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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Visioni inedite

di Stoppiglia Giuseppe

L’ospite interiore, universale

«Adoro i partiti politici:
sono gli unici luoghi rimasti
dove la gente non parla di politica».
Oscar Wilde

«Quando starò per morire, portatemi sotto un albero perché i miei occhi possano vedere le foglie verdi e il colore dei fiori. Quando starò per morire mettete il mio corpo sulla terra e poggiate il mio capo sopra una rosa. Lasciate che il vento accarezzi il mio volto. Lasciate che io oda ancora l’acqua del torrente che scorre e il suono di un violino. Mi accompagnerà nell’ultimo viaggio il canto dei passeri. Se così avverrà quando starò per morire, sarò stato un uomo fortunato perché sarò morto come uno Zingaro». [Puço, sinto piemontese]

Sorella morte

Sono versi di estrema semplicità e spontaneità, di quel mondo che spesso guardiamo con sospetto e paura. Essi parlano della morte in una forma mistica, perché non è una disperata dissoluzione nel nulla, ma un quieto ritorno alla natura e al Creatore.

Non riusciamo a vivere quest’armonia col creato perché siamo troppo aggrappati alle cose e agli oggetti costruiti con le nostre mani. Non siamo in grado di capire che la morte è una tappa della vita e che si affaccia su orizzonti infiniti. Per questo cancelliamo ogni segno di morte al nostro sguardo e a quello dei bambini, col risultato che la morte irrompe violenta, sconcertandoci.

Così ci attende spesso una morte gelida in un ospedale asettico e impietoso, solo raramente una morte fiduciosa nella nostra casa, stringendo la mano di chi ci ha amato.

Il buon musulmano

Mi alzo presto al mattino e medito il vangelo del giorno: poi passo a caricare sul combi una quindicina di persone della comunità per andare a lavorare nei campi del Centro di Formazione a Silambi.

Il fango sulla strada, dopo le piogge tropicali dei giorni scorsi, è scivoloso e insidioso, al punto che, dopo pochi chilometri, restiamo bloccati. Il combi ondeggia paurosamente, rischiando di capovolgersi. Siamo impantanati. Che facciamo? A bordo c’è Leonard, un novizio comboniano, con malaria grave, da portare all’ospedale. Disperare? Mai!

Passa sulla strada Mohamed, un musulmano che lavora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha fretta, lo aspettano al lavoro, ma lui si ferma e comincia con il badile a togliere il fango dalle ruote. Poi prende la batteria della sua macchina, la nostra è scarica, e organizza con meticolosità i passeggeri a spingere assieme e sollevare le ruote dal fango. Suda abbondantemente, come tutti noi e, col fango fino alle orecchie, riusciamo finalmente a saltarci fuori e a ripartire.

Mohamed non chiede un soldo e parte subito: lo stanno aspettando al lavoro. Chiamo al telefono il suo responsabile per spiegargli il ritardo e ringraziarlo. Senza di lui non ce l’avremmo fatta. Alcuni, commossi, aggiungono: «È stato il nostro buon samaritano». O meglio, il nostro buon musulmano. Ha visto e si è fermato. Non è passato oltre. Lui che in tempo di Ramadan non mangia niente durante il giorno e dopo un simile sforzo sarà in debito di energie fino a sera.

Dove si può creare un vero dialogo? Quando tutti assieme ci si tira su le maniche e ci si aiuta a ripartire. Al di là di ogni religione o confessione, prima di tutto c’è l’uomo e ci sono i suoi bisogni. Leonard arriva all’ospedale di Bebedja e la speranza aumenta.

«Il gesto di Mohamed vale la pena di essere raccontato e scritto – mi scrive da Goias Velho (Brasile) l’amico Chico Capponi – soprattutto per quelli che dicono che con l’Islam non c’è nulla da fare. Una strada, invece, è possibile, necessaria e urgente».

L’anima negli occhi

Due sguardi non possono incrociarsi a lungo, oltre a qualche secondo, senza produrre aumento di vicinanza o di distanza, attrazione o repulsione. A volte fissare un volto può essere addirittura pericoloso. Solo i bambini piccoli tengono e reggono lo sguardo senza difficoltà.

Gli occhi, infatti, portano l’anima e le anime non possono ignorarsi, si amano o si odiano, si toccano o si respingono. Conosco sguardi di un momento, che hanno deciso di intere vite. Chi ti guarda negli occhi ti impegna, ti costringe a decidere: sorridere oppure indurirci, è quello che facciamo praticamente sempre.

Bisognerebbe sorridere allo sconosciuto, ma può nascere l’equivoco: sorridi per amicizia o per catturare? Se si aggiunge la differenza di sesso, chi crederà al sorriso disinteressato? Eppure, è meglio un sorriso da interpretare che una freddezza da gelare l’anima.

La vita attuale ci mette a continuo contatto di gomito col prossimo sconosciuto, spesso anche diverso di lingua, cultura, pelle. Se non vogliamo che la vicinanza fisica inasprisca la differenza, conviene gettare ponti a livello di quel primo, penetrante e precario contatto con lo sconosciuto, che è lo sguardo. Come diceva Giuseppe Capograssi, i principali diritti umani sono il sorriso, l’amicizia, la speranza.

Anche se questo prossimo non è mezzo morto come quello della parabola del buon samaritano, egli ha bisogno/diritto e noi bisogno/dovere di un rapporto umano, necessario a tutti come il cibo e l’aria.

