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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Amare per passione o amare per compassione?

di Stoppiglia Giuseppe
“La vita ama e segue i forti,
ma l’atto religioso predilige i miti,
gli umiliati e offesi,
gli storpiati e impalliditi”.
[Aldo Capitini]

“Cristo non è un ideale ma una forza.
Questo è il più del cristianesimo
sull’ideologia”.
[Italo Mancini, Introduzione all’etica
di D. Bonhoeffer]

Laura
Laura ascolta lo sciabordo lieve del ruscello sui sassi, il fruscio delle foglie sui bordi del Brenta. Si allunga sui ciottoli e guarda il cielo, le nuvole che si addensano in figure e si disfano svelando le profondità azzurre. “È così bella la vita” – mi dice con un sorriso. “C’è tanta gente meravigliosa in questo mondo”… e, dopo un silenzio lungo: “Cerco di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, mi godo questo dono attimo per attimo, mi assorbo in ogni sensazione, lascio che si dilati in tutto il mio essere. Mi sciolgo nell’immenso e sento che l’immenso è in me. So che mi resta ben poco: mesi, settimane. I medici non dicono mai la verità, io invece non ho voluto rinunciare a questo diritto primario di ogni essere umano, di poter guardare in faccia il proprio destino, di poter prendere congedo dalla vita, dalle cose, dagli affetti più cari”.

Se non avessi saputo…
“Se non avessi saputo, non conoscerei l’intensità di questi giorni: mi sarei lasciata vivere in superficie, credendo di avere chissà quanto tempo davanti a me per cercare, per cercarmi e per riempirmi d’infinito”. E chiude gli occhi. Un a calma indicibile è sul suo viso. Ma, ad un tratto, dalle palpebre abbassate filtrano le lacrime, scorrono lente, rigando gli zigomi, le tempie. Laura volge il capo dall’altra parte. Non so se far finta di niente, per discrezione, o stringerle la mano, o abbracciarla senza parole. Vorrei pregare. “Un assai lungo momento è il soffrire” (W. Shakespeare). Lungo soprattutto quando all’abbandono degli uomini si aggiunge il silenzio di Dio. Lungo se nella notte solitaria serpeggia incoercibile nel tuo corpo, che non è più tuo e ti immobilizza impotente e devi portarne il peso, scheletro e vene, fragilità e tristezza, e nessuno che ti aiuti per i bisogni più elementari. Ma passa. Credilo, passerà, non rassegnarti all’inevitabile, se la tua ora non è ancora giunta.

Non è discrezione, rispetto…
Ogni anno, in due sole città di provincia nella regione del Nordest d’Italia, si registrano ben cinquecento tentativi di suicidio, in maggior parte di giovani, di cui uno su tre recidivo entro i sei mesi successivi alla prima crisi. E su tutte queste storie cala il silenzio: che non è discrezione, rispetto, delicatezza, pudore, ma semplicemente, nel nostro mondo indaffarato e sazio, disattenzione, indifferenza. È un esame di coscienza per noi “intellettuali”, per noi “letterati”, per il nostro impegno a parole, che non s’incarna nei fatti e negli atti della vita. Quale coerenza fra il pensiero e l’azione? la teoria e la pratica, la parola e la vita? Da tempo avverto il disagio, se non il disgusto, della stessa “alta cultura”, privilegiata e narcisistica, che vale tutta insieme assai meno, per me, di una sola lacrima rasciugata, di un solo dolore lenito in silenzio (“La tua mano destra non sappia quel che fa la sinistra”). È facile e comodo dire: “Dio mi ha chiamato ad insegnare, predicare e scrivere… è la mia vocazione”. In passato, forse, la mia attività sociale è stata più utile e piena, ed ho anche pagato duramente per questo. Ho coinvolto in battaglie e testimonianze ingenue e forse inconcludenti i miei cari. Ho sconvolto e sventrato i valori “normali”, ma puliti e sani, che pure ero riuscito a realizzare… e ne è rimasto un sapore amaro e dissuadente d’inutilità, di sconfitta e disincanto.

