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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il silenzio delle generazioni nella deriva familiare

di Stoppiglia Giuseppe

Dalle ceneri dell’economia una nuova spiritualità?

«Scrivere significa anche camminare
lungo il fiume,
risalire la corrente,
ripescare esistenze naufragate
e imbarcarle su una precaria
Arca di Noè.
L’Arca di carta forse affonderà,
ma l’utopia esige, contro ogni
verosimiglianza, che la vita abbia
un senso».
Claudio Magris

Un’altra umanità

Il libro che ho tra le mani non è letteratura. Ripete nel titolo una canzone di De Gregori, Pezzi di vetro: «Come nella canzone c’è un uomo, che prova a camminarci sopra in un goffo tentativo di guardarsi allo specchio».

Me lo ha spedito da Belluno un’amica con un biglietto: «Parla di un giovane di 25 anni, che alcuni anni fa si è buttato giù dal Ponte degli Alpini. Tanti altri hanno fatto quel salto e sono morti. Lui, in maniera miracolosa, si è salvato, trattenuto da un ramo. Pare fosse stato molto depresso e disperato per una delusione amorosa. Si è ripreso bene. È tornato proprio ieri da Rio de Janeiro dove è stato per un mese… Ti prego, scrivi la tua critica sincera…».

Recensire, omologare una cosa così sarebbe fuori luogo: è un documento di vita, lirico e struggente. Non ha bisogno di accampare né titoli di prestigio, né recensioni altisonanti, vale per la sua dolcezza accorata, la sua nuda verità. Ci coinvolge, come si lascia coinvolgere l’autore per la morte, per la tragedia silenziosa, per il suicidio di alcuni giovani, suoi coetanei, e per «l’altra umanità», ossia i pazzi, «o meglio persone diverse da noi, ma che di noi mostrano la parte più nascosta». L’autore, con queste parole, dimostra di aver capito che i pazzi danno fastidio e per questo vanno evitati, etichettati, proprio per non guardarci in loro, come in un specchio impietoso.

Ora lasciamo che l’autore ci racconti il Brasile e la città di Rio de Janeiro, la «gente carioca» che ha «il mare negli occhi» e «vive la notte in strade affollate». Non gli diremo «devi vivere», non gli diremo «ti vogliamo bene», l’ha già scritto lui, «in controluce»: «Rinasci dalle stanche ceneri, araba fenice».

La voce dei ricordi

Chiara, dieci anni, ha lasciato la città di Ferrara per passare una domenica col nonno, in un piccolo borgo sull’Altopiano del Tesino, nel Trentino, incastonato tra i monti Picosta e Agaro. Il nonno, un contadino in pensione, è un montanaro forte e cordiale, appassionato nell’allevamento di animali domestici e instancabile nella cura dell’orto e del frutteto.

Sulla montagna una lunga linea di pini evapora nella bruma, che sale dalla valle dietro scaglie di sole. Un placido battere d’ali sembra incapace di sostenere il merlo, che spicca il volo e plana subito tra le piante.

Gli occhi di Chiara sono allagati di sole, corre radiosa, a piedi nudi, nel frutteto, a cercare pere, mele, prugne o nell’orto per frugare tra le foglie e raccogliere pomodori, melanzane e fagioli. È felice, il nonno è solo per lei, «senza la noiosa compagnia degli altri adulti». Può parlare, raccontare tutto, come solo i bambini sanno fare, con un candore da far invidia a tanti poeti.

Il nonno si intenerisce: spiega, racconta, ricorda. Parla delle persone che hanno segnato la sua vita, dei fatti accaduti, di avvenimenti traumatici, delle sue paure, dei sentimenti vissuti da emigrante in Svizzera e in Francia.

Il bisogno dei vecchi, si sa, è quello di raccontare. È una cosa meravigliosa farci condurre nel loro mondo andato, come si segue un contadino che mostra la sua vigna, un artigiano il suo lavoro o una donna la sua casa. E lasciarli ripetere, e ripetere, lentamente.