Dialogo e pregiudizio

Dal dialogo non si esce come ci si entra. La sfida del dialogo, infatti, richiede la disponibilità a intraprendere un nuovo cammino. Nel dialogo emergono visioni inedite dell’altro, si fa strada la fine del pregiudizio, la scoperta di ciò che si ha in comune e anche di ciò che manca a ognuno degli interlocutori.

Lì avviene la contaminazione, lo spostamento dei confini. Quell’altro, che io situavo in una dimensione remota, si rivela molto più vicino e simile a me. Il confine resta, ma non è più luogo di conflitti o di malintesi, bensì di pacificazione e d’incontro.

Certo che, se non si attende nulla dall’altro, il dialogo nasce già morto. La sufficienza, il voler bastare a sé stessi è di fatto negazione dell’altro, sia che lo si consideri come oggetto da possedere, sia che si rifiuti di vederlo e di prenderlo a cuore.

Se si accetta la presenza dell’altro e si è disposti ad accoglierlo come un ospite interiore, riconoscendone le tracce presenti in noi, in quell’attimo scocca la scintilla del dialogo autentico, dove arriviamo a esprimere pensieri mai pensati prima, un punto di vista inedito sulla propria esistenza, l’affiorare con parole dei gesti d’interiorità che ci abita.

Chi accoglie un altro fa un dono anche a sé. Non siamo mai soli, ma c’è con noi la nostra storia e c’è quella della persona accolta. «Ama il prossimo tuo come te stesso» e il tuo lontano come tuo prossimo.

Il mercato delle illusioni

Alimentati dalla crisi economica, invece, si stanno diffondendo, in Europa e anche in Italia, i miasmi dei nazionalismi, dei particolarismi, dei localismi, delle ottuse e rancorose velleità separatiste, nell’assurda smania che ogni nazionalità o etnia, in grado di svilupparsi pienamente e autonomamente, debba o possa divenire uno Stato e che la chiusura in un’astiosa separazione possa risolvere la crisi economica.

La furbizia (che non è intelligenza) di alcuni mestatori, ha visto in ciò un obiettivo reale e lo sfrutta. Sfruttare le paure invece di scioglierle, è uccidere la politica e banalizzarla. Servendosi del linguaggio mediatico, si dà addirittura alla pubblicità la possibilità di determinare le scelte di voto. È inevitabile allora un impoverimento delle idee, quando l’immagine prevale sulla realtà.

La pubblicità non è razionale, fa leva soprattutto sull’emozione, la passione, l’istinto, più che sulla ragione e la sensibilità. Se l’immagine determina il successo politico più delle idee, l’effetto è devastante, andando a complicare la ricerca di una soluzione vera della crisi, che non è solo economica, ma culturale. È la cultura, cioè i valori condivisi, tradotti in obiettivi politici, che dà le risposte collettive per la costruzione del bene comune. Se ciò non accade, si creano illusioni e soprattutto si corre il rischio terribile della decadenza.

Oltre lo Stato nazionale

Il punto critico oggi non è, come si vuol far credere, il centralismo e l’inefficienza dello Stato nazionale, ma il suo superamento. Lo Stato nazionale ha avuto, nell’Ottocento e anche nel Novecento, un valore transitorio di liberazione dal dominio di un popolo sopra gli altri popoli, che oggi va superato verso l’alto, perché i problemi più urgenti (ecologico, demografico, della giustizia distributiva, della pace) sono tutti planetari e richiedono un ordinamento cosmopolitico, ma va superato anche verso il basso, perché la politica, per essere partecipata e rispondente ai bisogni, deve essere anche vicina e locale. Queste due dimensioni necessarie della politica sembrano, allo stato attuale, non compossibili.

La soluzione istintiva, facile e ingannevole è quella di chiudersi nel recinto delle appartenenze immediate e di tenere tutto per sé. Chi cavalca questa soluzione per ambizione stolta e spregiudicata, lo fa contro il futuro e la giustizia. Superare lo Stato nazionale verso il basso non deve essere fatto in nome delle etnie, ma in nome del vicinato. Con la mobilità recente e futura, gente di tutto il mondo ci diventa vicina di casa. Ci saranno conflitti di costumi e di culture, ma conflitti non vuol dire rifiuto, espulsione o distruzione. Le culture (come le persone) crescono solo nell’incontro con una cultura diversa, altrimenti si accartocciano come foglie secche.

Europa, crogiolo di culture

Con l’avvento della secolarizzazione, assolutamente necessaria dal punto di vista politico, è stata accantonata la formazione di un’intensa vita spirituale, senza sostituirla con una cultura laica di livello adeguato. Così si è persa sia la forza dei valori condivisi, sia l’etica che veniva dalla religiosità, col risultato di una corruzione che ormai permea tutta la nostra vita pubblica.

Si ha la sensazione che l’Unione Europea stia scricchiolando e sfilacciandosi nel paralizzante incrociarsi di veti dei suoi Stati membri e nelle sue infinite mediazioni. Spero tanto che sia una crisi di crescita, non di progetto. L’idea europea è la più importante del mondo, per combattere i nazionalismi.

Lo sforzo di integrare culture, lingue e tradizioni diverse ha prodotto sicuramente più benefici che problemi, garantendo sessant’anni di pace a un continente che ha una storia fatta di massacri.

Non è giusto accusare la vita se non ti dà felicità. Come non è giusto rinunciare alla ricerca della felicità. Non è giusto neppure ignorare che chi ha desideri più grandi, ha più grandi sofferenze. È sbagliato, però, dimenticare che la felicità è più grande della vita, e la vita, necessariamente inferiore alla felicità, è grande per questo.