MADRUGADA
È una cosa stupida bullizzare, vero?
La parola “bullismo” ha sbiadito i contorni. Presente nel discorso pubblico da una ventina d’anni, ha una popolarità altalenante secondo l’attenzione che i media riservano a episodi scolastici adatti per una notizia. La conseguenza è una polarizzazione curiosa. Anche tra docenti e collaboratori, salvo possiedano una preparazione specifica, molti sostengono: «I bambini sono vivaci ma non è mica bullismo!», come per dire: «Qui non ci sono delinquenti». O, all’apposto: «Si sono fatti un po’ male ma in fondo è solo bullismo», intesto come sinonimo di “ragazzata”, anche quando col bullismo non c’entra proprio niente.
Che cos’è, allora, questo strano oggetto? Proviamo a capirlo ascoltando gli alunni della maestra Renata, l’insegnante di religione che, ormai da molti anni, intrattiene una corrispondenza personale con i bambini e le bambine delle sue classi ogni volta che sentono il bisogno di scriverle per raccontare qualcosa di sé. E chiariamo subito che il bullismo esiste anche nella scuola primaria dove, secondo indagini accreditate, è statisticamente più diffuso – ma relativamente meno intenso – che negli anni a venire.
Lorella, 7 anni: «Cara Renata, Rita mi dà i calci e mi pesta le scarpe nuove, poi dice che sono scema e che faccio schifo a disegnare, che sono insopportabile e ghignosa. Mi potresti aiutare a metterci una pietra sopra?». Gioia, 8 anni: «Sabrina e Margherita fanno finta che io sia trasparente, poi si dicono le cose nell’orecchio, soprattutto Margherita, che poi mi picchia anche. Cosa posso fare?».
Eccolo qui, il bullismo, con le modalità tipiche dell’età. Insulti, esclusioni, aggressioni fisiche di diversa gravità… accomunati, perché si tratti di bullismo, dal fatto che non si parli di fatti episodici bensì reiterati nel tempo, sempre tra gli stessi ragazzi. Ulteriore requisito è la difficoltà, per chi subisce, di difendersi da solo.
Si potrebbe dire: «Ma questo è sempre successo!».
Proprio così. Un esempio lampante di bullismo lo descrive Edmondo De Amicis nel libro Cuore, con le vessazioni del giovane Franti contro i compagni più indifesi e le reazioni che possiamo riconoscere nel gruppo tra chi ammicca, chi dà man forte, chi si dispiace ma ha paura di reagire e il buon Garrone a prendersi il compito di difendere il debole.
Il bullismo è una dinamica di gruppo e, in quanto tale, non passa mai di moda.
Non sempre c’è, anzi è bene ricordare che può essere prevenuto e – quando si verifica – trasformato, ma può svilupparsi soprattutto nelle classi, i cui componenti stanno insieme ogni giorno e non per scelta.
Il peso delle prepotenze non sta nel cosa ma nel come e nel chi. Se la stessa cosa suc cede con bambini semi sconosciuti, invece che tra compagni di scuola, in un certo senso è meno grave. Chi subisce la prende meno sul serio. Ascoltiamo Giada, 9 anni: «Sono stata bullizzata. È risuccesso. Da me in cortile sono entrati otto bambini di nove anni. Se mi guardo il braccio sinistro ho una parte rossa per quello che hanno fatto loro. Va bene, spero che non succeda più». Nelle sue parole c’è la rabbia, il senso di ingiustizia e il bisogno di essere consolata, ma c’è anche una scrollata di spalle pensando a dei prepotenti da cui non si aspetta granché.
La ripetizione nel tempo tra compagni che si vorrebbero amici, invece, rende odiosi anche i dispetti. Scrive Arianna: «Debora e Roberta mi nascondono un segreto. Questo segreto lo chiamano “aria”. Quando vorrei giocare con loro mi fanno sempre contare, così si nascondono e parlano 30 minuti e non mi considerano.
Come posso fare?».
Questo è bullismo? Sì, lo è. Le vessazioni possono essere psicologiche, oltre che verbali e fisiche, e avvenire nel rapporto diretto o tramite il web, quando prendono il nome di cyberbullismo.
