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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Lassù, nei pascoli del cielo

di Monini Francesco

«Non intendo vivere la fede
che fugge dal mondo
ma quella che resiste nel mondo
e ama e resta fedele a Dio».
[Dietrich Bonhoeffer]

Giuseppe Stoppiglia, il fondatore di Macondo, ha terminato il suo viaggio terreno. Aveva 82 anni. Non è stato solo un profeta disarmato, un prete viandante (come amava definirsi lui stesso), un promotore di utopie, un instancabile organizzatore. Per me, per molti di noi, è stato un secondo papà. Ci lascia un buco nel cuore e la memoria piena zeppa di ricordi.
Fino all’ultimo il viandante Giuseppe non ha mai smesso camminare. Camminare sulle sue montagne e guardare la meraviglia del creato era da sempre la sua intima passione.
Perché Giuseppe, così immerso nel suo tempo, così impegnato nella causa dei poveri e degli ultimi, così pronto a levare la sua voce contro l’oppressione e le ingiustizie dei potenti, conservava e coltivava un’anima contemplativa. Era un profeta ed era anche un mistico.
Un educatore e un poeta.
Rileggendo le tante parole che ci ha lasciato, restiamo colpiti dalla forza, dall’intransigenza, dal coraggio con cui si scaglia contro un mondo ingiusto, ma anche dalla sua invincibile fiducia nell’avvento di un mondo nuovo. Gli uomini e le donne alla fine si sarebbero convertiti, ma dovevano lottare ogni giorno, non rassegnarsi al male, scegliere l’amore, solo l’amore, come stella polare del loro cammino.


Camminando sul monte santo

Non so se sia il caso di parlare di un piccolo miracolo, ma Giuseppe non si è smentito neppure il giorno del suo funerale. La chiesa di Pove del Grappa non riusciva a contenere le centinaia di amici che da ogni parte d’Italia erano corsi per restare con lui un’ultima volta. Anche la piazza davanti alla chiesa traboccava di gente, tanti i giovani. Ognuno portava dentro di sé un pezzo di Giuseppe, un bene prezioso: un episodio, una parola, un abbraccio, una scintilla, un ricordo da condividere con il proprio vicino. Ma quel 26 settembre non ho visto nessuna lacrima. C’era invece un gran sole, arrivato dopo giorni di pioggia, e un cielo azzurro che accendeva il verde delle montagne.
Anche in quel luminoso giorno di fine estate, come in tutta la vita di Giuseppe, l’amore vinceva sul dolore della perdita, la vita vinceva sulla morte.
Dopo la messa ci siamo incamminati verso il piccolo camposanto, in mezzo agli ulivi, in fondo al paese, proprio ai piedi del Grappa, il monte santo. Non sono riuscito a vedere Giuseppe scendere nella terra: lo vedevo invece camminare in salita, verso la cima.
Era proprio sopra di noi, già in alto, confuso nel verde dei boschi, immerso nella meraviglia della natura.


La piccola tribù

Non sono solo gli anziani che non si adattano alle nuove tecnologie. Alcuni amici attorno ai trent’anni – attenti, intelligenti, socialmente impegnati – hanno deciso di fare a meno di Facebook, Whatsapp, Instagram e compagnia bella. Per non ingrassare i giganti del web, per non essere manipolati, per non esporre la propria privacy al lucroso commercio dei dati personali. E naturalmente – e in questo c’è forse anche un filo di snobismo – per non essere immischiati nel grande fiume della Rete, che trasporta di tutto, le buone nuove ma anche fake news e atrocità di ogni genere.
Siccome però senza la Rete ormai non si può vivere, questa scelta di campo, moralmente ineccepibile, viene accompagnata dall’adozione di programmi e piattaforme libere e «indipendenti».
Così almeno si spera. Per quanto ancora, non è dato sapere.
A me rimane un dubbio, una perplessità. Se è ormai assodato che i nuovi stati sovranazionali, che oggi si chiamano Amazon o Microsoft e dominano Wall Street, hanno un enorme potere sul flusso delle informazioni (e non solo), se è vero che l’utopia della Rete come veicolo di democrazia universale è rimasta appunto un’utopia, e se è sacrosanto non solo diffidare ma impegnarsi nella battaglia contro questo nuovo potentato economico-finanziarioinformativo, non è più giusto, più produttivo, farlo dall’interno invece di chiamarsi fuori? Così, pur rispettando le «anime belle» dei miei giovani amici, io ho deciso di rimanere dentro. Non voglio vivere in una piccola tribù e mi prendo i rischi di navigare in mare aperto.