Ogni pane non spezzato coi fratelli è furto
Eppure sento, continuo a sentire, che ogni bene non spezzato coi fratelli è furto, rimorso… e avverto l’ingiustizia e lo scandalo di ogni agio superfluo che potrebbe convertirsi in opera di soccorso se non crescesse a dismisura in questa società materialista l’indifferenza e la chiusura verso la povertà e la sofferenza altrui. La bontà non nasce da una convinzione, né da un rito o da una pratica di culto: è una disposizione dell’animo, dei sentimenti, della volontà. La lealtà, la solidarietà, la riconoscenza per molti sono parole vuote. Non parliamo poi di quelli che si mettono sul pulpito e si ritengono infallibili depositari di verità e tracciano giudizi e ammonimenti non richiesti a destra e a manca. Preferisco l’umiltà del dubbio e della ricerca, la sincerità, la discrezione e la tolleranza di chi ammette di essere imperfetto come tutti e mostra rispetto delle opinioni e dei comportamenti altrui. La bontà, la generosità, la giustizia, non s’identificano con la credenza religiosa e tanto meno con l’apparato ecclesiastico. Conosco tante persone che sono praticamente fuori di ogni chiesa e che agiscono tuttavia in modo retto, pulito, onesto ed altri che prendono la religione come un guscio vuoto di formalismi esteriori, sterili di efficacia concreta nell’operare quotidiano.

I professionisti della carità
Lo stesso Oscar Wilde scriveva: “Quanti segreti inconfessabili può celare una persona “perbene” e quanta bontà un reprobo”. A proposito, mi tornano alla mente le visite in Brasile ed in America Latina di tanti “professionisti” della carità. Sono visite di sagrestani. Figli umili del parroco, parlano un linguaggio così stucchevolmente clericale, che non possono che richiamare le sagrestie ammuffite italiane. Sono anche “ministri” della parola e dell’Eucarestia, addetti ai malati, ai poveri, all’assistenza degli anziani, ma non passa neppure lontanamente per la loro testa l’ideale di costruire una società nuova, giusta. Anche il suggerimento forte di Giovanni Paolo II: “La nuova evangelizzazione è uguale a inculturazione”, cade nel vuoto. La società politica di cui fanno parte è un’altra cosa, è esterna all’impegno. È sorprendente, almeno per me, conoscere da vicino persone che rivestono cariche importanti e che svolgono la loro professione con senso di responsabilità, constatare come siano capaci di vivere in una società radicalmente ingiusta e di convivere con migliaia di esseri umani che letteralmente muoiono di fame. Mi è facile concludere che i responsabili della loro formazione hanno pensato più alla chiesa che al regno di Dio e la sua giustizia. Non sarà che apparteniamo ad una chiesa narcisistica?

La chiesa schiava di una verità astratta?
Perché le denunce della chiesa ufficiale sono così inefficaci, così sterili? Forse la chiesa non ha assunto un cambio irreversibile di cultura, non si è liberata da una concezione platonica della verità in sé. Eppure basterebbe confrontarla con la definizione evangelica per dimostrare la sua inefficacia operativa. La verità non si pensa e non si crede solamente, si fa nell’amore. Mentre la conoscenza per un razionalista è speculazione, astrazione, attività della mente, da cui il corpo è assente; per l’uomo della Bibbia, la conoscenza è esperienza di vita nell’azione. “… Tuo padre difendeva il diritto dei poveri… in questo modo dimostrava di conoscermi veramente” [Ger. 22,16]. Si conosce Dio quando si assume la responsabilità dei poveri. Per parlare di inculturazione, cominciando da casa nostra, chiediamoci: in che cultura viviamo? La nostra cultura occidentale ha originato due ideologie da rifiutare perché, quando si sono incarnate nella storia reale, hanno dato frutti di morte: l’ideologia neoliberale e l’ideologia marxista. La chiesa condanna oggi, con la stessa energia, l’ideologia neoliberale, il cui ultimo frutto è una democrazia impotente, passiva, e l’ideologia marxista, verità senza amore. Ma il livello con cui la chiesa condanna, non è quello scelto da Gesù: è il livello accademico, intellettuale, astratto.

Una scelta accademica, una condanna superflua
Gli uomini di chiesa non danno segni di accorgersi che si è insinuato nella nostra cultura un tremendo male, una epidemia letale che distrugge il centro dell’uomo, il suo nucleo fondamentale che è il suo essere persona? Il mandato della chiesa al laicato è quello di santificare la propria attività quotidiana nella società, tralasciando però di richiamare alla prima responsabilità, quella di criticare questa società. La santificazione della vita è un’illusione quando non è inserita nella responsabilità del regno, propria di ogni cristiano.

