. Anche perché il governo ha un asso nella manica. Ha l’assoluzione in tasca. Perché tutta la colpa… è dei maltesi… dei francesi… degli spagnoli… dell’Europa che non fa la sua parte. C’è molto cinismo e molta cialtroneria nel braccio di ferro di Salvini e compagnia: «Io quelli non li salvo, vedrai che prima o poi dovrà salvarli qualcun altro!». Non gli passa per il cervello che, anche se si sentono assolti, sono (siamo) completamente e colpevolmente coinvolti.

Un bel mattino ci sveglieremo

Un bel mattino ” l’invenzione la dobbiamo a un ebreo praghese di lingua tedesca, il più grande scrittore del secolo scorso ” il signor Gregor Samsa si svegliò (come ogni mattino) nel suo letto. Gli ci volle molto poco per capire che la sua vita si era letteralmente capovolta: era ancora, si sentiva ancora il solito Gregor Samsa, ma invece di essere un uomo era diventato un lucido e ben corazzato scarafaggio. Pensate se la medesima metamorfosi capitasse in sorte ” non dico per sempre, basterebbe un solo giorno di prova ” a Matteo Salvini. E non solo a lui o ai suoi accesi sostenitori, ma anche a ognuno di noi («noi che ci crediamo assolti»). Provate a immaginare un tranquillo italiano medio, uguale identico a noi ” con la nostra grande o piccola, dichiarata o nascosta quota di razzismo incorporata ” a cui capitasse una improvvisa mutazione.

Se un bel mattino ci svegliassimo, e ci sentissimo sempre noi stessi… ma decisamente più scuri: ivoriani, o senegalesi, o nigeriani. O peggio ancora: se scoprissimo di essere diventati, da capo a piedi e irrimediabilmente curdi. Sicuramente fieri della nostra cultura millenaria e del nostro coraggio ” sono stati i curdi ad aver combattuto e vinto da soli le truppe dello Stato islamico ” e di trovarci improvvisamente abbandonati in mezzo al deserto. Con gli americani che si ritirano dalla Siria. Accerchiati e senza speranza di salvezza, con gli jihadisti, i turchi di Erdogan, i russi di Putin e le milizie siriane di Assad pronti a farci la pelle. Per fortuna la metamorfosi di Franz Kafka è solo «grande letteratura». Ma è pur vero che ognuno di noi «si sveglia alla vita» in un luogo e con un colore di pelle che non può né prenotare né prevedere.