MADRUGADA

Articolo di Alessandro Bruni

Un autore, un pensiero: Sergio Quinzio

Qualche giorno fa, riordinando la libreria, mi è capitato tra le mani “Silenzio di Dio” di Sergio Quinzio, edito nel 1982. Non ne ricordavo la sua persistenza nella polvere più nascosta del mobile, ma ne ricordavo l’impressione giovanile sopita dal tempo. Così l’ho riletto e ho riletto le fitte mie note a margine e arricchite di post-it altrettanto fitti. Scrivevo in un mio periodo lontano e mi sono chiesto cosa mi fosse rimasto di quel tempo e di quella lettura.
Esploro prima Wikipedia, giusto per verificare il ricordo: Sergio Quinzio, pseudonimo di Sergio Guinzio (1927 – 1996), è stato un teologo, aforista ed esegeta biblico italiano, tra i più originali del XX secolo. Di sé diceva: «Sono rimasto quello che ero, con il mio obbediente adeguarmi alla situazione, nella consapevolezza dell’impossibilità di cambiarla nel senso decisivo che sento indispensabile, con la mia sorridente disperazione, con la mia, giustamente, sempre più stanca e confusa confusione» (dal Diario profetico, Adelphi,1996 p. 19).
Ricordo che nel 1982 ho acquistato questo libro con un impulso irritato: volevo sapere cosa poteva dire su un silenzio che conoscevo benissimo e che non mi disturbava, tranne quando pensavo alle giornate comacchiesi degli anni “60” con Giuseppe Stoppiglia, parroco grande tormentatore di giovani che rifuggivano il silenzio. Il tempo comacchiese era per me finito da un pezzo, finito nei ricordi di utopie e di sogni. Negli anni “70” ero preso dalla materiale corsa a conquistarmi un posto nella vita. Incombevano i concorsi universitari e volevo giocarmi la partita, imponendo presenze superficiali al resto (famiglia, politica, impegni sociali). Vivevo una fase frenetica di lavoro anche notturno in laboratorio e di viaggi in Italia e all’estero per presentare i miei risultati. Vinto il concorso, nei primi anni “80” ero a Genova e mi dividevo da pendolare tra l’impegno di docenza e casa. Un tempo intenso e solitario, non più solo di laboratorio, ma di relazioni che dovevo imparare con studenti, colleghi e borghesia genovese steineriana e valdese. Una fase di vita in cui a Genova penavo per la distanza dalla famiglia e a casa penavo per la distanza dal lavoro. Il tempo in treno e quello nell’albergaccio genovese finiva per fare emergere per stanchezza pensieri esistenziali prima sconosciuti. Ero troppo diviso per riuscire a sostenermi con quell’Io che aveva alimentato sino ad allora la mia vita.

Tra Dio e Io
Comprai il libro di Quinzio a Genova in via Balbi e, nel viaggio di ritorno a casa, cominciai a leggerlo e a chiosarlo fitto con mano pesante, ostile. Già a Voghera ero arrabbiato per un acquisto inutile, ma si sa la prima lettura di libri di riflessione è sempre evanescente. E poi irritante era quell’immagine di Quinzio che giocava sulla parola Dio, quando il mio essere era impegnato sull’Io. E poi quel subdolo giochetto: tra Dio e Io, risolto in un D-Io come a intendere che il mio errore sino ad allora era stato quello di tenere le parole separate. Ricordo che questa considerazione generò in me una confusa confusione che successivamente è in parte evaporata nell’agito famigliare accogliente, dove il fare dava senso al pensare (e non viceversa).
Leggo un mio esergo a matita nel retro della copertina: brodo primigenio, coacervato, cellula, organismo, uomo e poi il caso. Dov’è Dio? Prima nota, scritta con mano tremolante per lo scarrozzare del treno: Comprare libri di questo genere non è come acquistare dispense di inglese nell’illusione di imparare la lingua? Beh, uno legge e poi semmai medita. Medita su ciò che sa e rifiuta ciò che gli è estraneo.
Il silenzio non fa meditare! Al massimo si può meditare sul desiderio di essere diversi, pur essendo rocciosamente sé stessi. Un Io giovanile imperante.
Scrive Vittorio Messori nell’introduzione: «Quinzio dà il meglio di sé con gli strumenti del frammento e del paradosso. […] Bisogna affrettarsi, il Signore è già alla porta e bussa». Un’ansia che è caratteristica delle persone anziane che hanno più ricordi che futuro, cioè il mio caso ora e il caso di Quinzio allora. E ancora Messori: sa che il cristianesimo rischia di sopravvivere più che di vivere; ma sa anche che agonizza, senza possibile ripresa, tutta la cultura dell’Illuminismo. Cristiani come Quinzio siano pur discussi e contestati, come talvolta le loro idee sembrano meritare. Ma siano anche ringraziati per quel loro “dispitto” per Papi che parlano come segretari dell’ONU; per vescovi che parlano come filantropi; per preti che parlano come manager ecclesiali; per cristiani che parlano come democristiani.