Sentirsi tagliati fuori può essere molto pesante, soprattutto se è qualcosa che si ripropone quotidianamente. Perciò i bambini o le bambine che vivono questa condizione sentono il bisogno di scriverne. Zoe, 9 anni: «Cara Renata io non so cosa fare, non mi vuole nessuno e mi sento sola. Nessuno mi ascolta mai. Rispondi, ciao».
Non è facile comprendere i pretesti per queste esclusioni, aggressioni, manipolazioni piccole e grandi. I bambini ne parlano poco.
Fa eccezione Lara, 9 anni: «Mi prendono sempre in giro perché sono grassa». L’aspetto fisico è effettivamente un tasto molto sensibile come tutto quello che rende diversi dalla maggioranza: più bravi, meno bravi, stranieri, che praticano sport insoliti, dicono molte più o molte meno parolacce degli altri, e via, e via.
La maestra Renata offre ai suoi allievi un’accoglienza preziosa: li prende sul serio. Non pensa che quella frustrazione, quella rabbia, quel senso di solitudine siano piccolezze. E a sentirsi ascoltati i bambini raccontano.
Antonio, 9 anni: «Cara Renata, i miei amici quando dico qualcosa hanno l’abitudine di dire “Chi ci crede? Che me ne frega!”… Lo dice la maggior parte della classe. Mi potresti dire un consiglio? Grazie».
E il fatto che questi atteggiamenti siano – probabilmente – iniziati per la reazione di uno o pochi compagni, ma si siano poi diffusi nella maggior parte di loro, mette Antonio ancor più in difficoltà.
Il vissuto di chi subisce è molto simile tra maschi e femmine.
Cambiano le parole scelte per parlarne e le ipotesi di soluzione che gli uni e le altre mettono in campo. Per i maschi è più probabile contare che una reazione fisica sia risolutiva. Così Michele, 10 anni: «Questa volta il mio compagno l’ha fatta grossa. Mentre io mancavo si è permesso di andare a prendere il mio libro e l’ha scarabocchiato.
Era già successo un’altra volta che mi prendesse un libro, ma l’avevo lasciata passare. Adesso basta!! Ho già chiesto di cambiarlo di posto. Io non lo sopporto più! Malgrado gli avessi detto che le mie cose non le può toccare, lui continua. Lo devo picchiare a sangue o bastano un paio di randellate? Basta! Non ne posso più. Cosa devo fare con un caso disperato come lui?». O Matteo, 8 anni: «Renata, io inseguo i bambini a ricreazione per giocare ma io vorrei giocare a qualcos’altro e loro scappano sempre, provo a parlare con loro ma non mi ascoltano, cosa posso fare? Per esempio, cado per terra, uno mi prende in giro invece che chiamare la maestra, allora inizio a sparare parolacce e nel peggiore dei casi lo picchio!».
E le femmine, che cosa fanno? Reagiscono in modo tradizionalmente adatto alle bambine. Lucia, 9 anni, si colpevolizza: «Il punto che mi rattrista di più è che mi dicono cose carine ma molte volte non riescono a trattenere il tono di bugia e questo mi fa sentire in colpa. Magari io sono davvero così e non me ne rendo conto».
Le bambine tendono a mettersi in discussione. Veronica, 10 anni, parla delle prepotenze dei compagni e conclude: «Mi hanno anche detto in faccia che mi odiano. Loro, Renata, hanno più coraggio di me». Samia, una bimba di 9 anni probabilmente straniera, scrive in più biglietti: «Tutti mi prendono in giro, come faccio per controbattere? Ho paura», e Silvia sta perdendo la speranza: «Sono stufa. Se non si regoleranno, io dovrò prendere dei provvedimenti, cioè cambiare scuola».
