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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il caso de “La Zanzara” e la modernizzazione dell’Italia

di Mansi Adriano

L’Italia degli anni ’60 è un paese in rapida trasformazione. Superata la ricostruzione postbellica, nella seconda metà degli anni ’50 inizia il miracolo economico. Come conseguenza dei mutamenti economici cominciano a cambiare la politica italiana, con l’avvento del centro-sinistra tra il 1962 e il 1963, la società e la cultura degli italiani, con livelli d’istervettetruzione in aumento e una generale modernizzazione degli stili di vita. Tutto senza dimenticare le intense ondate migratorie verso l’estero e, soprattutto, interne.Questa trasformazione non avviene ovunque alla stessa velocità, ci sono settori e luoghi nei quali le resistenze sono maggiori e i cambiamenti risultano più lenti. Nel paese è molto influente la Chiesa cattolica che teme molte delle novità introdotte con la modernizzazione dei consumi e degli stili di vita1.

Lo scandalo de “La Zanzara”, giornale studentesco

Tale contestualizzazione è necessaria per comprendere la rilevanza di un episodio che altrimenti apparirebbe come un caso locale di conflitto tra studenti e genitori di un liceo milanese. “La Zanzara” è il giornale d’istituto del “Parini” di Milano, uno degli istituti superiori più prestigiosi del capoluogo lombardo. La pubblicazione, curata dagli studenti e sostenuta dal preside, si inserisce in un fenomeno di grande vivacità dei giornali scolastici tipico di questi anni, soprattutto nelle grandi città. Il 14 febbraio 1966 appare sul periodico un’inchiesta con alcune studentesse sulla «posizione della donna» nella società italiana: si discute di rapporti tra i sessi, matrimonio, lavoro femminile2. Gli autori appaiono consapevoli dei cambiamenti in atto nel paese: «È indubbio che negli ultimi anni si sia verificata una notevole diminuzione dei pregiudizi che tenevano la donna in una posizione secondaria […] e che a un graduale evolversi della società abbia seguito un analogo processo evolutivo anche nel campo dell’emancipazione femminile. Ciò non toglie che in complesso sussista ancora diffusamente una mentalità conservatrice tendente a subordinare il sesso femminile a quello maschile».Emerge subito l’importanza dell’argomento affrontato e una posizione avanzata che viene approfondita dalle risposte delle intervistate3. Il primo punto affrontato riguarda l’educazione familiare e il rapporto con i genitori: «Non viene più accettato un atteggiamento di tipo autoritaristico, ma si chiede loro amicizia e una maggiore comprensione dei propri problemi». La conversazione si sposta poi sul tema dell’educazione sessuale ricevuta in famiglia, dove «l’intervento dei genitori […] è stato giudicato piuttosto secondario»; i ragazzi vorrebbero affrontare tali tematiche a scuola, anche per evitare le conseguenze di una sessualità poco consapevole. Non dovrebbe essere un tabù, ma un argomento di seria e serena discussione. Secondo le studentesse l’approccio della società italiana al sesso è «di ipocrisia e di moralismo». Ci si confronta pure con la questione del controllo delle nascite e dei metodi anticoncezionali, di cui in Italia si può discutere apertamente da pochi anni: «Le ragazze […] si sono rivelate per la maggior parte favorevoli all’uso di mezzi anticoncezionali durante il matrimonio», sebbene resti la convinzione della maternità come piena realizzazione femminile. Conseguenza logica di tali ragionamenti è la tematica religiosa e morale. Si registra una richiesta di maggiore libertà di scelta e di comportamento, pur nel riconoscimento diffuso del valore della verginità e della fedeltà. Concordi, invece, le studentesse sulla necessità di maggiore parità nei rapporti di coppia. Le intervistate dichiaratamente cattoliche appoggiano la posizione ufficiale della Chiesa, mentre le altre «ritengono che se c’è l’amore non abbia più senso parlare di limiti». Diffusa è pure l’idea che «la religione in campo sessuale è apportatrice di complessi di colpa», per quanto l’eventuale giudizio morale della famiglia rappresenti un altro importante freno. Altro tema sensibile è quello del matrimonio, soprattutto se correlato alle ambizioni professionali. Permane l’idea che l’istruzione non sia funzionale alla ricerca di un’occupazione, quanto un modo per completare la propria educazione, approfondire alcuni interessi, in attesa di un marito che provveda alle necessità pratiche della famiglia. Non mancano tuttavia posizioni contrarie a questa netta separazione tra vita professionale e matrimoniale per le giovani donne. Per quel che riguarda infine il divorzio, le studentesse appaiono prudenti: al netto della posizione contraria delle cattoliche praticanti, pure le più favorevoli si dicono convinte della necessità di riflettere bene prima di rompere un legame matrimoniale. La conclusione dell’inchiesta è altrettanto significativa poiché le intervistate sottolineano come siano poche le ragazze pronte a prendere posizione su questi temi, la maggioranza appare apatica o legata a valori tradizionali4.Nel giro di poche settimane questa inchiesta diventa un caso giudiziario, mediatico, politico, ma anche sociale e culturale, portando molti italiani a prendere posizione su argomenti giudicati ancora “sensibili” nella mentalità tradizionale. Il 19 febbraio al liceo circola un volantino di condanna firmato «Un gruppo di studenti Pariniani cattolici» e un periodico lombardo di ispirazione cattolica parla di scandalo al Parini5.