Attenti al contagio

Per «stare dentro», lo ammetto, bisogna avere uno stomaco di ferro.
E occorre imparare a difendersi. Per farlo, serve capire prima di tutto «il paradosso della visibilità»: tutti tendiamo alla visibilità, ma il brutto e il falso prevalgono – cioè appaiono più visibili – del corretto e del vero.
Sappiamo bene che la Rete trasporta di tutto: tutto quello che viene immesso da qualsiasi persona e da ogni luogo, compresi i contenuti tossici – che è praticamente impossibile estirpare senza contraddire la libertà di accesso alla Rete. Dobbiamo però anche sapere che una cattiva notizia (falsa, ingiuriosa, infamante, socialmente pericolosa) ha un impatto emozionale molto più forte di una buona novella o comunque di una notizia corretta. I contenuti tossici, una volta immessi in Rete, hanno una capacità di propagazione (moltiplicazione) formidabile.
Gli organi di stampa – giornali e telegiornali, i corpi intermedi, cioè i luoghi dell’informazione ufficiale e «responsabile» – si scagliano contro le fake news e le quotidiane atrocità della Rete, ma puntualmente le riportano e le commentano, allargando così il cerchio dell’audience. E noi stessi, con le più buone intenzioni, siamo portati a leggerle, a indignarci, e molte volte a inoltrarle agli amici con il nostro personale commento. Senza rendercene conto, diventiamo noi stessi veicoli del contagio.
Non so se, prima o poi, riusciremo a inventare una sorta di antivirus contro i contenuti tossici. In questo momento faccio fatica a immaginarlo. Quel che è certo, i giornalisti e i liberi utenti della Rete – noi tutti – possono individuarli ed evitare di propagarli.
Non leggiamoli. Non diffondiamoli. Non commentiamoli. Al contrario, cerchiamo e facciamo rimbalzare le «buone notizie», fossero anche solo un ago di verità nel grande pagliaio mediatico.
Insomma, maneggiamo la Rete con cautela, usando attenzione e senso critico.
contenuti tossici – che è praticamente impossibile estirpare senza contraddire la libertà di accesso alla Rete. Dobbiamo però anche sapere che una cattiva notizia (falsa, ingiuriosa, infamante, socialmente pericolosa) ha un impatto emozionale molto più forte di una buona novella o comunque di una notizia corretta. I contenuti tossici, una volta immessi in Rete, hanno una capacità di propagazione (moltiplicazione) formidabile.
Gli organi di stampa – giornali e telegiornali, i corpi intermedi, cioè i luoghi dell’informazione ufficiale e «responsabile» – si scagliano contro le fake news e le quotidiane atrocità della Rete, ma puntualmente le riportano e le commentano, allargando così il cerchio dell’audience. E noi stessi, con le più buone intenzioni, siamo portati a leggerle, a indignarci, e molte volte a inoltrarle agli amici con il nostro personale commento. Senza rendercene conto, diventiamo noi stessi veicoli del contagio.
Non so se, prima o poi, riusciremo a inventare una sorta di antivirus contro i contenuti tossici. In questo momento faccio fatica a immaginarlo. Quel che è certo, i giornalisti e i liberi utenti della Rete – noi tutti – possono individuarli ed evitare di propagarli.
Non leggiamoli. Non diffondiamoli. Non commentiamoli. Al contrario, cerchiamo e facciamo rimbalzare le «buone notizie», fossero anche solo un ago di verità nel grande pagliaio mediatico.
Insomma, maneggiamo la Rete con cautela, usando attenzione e senso critico.


