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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Sudan

di Cardini Egidio

La Repubblica del Sudan è stata dal 1956, anno della sua indipendenza nazionale, al 2011, anno dell’indipendenza del Sudan del Sud, oggi coincidente con le sue regioni meridionali, il Paese africano più esteso.

Dopo il 9 luglio 2011 il Sudan, per alcuni definibile anche come Sudan del Nord, ha rafforzato alcune sue contradditorie peculiarità, che sono state anche il motivo dei conflitti pesanti e drammatici che lo riguardano da sempre. Alcuni dati evidenziano inequivocabilmente queste contraddizioni.

La Repubblica oggi ha circa 38 milioni di abitanti, mentre l’area urbana della capitale Khartum ormai raccoglie circa 6 milioni di persone.

Circa il 45% della popolazione vive ampiamente al di sotto della soglia di povertà, mentre la disoccupazione ufficiale è pari al 19%, dato senz’altro approssimato per difetto dalle stesse fonti governative. Allo stesso modo l’inflazione annua è calcolata intorno al 27%.

Ogni donna ha un numero di figli che si avvicina in media a quattro, con un tasso di mortalità infantile pari al 70,1 per mille. Naturalmente nelle aree rurali e desertiche questi dati sono nettamente inaspriti.

Di fatto non esiste l’industria, fatta eccezione per l’attività estrattiva del petrolio, mentre l’allevamento e l’agricoltura sono ancora a uno stadio assai primitivo, con una gran parte delle terre in stato improduttivo.

Il Paese oggi è religiosamente assai più omogeneo del passato, con il 97% di musulmani sunniti e un residuo 3% di cristiani e di animisti. Si consideri che quasi tutti i 12 milioni di sudanesi del Sud, che oggi sono cittadini di questa nuova Repubblica, sono cristiani e animisti e che il motivo dell’interminabile e violentissimo conflitto tra il nord musulmano e il sud cristiano e animista è stato prevalentemente culturale e religioso, oltre che etnico.

Nel 2018 la Repubblica del Sudan è tuttavia composta da circa il 70% di popolazione araba e per il restante 30% da popolazioni appartenenti alle configurazioni tribali più vicine all’Africa centrale.

Ciò significa che, terminato di fatto il conflitto interreligioso con il distacco delle regioni non musulmane, prosegue un conflitto dalle articolazioni composite e complicatissime, «in primis» etniche e «in secundis» economiche.

Una repubblica islamica

La Repubblica del Sudan è uno Stato apertamente totalitario, retto da un regime che associa elementi di militarismo tradizionale, di tribalismo arabo e di fondamentalismo religioso islamico.

Il Paese non ha mai goduto veramente di una democrazia rappresentativa classica.

Il Presidente Nimeiri, originariamente di tendenze laiche e di formazione socialista, ha retto il Paese con il pugno di ferro e con un livello endemico di corruzione dal 1969 al 1985.

Nel momento in cui i conflitti interetnici tra le élites arabe e le minoranze non arabe sono esplosi, ha introdotto la «sharia», passando inoltre attraverso una serie di tentativi di colpi di Stato.

Destituito da un colpo di Stato nel 1985, ha lasciato il territorio nazionale, mentre in Sudan si apriva di fatto la strada alla costituzione di una Repubblica islamica che, a partire dal 1989, ha visto e vede tuttora al potere il Gen. Omar Hassan al-Bashir.

Il regime di al-Bashir ha operato attraverso alcune direttrici costanti, che possiamo riassumere come segue:

la radicalizzazione di una repubblica islamica basata sulla «sharia», la legge religiosa fondamentale ispirata al Corano, con conseguente fortissima limitazione di qualsivoglia libertà religiosa;
l’apertura di legami molto stretti con i gruppi e con i movimenti fondamentalisti islamici. Non a caso il regime è stato accusato apertamente dall’Occidente di avere dato ospitalità, a più riprese, a Osama bin Laden;
la durissima repressione, ai limiti del genocidio, contro le popolazioni non arabe della regione storica del Darfur, oggi costituita da tre province, mediante il foraggiamento di gruppi orribilmente violenti (i noti «Janjawid», o diavoli a cavallo), che hanno imperversato per molti anni nell’ovest della Repubblica, ai confini con il Ciad, provocando decine di migliaia di morti e almeno 200.000 profughi verso lo stesso Ciad;
la politica particolarmente aggressiva verso il Sudan del Sud, favorita anche da un’imprecisata definizione dei nuovi confini tra i due Stati. Ciò ha consentito al Sudan di giocare un ruolo destabilizzante nelle regioni dell’Abyei, ricco di petrolio, del Nilo

Azzurro e delle Montagne di Nubia. Queste tre regioni, anche se culturalmente legate al Sud, vengono di fatto occupate dal governo di Khartum, in ragione della presenza sul territorio di interessanti giacimenti petroliferi, visto che il petrolio costituisce l’unica vera e autentica risorsa economica della Repubblica.

Da Stato canaglia a Paese presentabile

Oggi il Sudan si dibatte in quest’interminabile e irrisolto conflitto interreligioso, interetnico, tribale ed economico-politico, mantenendo un rapporto ambiguo con i diversi soggetti internazionali.

A lungo considerato dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti d’America, come uno Stato canaglia, oggi il Sudan pare essere rientrato nell’alveo dei Paesi considerati presentabili, presumibilmente per avere leggermente allentato i rapporti con un fondamentalismo islamico entrato in crisi politica e militare, ma non certo per avere garantito i diritti fondamentali della persona o i princìpi della democrazia reale.

Il presidente al-Bashir sta sfruttando abilmente alcuni legami molto stretti con l’Arabia Saudita e con la Turchia. Due sono i cardini di questa collaborazione: l’apertura di relazioni commerciali vincolanti e forti e poi l’associazione di 3.000 militari sudanesi alle truppe saudite, impegnate nella guerra in Yemen.

L’impossibilità di garantire l’autosufficienza nella produzione petrolifera, sia per l’arretratezza delle strutture estrattive sia per il perenne stato di conflitto militare interno, ha costretto paradossalmente il regime di Khartum a importare greggio dall’alleato saudita, nonostante la presenza sul proprio territorio di grandi giacimenti petroliferi. Contestualmente il prezzo da pagare ai sauditi ha comportato anche la compartecipazione nell’avventura militare in Yemen, davanti alla quale oggi il regime sta cominciando a riconsiderare il suo impegno.

Russia e Cina fanno la parte del leone

Da ultimo va segnalato che lo stesso regime, anche ai fini della propria sopravvivenza, sta stringendo relazioni molto strette con la Cina e con la Russia, garantendo a queste due potenze la possibilità di ingenti investimenti strutturali ed economici, i cui vantaggi saranno evidentemente ripartiti tra l’élite al potere a Khartum e le stesse potenze straniere.

In questo intreccio complicato restano drammaticamente profonde e intatte le contraddizioni di questo Paese: la fame, la miseria, le persecuzioni contro le minoranze etniche non arabe, il duro fondamentalismo religioso e il perenne conflitto aperto con il Sudan del Sud.

I dati economico-sociali enunciati in apertura restano in tutta la loro spietata crudezza.

Oggi il Sudan è un Paese che aspetta sempre di conoscere pace, sviluppo e dignità collettiva e che purtroppo non riesce ancora a intravedere nulla di quanto sperato dalla sua gente.