Intervento della magistratura

La vicenda si concluderebbe a un livello scolastico e locale, se non si registrasse l’intervento della magistratura che porta l’episodio sotto i riflettori dei media nazionali di diverso orientamento politico-culturale6. I tre redattori – minorenni – Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano sono accusati di oscenità a mezzo stampa e pubblicazione clandestina. Insieme a loro vengono indagati il preside Daniele Mattalia, per non aver vigilato sulla pubblicazione, e Amelia Terzaghi, la tipografa, per non aver controllato cosa stesse stampando. Il contenuto dell’articolo è definito «idoneo a offendere il sentimento morale dei fanciulli e degli adolescenti e a costituire per essi incitamento alla corruzione», il linguaggio utilizzato è considerato dai magistrati «crudo spregiudicato e atto a corrompere i fanciulli e gli adolescenti»7.Le reazioni delle istituzioni pubbliche Secondo il direttore generale dell’istruzione media e superiore, in una nota al ministro Luigi Gui del maggio 1966, «il caso divenne di pubblico dominio acquistando risonanza e assumendo dimensioni assolutamente sproporzionate; dilagòoltre i limiti […] di un episodio di deplorevole intemperanza che testimonia in modo significativo, ma non certo felice, del dinamismo della vita scolastica attuale».In Parlamento nel marzo 1966 vengono presentate cinque interrogazioni da diverse forze politiche con punti di vista diametralmente opposti8. Se è vero che l’influenza della dottrina cattolica è forte e capillare, molte forze politiche, sociali e culturali di ispirazione laica si schierano dalla parte degli inquisiti: l’opinione pubblica si spacca soprattutto dopo che ai tre accusati viene applicata una legge del 1934 che prevede una visita medica in questura «per verificare la presenza di tare fisiche e psicologiche», alla quale solo Beltramo Ceppi riesce a sottrarsi9. È l’episodio che innalza ulteriormente l’attenzione e la tensione tra due Italie.