Trasferirsi in un altro istituto è senz’altro possibile. Personalmente tendo a consigliarlo solo come ultima spiaggia o in casi di grande sofferenza: cambiare scuola non è semplice, per tante ragioni, e ha in sé il sapore della sconfitta, insieme al rischio di ricadere nella stessa dinamica con altri compagni finendo per sentirsene più che mai responsabili. Certo, però, ci sono casi in cui è necessario – e altri nei quali il passaggio viene da sé, ed è atteso con gioia. Ne parla Rebecca, 11 anni. Il suo biglietto dà testimonianza anche di un’altra risorsa importante: il fare esperienza di buone relazioni in contesti extrascolastici. «Non vogliono avermi con loro perché non gli piaccio, sono abituata ormai. Vabbè ho una buonissima notizia! Mi hanno accettata alla scuola media dove volevo iscrivermi! E lì ci sono le mie amiche di danza!».
Chiara, 9 anni, chiede consiglio ma ha già un’idea di come affrontare la cosa, forse in accordo con i genitori: «Insomma non ne posso più, per favore dimmi come comportarmi. P.S. Io pensavo di comunicarlo attraverso i genitori miei e loro».
Si è parlato finora soprattutto di relazioni difficili tra maschi o tra femmine, ma non è sempre così. Scrive Paola, 11 anni: «Quasi tutti i maschi della mia classe mi prendono in giro, cosa devo fare secondo te???? Fingere di non sentire o parlare con un adulto????». Il numero dei punti interrogativi chiarisce il peso di questa bambina.
Anche Antonia, 9 anni, si sente tutti contro. Stringe il cuore leggere i suoi messaggi per la loro efficacia. In un primo biglietto chiede all’insegnante: «Non so perché ma tutti mi considerano come una minaccia; cosa devo fare?». Alla probabile richiesta di chiarimenti della maestra, si esprime così: «Per loro una minaccia vuol dire una persona piena di germi, una persona che non si ascolta, che si prende in giro, un oggetto per andare via, una che dà fastidio, che ha i pidocchi, che puzza, io invece mi lavo ogni singolo giorno!! Una persona che ieri trova un’amica e il giorno dopo non vuole più essere amica e allora tutti mi dicono… Ecco cos’è una minaccia».
C’è da credere che l’insegnante dia suggerimenti assennati ma non sempre le sue proposte funzionano. I bambini non ne sono delusi, ma tornano a bussare. Come Giorgio, 10 anni: «Ti ricordi quando mi avevi dato quel consiglio di far finta di non ascoltarli quando mi prendono in giro? Non ha funzionato e per questo ti chiedo di darmi uno o due consigli per superare questa cosa». O come Lucia, 9 anni: «Cara Renata, ci ho provato e riprovato ma quello che ho ottenuto è che si arrabbiano e mi ignorano per il resto della giornata. Aiuto!».
Chiudiamo questa breve rassegna con un biglietto insolito, in quanto non esprime la pena di chi viene preso di mira. Desirée, 9 anni, parla di bullismo per capire, per confrontarsi. Ed è bello che nelle sue parole, come in tanti biglietti e su tanti temi, la maestra Renata sia considerata una persona grande in grado di parlare della propria infanzia. «Cara Renata, tu da piccola sei mai stata bullizzata? Per fortuna io no. E lo auguro anche a te!». Desirée fa una cosa molto intelligente: si rende conto che a chiunque può capitare sì di subire ma anche di mettere in campo prepotenze, in periodi diversi della propria vita o in gruppi diversi, perché i ruoli di bullo e di vittima sono maschere, non identità. Sono maschere e tali dovrebbero rimanere, così che i bambini possano togliersele di dosso. Desirée sembra saperlo e prosegue in questo senso anche se – non possiamo che darle ragione – la maestra Renata è al di sopra di ogni sospetto. «È una cosa stupida bullizzare, vero?» – scrive infatti Desirée – «Spero che tu sia d’accordo con me e spero che da piccola tu non l’abbia mai fatto! Comunque tu non l’avresti mai fatto, ne sono certa!».
(con la collaborazione dell’insegnante Renata Cavallari)
Elena Buccoliero
Sociologa, giudice onorario del Tribunale minorile, direttore della Fondazione emiliano romagnola delle vittime di reato, componente la redazione di Madrugada