Porsi nel dubbio
Rileggo dalla quarta di copertina che ora riassumo non senza la stizza del passato e l’ansia del presente: Senza dubbio è facile esporre le ragioni per credere o non credere: lo hanno ricordato in molti (e qui mi piace ricordare per esperienza personale don Giuseppe Stoppiglia e don Piero Tollini). Il gioco del pro e del contro credere è di fatto un micidiale gioco al massacro poiché le stesse ragioni che ci impedirebbero di credere, quali la scandalizzante esistenza del male, la schiacciante trascendenza di Dio, l’illusorietà di ogni verità, lo sviluppo della scienza, la storia della Chiesa, eccole ribaltarsi e, come in uno specchio magico, diventare esse stesse altrettante ragioni per cui credere.
È questo un gioco esistenziale (uno specchio magico) che mi convince poco, che, tuttavia ammetto, non cessa di coinvolgermi in ogni tempo. Per credere o per non credere pienamente, bisogna porsi nel dubbio, perché non c’è certezza (e credere è certezza oltre ogni evidenza), ma abbiamo bisogno di stare per debolezza al di qua o al di là dello steccato con diverse e ferrigne ragioni. Solo chi ha certezze si pone di fatto in una condizione di sicurezza ad excludendum non di merito, ma di comodità nel dare un ben misero senso alla propria vita faticando il poco. Non ci si sofferma mai troppo sulla necessità, anche moderna, di credere o di non credere e non ci si sofferma mai abbastanza su coloro che veramente scandagliano la propria esistenza alla ricerca di un senso in cui collocarsi per scelta vissuta, come lo è per Quinzio che offre le sue parole e la sua testimonianza, e si badi bene non è piccola cosa, è solo cosa diversa che non va intesa come esclusiva via al credere. Diverso è invece il segno opposto di don Zeno Saltini con Nomadelfia o di don Oreste Benzi con la Comunità Papa Giovanni XXIII, giusto per citare chi ha trovato nel credere agito espressione diversa.
Certamente un nodo nella cultura cattolica tradizionale è costituito dalla considerazione che il credente è un individuo “scelto”: un aspetto passivo dove l’individuo non è artefice delle proprie decisioni, un aspetto di privilegio non più accettabile che considera il credere un atto di dubbio continuo. A proposito viene a ricordo il pensiero di Lombardi Vallauri secondo il quale l’atteggiamento speculativo e quello della fede cristiana sono difficilmente comparabili nello stesso momento, come respirare e inghiottire, avvalorando la presenza di un Dio-Io complementari, ma separati.