Processo a “La Zanzara” con assoluzione

Il processo si svolge tra marzo e aprile 1966, il pubblico ministero Oscar Lanzi chiede quattro mesi e quindici giorni di reclusione più 60.000 lire di multa per il preside, due mesi e venti giorni di reclusione per i tre redattori e la tipografa Amelia Terzaghi per la quale si chiedono anche 12.000 lire di multa. La requisitoria si risolve in «una valanga di luoghi comuni, di retorica moralistica, di accuse incredibili agli imputati, di previsioni apocalittiche». L’idea del procuratore è che «una popolazione scolastica di immaturi» sia stata corrotta «da parte di tre ragazzi furbi, con la complicità di un preside poco scrupoloso». I riferimenti culturali di Lanzi sono tradizionali ma ormai superati per buona parte degli italiani: il ruolo della donna legato esclusivamente alla cura della casa e dei figli; il tabù del sesso. Al termine di un dibattimento che trascende il caso specifico per diventare una disputa sui valori della società, i tre ragazzi e il preside vengono assolti perché i fatti non costituiscono reato, l’unica condanna riguarda la tipografa, costretta a pagare una multa. La procura decide di ricorrere in appello, convinta che la posizione retrograda del pubblico ministero non sia isolata nel contesto sociale italiano e tra le file della magistratura. Il processo di secondo grado viene trasferito a Genova per il clima che si respira nel capoluogo lombardo attorno a questo evento, ma viene ribadita la sentenza di primo grado10.

Reazioni al Ministero della P.I.

A livello disciplinare Viale Trastevere (sede del Ministero della Pubblica Istruzione n.d.r.) ribadisce l’importanza della libertà di associazione e opinione degli studenti, l’incoraggiamento a confrontarsi con l’attualità, senza però intromettersi in competizioni politiche. L’amministrazione scolastica preferisce non prendere provvedimenti, «ritenendo l’episodio come manifestazione soprattutto di giovanile, non controllata esuberanza e di un malinteso concetto delle libertà e dei compiti dei circoli studenteschi», tuttavia il direttore generale descrive così l’articolo incriminato: «deve onestamente ammettersi come […] sia tale, per la crudezza del linguaggio e per la spregiudicatezza delle affermazioni riportate, da turbare il comune sentimento etico quale è diffuso nella generalità degli alunni e delle loro famiglie di ogni estrazione sociale […]. Quanto poi al merito dell’inchiesta […] non si può non esprimere riserve e perplessità; e ciò perché si ritiene che i genitori potrebbero non a torto chiedere che le scuole […] non trattino argomenti palesemente estranei ai programmi di insegnamento e alle finalità educative, argomenti che […] investono interessi la cui tutela essi considerano irrinunziabile prerogativa dell’istituto familiare11».

Boom economico, migrazione, disordine nelle periferie urbane

La vicenda de “La Zanzara” è spesso utilizzata come evento paradigmatico delle contraddizioni di una fase di transizione. Mentre la trasformazione economica è rapida e impetuosa, lo stesso non avviene per gli altri aspetti della società. A livello politico questi mutamenti maturano all’inizio del decennio ’60 con l’apertura a sinistra: la crescente disponibilità di socialisti e democristiani a varare una nuova formula politica è favorita anche – e forse soprattutto – da una situazione economico-sociale in evoluzione e dalla conseguente necessità di riforme organiche che solo una maggioranza allargata può raggiungere.Sul piano sociale gli italiani, dopo i sacrifici della guerra e della ricostruzione, possono permettersi un tenore di vita migliore, cambiano le priorità delle famiglie. La popolazione cresce a ritmi intensi, le famiglie modificano la propria struttura e i rapporti al loro interno, soprattutto nel nord e nelle aree urbane si afferma la famiglia nucleare. Si guarda con crescente interesse ai beni di consumo, non a caso i simboli del boom sono gli elettrodomestici (frigorifero e lavatrice) e i mezzi di trasporto privati. L’istruzione rappresenta un importante ascensore sociale o quantomeno una concreta opportunità per migliorare le condizioni di vita e di lavoro proprie e della famiglia. In questo processo sociale ha un ruolo fondamentale il fenomeno migratorio, in particolare quello interno. Milioni di italiani cambiano residenza, le città principali si espandono disordinatamente con la creazione di periferie dove le condizioni di vita sono precarie, ma ciò non ferma i flussi che dal sud spingono molti verso nord e dalle campagne verso le città. Si incontrano in questo modo mentalità diverse, con tutte le conseguenze positive e negative del caso.

La critica di tre adolescenti minaccia lo status quo?!

