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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Sentirsi padre

di Cifelli Adriano

«Per tenere un bambino in braccio ti basta solo l’amore,
per allevarlo ti serve molto di più,
per essere suo padre, ti deve dare qualcosa anche Dio».
Elis Râpeanu

Enis

Ogni volta che torna, dopo un lungo viaggio dalla Bosnia, il suo Paese dall’altra parte del mare, è una gioia immensa. Mi sento davvero un padre. Lo stringo forte e anche se quel bambino ha i suoi genitori e non è mio, in questa pessima logica del possesso a ogni costo, mi sento un padre per Enis. Oggi ha quasi 8 anni. È un concentrato di gioia, bellezza e, a volte, capricci. Sguardo vispo e intelligentissimo. La prima volta che ha messo piede a casa nostra era un piccolo bimbo di pelle mulatta di 6 anni. Un pianto ininterrotto. Aveva fatto un viaggio dalla Bosnia insieme ad altri 300 bambini grazie al progetto di accoglienza dell’associazione siciliana Luciano Lama. Da più di 25 anni, da quando cessò la rovinosa guerra dei Balcani, che insanguinò e ferì con armi e odio la bellissima Sarajevo, i bambini, provenienti da vari istituti o famiglie più povere, trascorrono in Italia due periodi all’anno. A noi la gioia di accogliere Enis.

Ricordo la sua facilità a imparare la lingua. Mia madre era spaventata: come faremo? e lui subito dopo le parlava in italiano, abbattendo ogni frontiera. Il suo saluto al mattino, il suo essere curioso e pieno di vita, mi ha svegliato un profondo desiderio di prendermi cura sempre meglio di questa creatura. I bambini non sono solo di chi li mette al mondo, ma di chi se ne prende cura. Nel mio viaggio in Africa, in Congo, vedevo tantissimi bambini che ci seguivano per strada. I bambini si fidavano. Erano incuriositi, ma avevano addosso lo sguardo attento e silente di tutto il villaggio. Poi, come la luce al tramonto, si dileguavano e non sapevi più chi fossero. Ma per un po’ erano stati anche miei.

Essere padre

Penso sempre all’appellativo di padre con il quale vengono spesso indicati i preti. Essere padre è un’avventura meravigliosa. È mettere l’altro sulla strada, in grado di muovere i suoi passi e sbagliare anche, ma poi lì, pronto a corrergli incontro anche se ha sbagliato e di grosso. Un padre dice la verità e se dice una bugia è per un bene talvolta più grande, non per calcolo o interesse personale. Certo esistono anche padri violenti, pedofili, che non si prendono cura dei loro piccoli.

Gesù nel vangelo dice: «Ebbene io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!». Anche un padre cattivo saprà dare cose buone.

Non eredità, ma tesoro

Penso a una mia amica che mi racconta gli ultimi 39 giorni, come fossero una quaresima verso la resurrezione, vissuti accanto al papà malato, con cui non aveva avuto un buon rapporto in precedenza. Eppure sarà la sua stella a brillare e a orientare, anche ora che non è più vivo, i suoi passi. Per lui ha scritto la sua poesia più bella. Il tuo papà ti aiuta a varcare i confini, a saper vedere oltre. Sa sgridarti e abbassare lo sguardo quando sbagli, magari è brontolone e scontroso perché anche la sua infanzia non è stata felice, eppure c’è. I pinguini fanno chilometri in marcia per proteggere i cuccioli. Si alternano nel badare ai cuccioli mentre uno dei due va in cerca di cibo. Non si è padri se non si è disposti a dare qualcosa di sé. A perdere anche. Qualcosa che sarà patrimonio dell’altro. Non eredità da sperperare, ma tesoro per la vita.

Padre nostro

Enis (nome che significa amico in turco) è davvero un figlio per me. Qualcosa che non si spiega. Anche io sento di avere avuto tanti padri. E poi uno che ci accomuna e che ci fa dire ogni volta che lo preghiamo, che è nostro. E dunque siamo fratelli in umanità, al di là di ogni credo. Ci spinge ad alzare lo sguardo e sentire che siamo piccoli e che qualcuno è lì per noi. Ogni convivenza, ogni etica non può prescindere da questo legame di cura e di responsabilità che ci tiene in piedi. Non il potere che schiaccia e usa la forza. Non l’autoritarismo, ma chi abbassandosi ti abbraccia e ti dice: dai, puoi farcela da solo.

Enis è tornato anche quest’estate, ha negli occhi la fierezza e i colori della sua splendida terra balcanica. Mi ricorda che ogni guerra impoverisce e genera orfani. Orfani di speranza e di bellezza, di opportunità e di vita.

Mi sento padre.

Grazie, Enis.