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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il calcio e le lacrime senza sale

di Cardini Egidio

Non è solo un gioco di pallone

Quando, a un minuto dalla fine, Mesut Özil ha sbagliato di un soffio il gol dell’8-0, ho pensato che non sarebbe stato giusto accanirsi contro chi, dopo avere già subìto una randellata memorabile, non meritava il colpo di grazia.

Avere assistito a una partita leggendaria come quella appartiene a una delle recondite ragioni di un orgoglio forse vano, ma tanto sentito e percepito, un orgoglio che accompagna la vita degli innamorati del calcio come se esso fosse una poesia. E non si creda la definizione della poesia come atto di presunzione, bensì come riconoscimento gioioso del ruolo di un gioco in una visione esistenziale che oltrepassa il calcio, dopo averlo assunto come criterio interpretativo di fatti, di azioni, di sentimenti e di passioni.

Dopotutto, alla fine di quel memorabile «Mineiraço» e all’inizio di un ricordo che durerà per tutta la vita, vale a dire quello del 7-1 della Germania al Brasile nel Campionato Mondiale del 2014, resterà quel pensiero che, vedendo i miei amici brasiliani piangere affranti, mi è venuto per l’ennesima volta in portoghese: «Afinal das contas è um jogo de bola». In fin dei conti è un gioco di pallone.

Ma forse è stata una bugia benevola e ipocrita. Non è solo un gioco di pallone. Il calcio è un istinto che sale dal profondo e che emerge in forme straordinariamente contraddittorie. Esso alimenta alcuni peccati capitali. Basti pensare all’invidia o all’ira o perfino alla superbia, tutti stati d’animo che ciascuno di noi ha provato facendo il tifo.

Gianni Brera, finissimo e brutale poeta padano del gol, intravedeva proprio nel gol una prefigurazione esemplare della pulsione erotica. Noi no. Noi preferiamo non intravederla semplicemente perché abbiamo una certa vergogna a confessarlo. Però il gol, la vittoria, il superamento dell’avversario sono, sempre per noi, il paradigma cristallino del riscatto e della liberazione da un senso di inferiorità e di frustrazione. E ci aprono al sogno.

Alla fine di tutto è stato un campionato mondiale radioso e comunicativo, proprio come può esserlo un evento legato a uno sport magnifico e insostituibile.

Dal calcio ci passano tutti: i santi e i peccatori, i papi e gli sconosciuti, i politici e gli operai, gli uomini e le donne, i ricchi e i poveri, gli onesti e i ladri, le persone perbene e quelle di malaffare, i primi e gli ultimi, i religiosi e gli atei. Il calcio è una prosa unificante, un’immagine sfolgorante, una passione pura. E pazienza se poi, su questo stesso sentiero, passino i soggetti più squallidi e i figuri più turpi. Ci basta sapere che passiamo anche noi, che squallidi non siamo e turpi nemmeno.

Nel calcio siamo noi stessi e non altro

Nel calcio siamo noi stessi e non un’altra cosa. Dài, diciamoci la verità. Non si gioca al calcio in modo diverso da come si vive.

Ho visto Germania-Brasile e, a ogni istante che passava, dicevo a me stesso questa verità. Il calcio è semplicissimo, se lo si sa giocare: io la passo a te, tu la passi a lui, lui la passa all’altro, l’altro all’altro ancora, che la ripassa a me, che crosso, mentre lui entra di testa e segna. Se lo si sa giocare, il calcio è questo, ma in questo risiede pure la contraddizione più vera.

I tedeschi sono un popolo che rappresenta un’esteriorità misurata ed equilibrata. Razionali come nessuno, puntuali come nessuno, logici come nessuno: una linea diritta e quotidiana in un universo altrettanto diritto, quasi geometrico per la sua regolarità.

Quando li vedevo giocare nella maniera più logica ed elementare e, soprattutto, sotterrare i miei fratelli brasiliani sotto una caterva di gol, ne ero incantato e non tanto perché io facessi il tifo per loro o contro i brasiliani. Per immedesimazione intellettuale e razionale. «Così si gioca» – mi dicevo. Ed era come se mi dicessi che è così che si vive.

Dall’altra parte della partita c’erano i brasiliani, che prima di essa avevano accumulato i sogni più trasparenti: sogni bellissimi e meravigliosi di libertà e di liberazione, di riscatto e di piacere, di autostima e di tenerezza. E forse in questo cominciava a penetrare la contraddizione: forse così non si gioca, ma anche così si vive, secondo passioni veementi, sentimenti forti, sogni stupefacenti, sensazioni profonde, al limite della naturalezza dei bimbi. Se ci pensiamo, sugli spalti del «Mineirão» c’era il popolo puro di sempre, quello che ho conosciuto io, bastonato minuto dopo minuto dalla ragione spietata, ma paradossalmente lineare, dei tedeschi, e tuttavia un popolo rigato da lacrime senza sale.

Nessuno come i brasiliani che giocano al calcio e che tifano nel calcio mi ha regalato sensazioni di dolcezza e di tenerezza come hanno fatto loro.

«Eles têm muito dinheiro, mas no futebol è melhor a gente» – «Loro hanno molti soldi, ma nel calcio siamo meglio noi».