Amore, cuore e consenso
L’amore misericordioso, quello che si china sulle sofferenze umane, e che non si chiede quali ne siano le cause, è sempre stato privilegiato dalla chiesa. Non è assolutamente polemico, è oggetto di ammirazione universale. Diventa polemico unicamente se assunto da quelli che usano tutti i mezzi per evitare l’opposizione al sistema. “Tu sei cristiano, occupati di curare le piaghe aperte dell’umanità, lascia la politica che sempre appanna la carità” è un discorso che, con poche varianti, si dirige a coloro che si interessano del loro prossimo. Questo tipo di amore dà la sicurezza assoluta di scalare di virtù in virtù, di non avere crisi interiori, se non crisi di stanchezza, la sicurezza di essere acclamati in terra e nell’eternità. L’amore politico, quello che vede il povero come vittima e come responsabile della liberazione, è un amore drammatico. L’amore politico non sboccerà mai in una glorificazione, in un’approvazione globale, vede come punto d’arrivo la crocifissione fuori dall’accampamento e la scoperta del regno ci ha messi inesorabilmente su questa linea.

L’umile solidarietà di un cuore politico
Non possiamo però allontanarci mai dall’amore verso quelli che non entreranno mai in un calcolo politico: gli inutili. La mancanza di misericordia si pagherebbe con la perdita definitiva della capacità di critica delle ideologie. Ogni ideologia ha in sé i germi che maturano in un tiranno occulto, dietro la maschera democratica e populista. Solo l’amore misericordioso sradica definitivamente la possibilità di convertire la libertà in tirannia. Gesù non sarebbe morto in croce se avesse amato solo misericordiosamente e non anche politicamente. Così la parola solidarietà che in sé indicherebbe un rapporto di uguaglianza, un camminare gomito a gomito, si colora spesso si una tinta assistenzialistica e si allinea con tutte le iniziative che rinforzano la dipendenza, piuttosto che creare uguaglianza. Solidarietà significa per noi europei e per quelli del primo mondo riunirsi e mettersi insieme per decidere quello che possiamo fare per i disgraziati del terzo mondo, mettere a disposizione della loro incapacità, la nostra capacità. Non sempre una decisione di solidarietà, quindi, è conseguente ad una conversione, ne manca la nota essenziale, che è quella dell’umiltà.

La cappa dell’integrazione economica
Forse la mia critica sulle questioni affrontate può apparire spinta: ma temo che il metodo capitalistico delle multinazionali, che sotto la cappa dell’integrazione economica, nascondono lo sfruttamento più cinico e crudele, contamini l’intenzione così umana e cristiana di solidarietà. L’elemosina che non ha un lungo tempo per fecondare le “viscere”, di compiere una rivoluzione alla radice, è un insulto e contribuisce a questo freddo polare che minaccia la nostra capacità di sopravvivere. Non penso assolutamente che un teologo o un vescovo debbano andare a vivere fra i baraccati per raggiungere quella vicinanza essenziale alla loro attività di pensiero e di spirito, ma ritengo inevitabile che gettino le fondamenta delle loro costruzioni di pensiero, o dei loro progetti pastorali, fra i poveri e con loro. È certamente una grande scoperta quella del filosofo E. Levinas, che il pensare porta all’apparizione del volto del fratello che ci mette davanti all’alternativa: o assassini o liberatori. Il primo passo del pensare è etico e non teoretico. Il pensiero dell’uomo è creativo, costruttivo e soprattutto vero, quando parte dalla coscienza della responsabilità che lega ciascuno agli altri e alle cose. Una responsabilità che assumo non perché ho un buon cuore, perché lo voglio, ma perché costitutiva del mio essere uomo.

Pove del Grappa, ottobre 1996.

ASSEMBLEA GENERALE Alla scadenza del triennio di attività, come da Statuto, viene convocata l’Assemblea dei soci, per la elezione del Presidente e della Segreteria.
Sabato 16 novembre 1996 alle ore 10.00
presso il Centro di Spiritualità Villa Imelda
a Idice di San Lazzaro di Savena (Bologna)
Via Imelda Lambertini, 8
Tel. 051 / 62.55.079
I lavori proseguiranno fino al pomeriggio inoltrato (ore 17.30) con una breve pausa di ristoro alle ore 13. L’ordine del giorno sarà il seguente:
nomina del presidente dei lavori;
verifica dello Statuto;
relazione del Presidente uscente sull’attività del triennio 1993-1996 con i seguenti punti in scaletta: coordinamento Brasile e Italia; scambi culturali;
viaggi in Brasile e altri paesi dell’America Latina;
la rivista Madrugada;
i giovani.