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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Bail in

di Panebianco Fabrizio

Negli ultimi mesi si sono impiegati fiumi di inchiostro e di parole per discutere di una serie di normative denominate bail in. Queste normative riguardano ciò che accade in caso di fallimento di una banca. Il populismo ha fatto da padrone nel dibattito e si è scatenato un po’ di panico tra i piccoli risparmiatori, con la paura, totalmente immotivata, di veder evaporare i propri risparmi depositati in un conto bancario.

Bail in significa, innanzitutto, salvataggio interno. Vediamo di che si tratta, del perché è stata giustamente introdotta tale normativa.

Per capire tutta questa normativa occorre fare un passo indietro di qualche anno, ritornando ai giorni precedenti l’avvento dei governi tecnici. In quei giorni la fiducia nei titoli di Stato italiani era a livelli infimi e, di conseguenza, il loro valore era crollato. Le banche italiane detenevano una enorme quantità di questi titoli, il cui crollo ha minato la fiducia nella solidità delle banche stesse. Come conseguenza si diffondeva la sensazione che, per salvare le banche, lo Stato sarebbe dovuto intervenire spendendo miliardi di denaro pubblico, pensiero che faceva precipitare ulteriormente la fiducia nei titoli di Stato italiani. Di fatto si temeva che lo Stato dovesse finanziare, con soldi di tutti, il salvataggio delle banche. Le norme sul bail in vogliono evitare che ciò accada.

In breve, se una banca fallisce, a pagare non devono essere tutti i contribuenti, ma gli azionisti e gli obbligazionisti della banca. Questo è ciò che avviene (dovrebbe avvenire) normalmente per le imprese. Questo si è pensato debba avvenire anche per le banche perché, essendo le banche uno dei cardini del sistema economico, se così non fosse esse rischierebbero di mettere in crisi la stabilità degli Stati stessi, come si è visto.

C’è però una piccola parte della norma sul bail in e un episodio di cronaca che hanno preoccupato molti risparmiatori. Innanzitutto, nel caso in cui i detentori di azioni e obbligazioni non riuscissero a coprire l’ammontare dei debiti, saranno chiamati a concorrere tutti i correntisti per quanto eccede 100.000 euro di deposito. In secondo luogo si è avuto il caso di banche che, in maniera non proprio limpida, hanno convinto i propri risparmiatori a sottoscrivere obbligazioni a rischio i quali poi, quando la banca è entrata in crisi, hanno visto sfumare i propri investimenti. Questi due episodi hanno reso possibile la diffusione di un senso di insicurezza circa i propri risparmi. Occorre, a questo proposito, fare qualche riflessione.

Innanzitutto in economia vale il principio che non c’è alcun pranzo gratis. Questo vuol dire che se una banca fallisce le ipotesi sono due: o paga la collettività o paga chi ha investito nella banca. La prima ipotesi genera giustamente scandalo (la classica frase «lo Stato salva solo le banche» ne è un esempio). Quindi è giusto che i soldi li perda chi ci ha investito, e cioè azionisti e obbligazionisti. Se i soldi non dovessero bastare è giusto che tocchi ai correntisti? Certo i correntisti non hanno investito nella banca, ma scegliendo quella specifica banca rispetto a un’altra hanno fatto un atto di fiducia in quella istituzione. Ora, se è moralmente sbagliato prendersela con i correntisti piccoli, si è deciso di far intervenire i correntisti con più di 100.000 euro depositati. Ricordiamo che la media di deposito nei conti correnti è intorno ai 10-15mila euro. Sono quindi pochi, non rappresentano certo i piccoli risparmiatori e gli allarmismi sono ingiustificati.

In secondo luogo, diversamente da quanto si è letto su qualche giornale, le persone che avevano investito in obbligazioni di una banca che si sono poi rivelate carta straccia hanno fatto un preciso investimento. In quanto tale ognuno è responsabile delle proprie scelte di investimento. Chiaramente se si è trattato di una truffa deve essere perseguita, ma rimane il principio base che investendo i soldi in qualsiasi cosa che comporti il non metterli sotto il materasso, implica una precisa presa di responsabilità circa i rischi. Se l’investimento va storto, l’unico responsabile è l’investitore stesso. E non è possibile, come è stato a tratti ipotizzato, domandare l’intervento dello Stato per salvare questi pur piccoli investitori.

La terza riflessione è conseguente. L’Italia è un paese che vede le famiglie normali essere tra le più ricche d’Europa in termini patrimoniali. Questo per un mix di fattori: alti tassi di risparmio, alta percentuale di famiglie proprietarie di casa, bassa natalità e quindi maggiore concentrazione delle eredità. Eppure, a fronte di questa ricchezza, abbiamo un tasso di educazione finanziaria bassissimo e quindi totale incapacità di gestire questo risparmio. Perché non inserire dei corsi di alfabetizzazione finanziaria nelle scuole? Non è il diavolo, si tratta di insegnare le basi degli strumenti che ogni famiglia si trova di fronte quando deve accendere un mutuo e investire i propri risparmi, e rinforzerebbe anche il concetto basilare che i primi responsabili dei risparmi sono i risparmiatori stessi.