La grande prateria

La tentazione di tornare è troppo forte. Non vale solo per l’intramontabile Cavaliere, ma per tutti, Matteo Renzi compreso. La sua passione per la politica, la sua voglia di rivincita, il suo desiderio di tornare nel grande gioco, lo hanno spinto a un’abile mossa tattica. Prima ha sdoganato l’accordo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, diventando il primo sponsor del governo giallo-rosso, poi – appena qualche giorno dopo il varo del nuovo esecutivo – ha consumato la rottura di cui si parlava da molti mesi.
Lo scisma, infatti, lo prevedevano in tanti, ma nessuno se lo aspettava in quel momento, proprio quando il PD tornava al governo. Così, spiazzando tutti, Renzi ha azzeccato il momento più favorevole e, portandosi dietro una quarantina di fedelissimi parlamentari, ha raggiunto un doppio scopo: da una parte è ritornato a essere un protagonista della scena politica e mediatica (per uno con il suo ego era un obbiettivo imprescindibile), e dall’altra potrà tenere sotto scacco il nuovo governo, puntando a diventare il classico ago della bilancia.
Nulla da dire sull’abilità tattica di Matteo Renzi. A lui, in politica, piace giocare d’azzardo: proprio come il suo naturale competitor e alter ego Matteo Salvini, che però ha toppato clamorosamente l’ultima mossa, quando ha tolto la fiducia al precedente governo giallo-verde e si è ritrovato all’opposizione.
Quello che è meno chiaro è cosa ci riserva la seconda vita (politica) di Matteo Renzi e del suo nuovo partito. Riuscirà a «ingrassare» abbastanza fino a far rinascere il Centro e a ripetere in Italia le fortune di Emmanuel Macron? Oppure si troverà a guidare l’ennesimo partitino del poco per cento, l’ennesima piccola scheggia della politica italiana? La sua scudiera Elena Boschi non ha dubbi: «C’è una prateria davanti a noi». Ma tanti altri hanno provato a «conquistare il centro» e sono finiti malissimo: Lamberto Dini, Corrado Passera, Mario Monti… Forse perché «il centro», la meta da tutti agognata, non esiste più: quella sconfinata prateria dove un tempo bivaccava la grande mandria democristiana si è ridotta a un fazzolettino.


Viva l’Italia?

Anche se la sua ultima risulta essere una mossa indovinata, non ho mai avuto simpatia per Matteo Renzi, proprio per la sua visione politica ridotta a tattica, una caratteristica che lo avvicina molto alla parabola politica di Bettino Craxi. Non è un fatto personale; insieme a lui ho sempre diffidato dai quei leader che amano occupare da soli il proscenio, contornandosi di comparse e fedeli comprimari.
D’altra parte, gli appelli e le preghiere che per mesi sono piovuti su Renzi in nome dell’unità del partito (il PD) non erano per nulla credibili. Unità per fare cosa? Per andare dove? Capisco quindi quelli che riconoscono a Renzi il merito di aver fatto chiarezza.
Quello che, già da ora, non riesco a perdonargli è il nuovo nome del suo nuovissimo partito. Con pochissima fantasia e improbabile furbizia, anche Matteo Renzi ha scelto di tirare in ballo la povera Italia. Dopo «Forza Italia» (allora, nel 1994, era stata veramente una trovata geniale), dopo «Italia dei Valori», dopo «Fratelli d’Italia», dopo «Italia Unica», eccoci arrivati alla neonata «Italia viva» di Renzi.
Se deve essere questa la faccia nuova – e vuota – della politica del nuovo millennio e della terza repubblica, preferivo le sigle un po’ ammuffite dei vecchi partiti novecenteschi.


Il ritornello della legge elettorale

Ogni nuovo governo, ogni nuova opposizione, si propone di cambiare la legge elettorale. È una specie di ritornello: succede così da anni, e succede puntualmente in queste settimane. 8 regioni (quelle governate dal Centrodestra) propongono un referendum per abolire la quota proporzionale dal Rosatellum (i nomi delle leggi elettorali sono sempre fantasiosi) e instaurare un maggioritario puro. Nello stesso tempo, il governo giallo-rosso prepara le contromisure e pensa di varare una nuova legge elettorale per far saltare il referendum di cui sopra. E gli italiani cosa ne pensano? Credo che il problema non li appassioni per niente.
In teoria, maggioritario e proporzionale hanno entrambi i loro pregi. Il sistema maggioritario favorirebbe la governabilità (governa la coalizione che prende un voto in più), mentre il proporzionale garantirebbe al massimo la rappresentanza, anche quella delle minoranze (quindi, in ultima analisi, la democrazia).
In realtà, le cose non funzionano così: l’Italia, quale sia la legge elettorale in vigore, continua ad aspirare a una giusta composizione di governabilità e rappresentanza. In ogni caso, chi propone una nuova legge elettorale, non si pone questi nobili obbiettivi, ma cerca il sistema più adatto ad assicurare la vittoria al proprio schieramento nelle future elezioni. Insomma: ogni nuova legge elettorale è una scommessa. Di breve periodo e di basso profilo.
Siccome però nessuno, tantomeno i politici, può indovinare il futuro, le elezioni hanno spesso un risultato imprevisto, diverso da quello sperato. Allora bisogna ricominciare. Mettere in cantiere un’altra legge elettorale e scommettere sulla prossima volta.
Francesco Monini, direttore di Madrugada