Il legame con il passato, la tradizione

Loro non fanno informazione, fanno tradizione, unità umana. Sono maestri, anche quando narrano banali vicende. Guai se si chiudono nel silenzio, se seppelliscono i tesori, che nessuno ritroverà.

Se riusciamo ad ascoltarli saranno meno soli nell’abitare quel mondo, perché è là che essi abitano e chi viveva con loro, ora è silenzioso, invisibile a tutti, non a loro.

Raccontare è vivere di nuovo i giorni già vissuti, rivedere i volti e riascoltare le voci tramontate. È anche risalire la rapida del tempo, ma il racconto è soprattutto nutrimento per chi viene dopo e in quel tempo non c’era. Permette di vivere più tempi, più vite.

In qualche modo rivivono i morti, ma anche i vivi vivono di più. È l’unica vera macchina del tempo. È una grande miseria avere solo il presente. Troppo poveri i giovani senza i vecchi!

Anch’io ho raggiunto ormai l’età per poter dire di aver visto scorrere, come grandi acque lente, altre generazioni dopo la mia. I giovani allievi ora sono diventati «papà». I loro figli sono giovani universitari, il loro «padre» è già partito per l’aldilà.

Ognuno, all’improvviso, si trova così in prima linea e non ha più chi gli fa da punto di riferimento, chi gli fa strada. Altri guardano a lui. Il tempo richiede di attingere in noi stessi quel che ci fu dato, di cui ci sentiamo così poveri e che ci pare di non avere. Come dice Erich Fromm «diventare genitori di noi stessi». È la sola possibilità di trasmettere qualcosa a chi ci guarda.

Ricercare la parola, ricostruire il dialogo

«Disporsi all’ascolto, alla comprensione, al dialogo, alla comunicazione» è la litania che martella le orecchie di ogni genitore che vive la fatica del rapporto coi figli.

Se l’altro, però, dice: «Non mi interessa niente di te e della tua esperienza e non voglio dirti niente della mia vita». Se l’altro si chiude nel gelo dell’indifferenza o ti aggredisce aspramente, irritato e sprezzante, a ogni tentativo di colloquio? E se «l’altro è mio figlio? Perché, mio Dio, perché? Eppure so che nella sua arroganza, nella sua violenza verbale, c’è un dolore oscuro, impietrito».

Riscopriamo e puntualmente si ripropone a ogni generazione il problema del dialogo tra padri o madri – emancipati e no – e figli. Quale tipo di educazione possiamo dare ai figli per evitare questa frattura e favorire, nel reciproco rispetto, la confidenza? È difficile rispondere e anche imprudente generalizzare, perché i risultati possono essere opposti.

L’educazione repressiva, è chiaro, produce rivolte. Quella antiautoritaria, «liberale», anche, magari in senso inverso, dove sono proprio i genitori e gli educatori che si sentono oppressi, invasi nel proprio spazio vitale e operativo. Il nodo sta proprio qui…

I figli, i giovani, sono rigidi, esigono coerenza assoluta, quindi, se mettiamo da parte certi principi o se gli obiettivi educativi sono confusi, tutto quello che ne consegue diventa irrimediabile.

È, però, eccessivo concludere che i genitori amano i figli e non viceversa. I figli amano i genitori a modo loro. I padri e le madri, i maestri, gli educatori in genere sono molto importanti nella vita dei giovani. Molto di più di quanto non si possa giudicare da certi loro atteggiamenti esteriori, nei quali appaiono, a volte, strafottenti, nel tentativo di voler essere disinvolti e mascherare la loro grande insicurezza.

Comunque, oggi, una cosa è chiara: i figli non sono il prodotto mal riuscito di un’educazione progressista, ma piuttosto il risultato della rottura della famiglia. I problemi dei genitori in disaccordo o divorziati, si sommano a quelli della prole, dove la mancanza di armonia, di serenità, d’interazione soddisfacente è inevitabile.