Tutte queste trasformazioni per una parte della società italiana rappresentano una minaccia da combattere all’ordine costituito. L’inchiesta condotta da “La Zanzara” è il sintomo di un’Italia che, nelle sue generazioni più giovani, chiede con crescente insistenza un cambiamento culturale e sociale che permetta alle donne di godere davvero degli stessi diritti degli uomini12. Il fatto che l’argomento in questione riguardi il ruolo della donna nella società, la sessualità, i rapporti tra i generi, non è casuale, viene toccato un nervo scoperto per la società italiana fortemente condizionata dalla morale cattolica. Se la Costituzione repubblicana afferma l’uguaglianza tra i sessi, per almeno quindici anni la condizione femminile non cambia, per volere di una classe dirigente – quasi interamente composta da uomini – spaventata da ogni concessione. Può sembrare irrilevante lasciare a dei liceali la possibilità di discutere di tematiche di attualità socio-culturale, ma queste sono considerate troppo delicate per chi vuole garantire lo status quo. Se l’obiettivo è quello di bloccare ogni mutamento, si deve fare di tutto per impedire agli adolescenti di acquisire consapevolezza e spirito critico ed è questo il tentativo della magistratura inquirente e di una parte della politica e della società italiana.

1 Cfr. Liliosa Azara, I sensi e il pudore. L’Italia e la rivoluzione dei costumi (1958-68), Roma, Donzelli, 2018, pp. 38-54.
2 Sulla vicenda cfr. Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Roma, Donzelli, 2003, pp. 205-207.
3 Silvia Casilio, «Chi di penna ferisce nudo finisce!». Il caso de «La Zanzara» e la condizione femminile nell’Italia degli anni Sessanta, in Valentine Lomellini, Antonio Varsorsi (a cura di), Dal Sessantotto al crollo del Muro. I movimenti di protesta in Europa a cavallo tra i due blocchi, Milano, Franco Angeli, 2013, pp. 21-40.
4 Archivio centrale dello Stato (Acs), Ministero della Pubblica istruzione (MPI), Gabinetto. Affari generali (1962-74), b. 163, f. 3013, Che cosa pensano le ragazze d ’oggi?, “La Zanzara”, a. XX, n. 3, febbraio 1966, pp. 6-7.
5 Il volantino è riconducibile all’associazione milanese Gioventù Studentesca, Guido Nozzoli, Pier Maria Paoletti, La Zanzara: cronache e documenti di uno scandalo, Milano, Feltrinelli, 1966, pp. 6-7. Cfr. Suscita scandalo al ‘Parini’ un’inchiesta pubblicata sul giornale degli studenti, “Corriere Lombardo”, 22 febbraio 1966, l’articolo è riprodotto in ivi, pp. 157-158.
6 Cfr. Le zanzare del Parini, “L’Espresso”, 6 marzo 1966, p. 17; Camilla Cederna, I Borbone di Milano, ivi, 27 marzo 1966, p. 3.
7 G. Nozzoli, P.M. Paoletti, La Zanzara, pp. 171-172.
8 L. Azara, I sensi e il pudore, pp. 202-204.
9 Cfr. l’ordinanza con cui il Tribunale respinge la richiesta di «ispezione corporale» presentata dal pubblico ministero per Beltramo Ceppi, G. Nozzoli, P.M. Paoletti, La Zanzara, pp. 176-178.
10 Cfr. L. Azara, I sensi e il pudore, pp. 210-215.
11 Acs, MPI, Gab. Aff. Gen. (1962-74), b. 163, f. 3013, 25 maggio 1966, Appunto per l’On.le Sig. Ministro del Direttore generale.
12 Cfr.: Simone Campanozzi, I giovani ribelli della «Zanzara» e le origini del ’68, “Novecento.org”, agosto 2017, 8, http://www.nove-cento.org/dossier/italia-didattica/i-giovani-ribelli-della-zanzara-e-le-origini-del-68/

Adriano Mansi

docente di italiano e storia negli istituti superiori, dopo un assegno di ricerca presso l’Università degli Studi di Padova e il dottorato di ricerca in storia e scienze filosofico-sociali presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata

Si occupa dell’evoluzione dell’università nella seconda metà del Novecento dal punto di vista istituzionale, politico e sociale.