Tra Panikkar e Quinzio
Ben diverso e concreto (almeno ai miei occhi) è il pensiero di Panikkar dove la fede è la possibilità di aderire alla vita, di accoglierla in quell’impasto di crudeltà, di tristezza e di incapacità di vivere che è in ogni uomo. Panikkar abbandona la dicotomia tra credenti e non credenti perché vede in queste due posizioni una ambivalenza di credulità e incredulità, di certezza e di dubbio, di risposta e di interrogazione che sono costitutive dell’uomo. Dunque, per Panikkar credenti e non credenti non connotano due categorie sociologiche, ma momenti del nostro personale esistere.
A Panikkar, Quinzio oppone lo “scandalo” della fede ebraicocristiana che sottolinea essere legata alla particolarità, all’unicità.
Una posizione, oggi, lontana da tanti teologi moderni i quali riconoscono che il muoversi sul piano teoretico porta ad accentuare le differenze, mentre il multiculturalismo religioso e l’ecumenismo basato sul fare valutano il credere come un contenitore che può comprendere differenti contenuti (un aggiuntivo grande contenitore umano è la considerazione dell’altro come parte di noi stessi. Sempre teorizzato e poco praticato, come per il pacifismo gandhiano).
L’uomo contemporaneo, planetario, non può accettare che il contenuto di ogni religione sia l’unica verità perché differente nell’espressione antropologica dei popoli e deve accettare che sia una parte della verità che comunque appartiene a tutti, per il semplice fatto di essere fratelli di comune specie unica sul pianeta. Nasce così l’importanza del contenitore rispetto al contenuto, perché solo il contenitore può rispondere alla domanda primigenia: chi sono io, che ci sto a fare? A Gaza si trovano volontari di religioni differenti che operano con il fare assieme. Qual è la loro differenza? Certamente non i fondamenti classici e tradizionali delle loro religioni, ma l’afflato comune del contenitore della solidarietà che non chiede a quale religione appartieni, a quale genere appartieni, a quale partito appartieni, di che colore è la tua pelle.

Una speranza disperata
Una critica personale a Quinzio (e ad altri teologi) mi nasce nel suo stare solo sulla parola, che leggo e fa riflettere, ma che non basta più all’uomo moderno avendo egli bisogno di fatti concreti per fare la differenza: manca l’agito, il fare per l’altro. Quello di chi si affida al vivere e non al teorizzare, al fare, prima del dire (e quindi a un contenitore piuttosto che a un contenuto). A costoro, il problema di collocarsi tra Dio e Io non si pone, basta l’agito e un fuggevole e silenzioso sguardo al cielo nei momenti di disperazione.
Sappiamo che il travaglio della vita quotidiana si compie, come nei secoli passati, con il frequente fallimento della speranza nell’altro. È in questo squarcio, dice Quinzio, che si scorge la novità interiore: se per il cristiano c’è speranza, questa non può essere che disperata essendo riposta nell’accorata e tenera debolezza del nostro Dio che tace. Con il suo silenzio alimenta la personale speranza, ma con la parola collettiva dei suoi fedeli fa spesso del cristiano un suddito che non sceglie e che con codardia non ha speranza nell’altro perché considerato diverso. Un sostanziale silenzio umano, dunque, che si collega a un silenzio divino, con parole mistiche e sempre in attesa di risposta. «Dio è morto» cantava Guccini, è di lì che si deve partire per cogliere la speranza del credere per scelta, ancora oggi.

Dio è morto (Francesco Guccini, 1994)
Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano
Nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son
bagnate
Lungo le strade da pastiglie trasformate
Dentro le nuvole di fumo del mondo fatto di città
Essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
E un dio che è morto
Ai bordi delle strade, dio è morto
Nelle auto prese a rate, dio è morto
Nei miti dell’estate, dio è morto
Mi han detto
Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell’eroe
Perché è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
E un dio che è morto
Nei campi di sterminio, dio è morto
Coi miti della razza, dio è morto
Con gli odi di partito, dio è morto
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
A un futuro che ha già in mano
A una rivolta senza armi
Perché noi tutti ormai sappiamo
Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto.

Alessandro Bruni

Alessandro Bruni

Biologo farmaceutico, già preside della facoltà di farmacia dell’università di Ferrara componente la redazione di Madrugada.