Provocatoriamente si potrebbe dire che i figli non perdonano ai genitori di non considerarli la cosa più importante della loro vita. Implicitamente o tacitamente cercano di punirli per il loro egoismo.

Oltre la psicologia e la didattica, la spiritualità

La funzione o, meglio, la missione di essere genitore esige maturità e sacrificio, sempre, non dimenticando mai, però, che alla base di ogni attività educativa ci deve stare, oltre ai tanti e utili strumenti psicologici e didattici, la ricerca di una spiritualità che accompagni e orienti il vivere quotidiano dei figli.

Da sempre, in ogni epoca e in ogni cultura, emerge come necessità profonda della persona, l’interrogativo sul significato della vita e come orientare il proprio vivere in una direzione di senso. Una spiritualità, resa oggi indispensabile dall’assenza di luoghi educativi condivisi, legandola a un processo che generi lo sviluppo di tutte le potenzialità umane e la ricerca di nuovi stili di vita.

La spiritualità è la dimensione dell’anima, è la capacità di essere sensibili alla vita e al suo mistero, di scoprire l’unità complessa del reale, di decifrare il messaggio segreto di ogni essere: dalla luminosità degli occhi di un bambino alla compassione per un animale che soffre, dalla meraviglia e l’incanto di fronte alla natura all’apertura verso la tenerezza e allo spirito dell’esistenza.

Ogni giorno possiamo cogliere piccoli o grandi indicatori che esprimono un bisogno di religioso, di sacro, di simbolico nei ritmi vorticosi della vita. Senza questo recupero dell’«anima» non è possibile una spiritualità, intesa come esperienza di un incontro con il divino in tutte le cose. Assumere questa dignità con umiltà è molto più difficile che affidarsi al Dio delle religioni e delle dottrine spirituali.

Ciò implica che ci si rapporti in maniera differente a ogni essere umano, vedere cioè in lui Dio che emerge in modo permanente. Non c’è, infatti, salto spirituale, se non c’è l’accoglienza, consapevole e libera, delle singole persone e delle comunità umane. Troviamo invece tante persone che si richiamano chi a Dio e chi allo Spirito, ma sono incapaci di guidare l’umanità sulle vie della giustizia.

Alla ricerca dei maestri

Pietro Barcellona ha scritto recentemente che «il maestro dell’etica non è il filosofo morale, che addita i valori infrangibili, ma il «santo» della decisione, colui che ferma la sua mano davanti al sommamente fragile». In questo secolo, dove la vita è ridotta alla sola dimensione economica, si sono perse le tracce del sacro. «Il sacro – conclude – è diventato un ricordo lontano, soffocato dall’idea di onnipotenza autarchica dell’uomo».

Gesù, che, con un segno d’amore assoluto, ci rende compagni di viaggio, ci esorta: «Il vostro cuore sia nella gioia e la vostra gioia sia piena» (Gv. 15,11).

«È poco chiedere a Dio la pace – scrive Turi Auteri -. A Dio dobbiamo chiedere la gioia. La pace è finita sulla bocca dei grandi, la gioia è rimasta nel cuore dei bambini. La pace è tradita, è venduta, è comprata, la gioia non può esserci rapita. La gioia nascosta ai sapienti birbanti, la gioia rivelata agli ultimi emarginati. La pace vuole scendere dai carri armati, la gioia vuol camminare a pieni nudi».

Mentre torniamo a valle, dall’altipiano del Tesino, la Cima d’Asta splende in mezzo a uno scenario multiplo di monti e di colli, che pare costruito per lei, per farla eccellere. Un tramonto ardente e struggente, onde di nuvole d’oro sul suo capo.

Quando non si trova la bellezza in sé stessi o nell’umanità, occorre guardare la terra e il cielo, che hanno sempre qualcosa da dirci. Sono il grande corpo che ci contiene e ci abbraccia e che certo ha una sua anima materna.