Me lo ricordo ancora quel bimbo di una «escolinha de futebol» di Rio de Janeiro alla vigilia della partenza per uno «stage» negli Stati Uniti d’America, vinto e accolto come un dono del cielo. Anche la TV Globo li aveva intervistati, mentre quasi tutti scomparivano dietro quelle pettorine d’allenamento così grandi. Comunicavano candore e correvano davanti alle telecamere come dominatori del mondo.

Ecco, «nel calcio siamo meglio noi». E se poi un giorno ti capitasse sulla strada un gruppo di tedeschi che ti spiana e ti asfalta in uno stadio bellissimo, per di più tuo con gente tua, ci resti male e ti viene un dubbio: «Ma come? Hanno i soldi e adesso anche la supremazia nel calcio?». No, non può essere, ragazzi. Non può essere. È solo un sogno cattivo, che passerà al risveglio.

La passione che esalta il cuore

Scriveva Eduardo Galeano, incomparabile maestro di un’America Latina che si può soltanto scrivere, che «la domenica è il giorno in cui i cardiologi brasiliani hanno più lavoro».

Ho camminato per una San Paolo invernale e grigia in una domenica pomeriggio di finale del campionato paulista. Il Corinthians se la giocava con il Palmeiras e mai derby paulista è più sentito di questo. Ho nelle orecchie i colpi di tutto quello che è esploso alla fine, dopo che il Corinthians l’aveva spuntata. Essere «corinthiano» è uno «status» esistenziale ancora prima che sociale ed è come essere del Flamengo a Rio. Queste sono squadre che incarnano il sapore del popolo, quello della terra e dei mattoni accatastati nelle case più povere, della strada e del «boteco». Una birra seduti sulla soglia del «botequim» e un gol del «Timão», lo squadrone bianconero di San Paolo, o del Flamengo, il cuore rossonero di Rio. Urlano e sparano. Sparano e urlano. Poi a qualcuno, forse un po’ indebolito nella salute, ogni tanto salta il cuore, dato che il fegato a causa della «cachaça» è già saltato da tempo. La passione esalta il cuore, ma a volte può accadere che lo spezzi.

Nessuno può capire meglio il calcio se non vive in mezzo a un popolo che ha il volto e il battito interiore del calcio. L’irrazionalità del tifo sportivo, se accompagnata dal senso infantile della bellezza, dell’ardore e della passione, genera illusioni immense e delusioni atroci, ma conferisce anche un piacere esistenziale infinito, soprattutto quando si vince.

Certo, quando si perde è dura.

Il giorno in cui ho calpestato, quasi clandestinamente, il campo del Maracanã ho perso la nozione del mondo. Mi ricordo che mi sono piazzato sotto la porta di Barbosa e ho guardato intorno, senza pensare null’altro. Barbosa era il portiere della Nazionale che aveva perso spaventosamente nel «Maracanaço», l’altra tragedia sportiva del Brasile, quando gli uruguaiani li avevano sconfitti clamorosamente in finale per 2-1. Solo nello stadio, dopo il fischio finale, c’erano stati dieci infarti e due suicidi. Fuori il mondo era finito quel disgraziato giorno. Barbosa, che era il portiere incolpevole di quella sciagurata sconfitta, è morto qualche anno fa con le corna addosso. Avrebbe preferito morire prima, piuttosto che restare in vita in quelle condizioni: evitato, deriso, insultato, guardato come la morte che cammina.

Una storia di lacrime senza sale

Che magnifica contraddizione è il calcio… Gioco di testa, di intelligenza, di ordine mentale, di applicazione quasi scolastica, di tenacia e di volontà, ma solo per chi vince. Invece per chi perde il football è ardore, passione, veemenza, cuore, sogno, fusione con l’infinito, certezza di vittoria e bruciore di sconfitta.

In questa fusione tra le due anime che ci appartengono, quella della ragione e dell’intelligenza e quella del cuore e della passione, c’è il calcio.

Poi c’è questa incredibile, ma reale, fusione tra il finito e l’infinito, tra il profondamente laico e il profondamente religioso, tra il senso della vita e quello della morte, che in Brasile unisce tutti e c’è la storia straordinaria di una morte che racconto.

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti Sócrates, era una mezzala sopraffina. Di professione era medico ed esercitava con rara intelligenza, ma soprattutto giocava con grande misura stilistica. Aveva, questo sì, qualche debolezza. Innanzitutto era un comunista, poi beveva come una spugna e infine fumava come un turco. Inoltre amava, molto più di sé stesso, le donne, di qualsiasi estrazione esse fossero. A Sócrates non potevi raccontare niente, tanto era scafato. Mi ricordo che lo ascoltavo sempre con interesse ogni settimana a «Bola na rede», una sorta di «Domenica sportiva» brasiliana. Parlava di tutto. Di calcio non molto, per la verità. In compenso aveva milioni di interessi. È morto, forse vittima dei suoi eccessi, il 4 dicembre 2011. Ancora da vivo e da giovane aveva dichiarato, come se fosse un profeta dei tempi migliori: «Morirò di domenica e in quel giorno il Corinthians vincerà il campionato».

Che vicende incredibili suscita il calcio. Questa è una storia che fa venire le lacrime, quelle senza sale.

Il 4 dicembre 2011 era una domenica e in Brasile terminava il campionato di calcio. Indovinate chi ha vinto.