Dalla scienza alla compassione. Terapia dell’imperfezione (intuizioni)

Anagrafe

Ricardo Peter, nicaraguense, laureato in filosofia, è da trent’anni domiciliato a Roma ed è stato ambasciatore del Nicaragua presso la Santa Sede dal 1979 al 1990. È professore di “antropologia del limite” all’Università Gregoriana ed è l’ideatore della Terapia dell’imperfezione. Attualmente è libero professore presso l’Università Autonoma di Puebla (Messico). Nel giro di 4 anni sono stati pubblicati in Italia (Cittadella Editrice, Assisi), 3 suoi libri: Una terapia per la persona umana, 1994 (2.a ed. 1996); Liberaci dalla perfezione, 1995; Onora il tuo limite, 1997; e ne è in preparazione un quarto: Etica del limite.
Nei tre libri citati vengono via via proposti gli aspetti teorici e pratici e i fondamenti filosofici di quella che l’autore (Training in psicoanalisi e specializzazione in personal Counseling) ha chiamato Terapia dell’imperfezione.
La “riflessione” paradossale che l’autore ci propone è quella che ricupera la condizione reale dell’uomo, quella che “si infanga” nel limite, fino ad arrivare a un’antropologia dell'”homo humanus”: suo obiettivo primario non è tanto la “comprensione” quanto la “compassione” per l’uomo, come forma più elevata di comprensione. Etimologicamente, comprendere vuol dire infatti abbracciare, accogliere, accettare. Il vocabolo possiede tutta una connotazione affettiva: accettare e perdonare sono modi di intendere l’essere dell’uomo. Non dunque di “homo faber” o “ludens”, si tratta, ma “patiens”, “dolens”, “lapsus”…

Fluttuante come il vento

Un’antropologia che s’inquadra certo in una filosofia dell’essere, ma dell'”essere prostrato, fragile, derelitto, instabile. Non di un essere qualunque, ma dell’essere fluttuante come il vento, nomade (= in cerca di pascoli) e deserto come i sentieri di montagna, tremante come il fiume della memoria. Dell’essere che sbaglia e produce errori fino all’istante in cui esala l’ultimo respiro”.
La cultura che vede l’uomo essenzialmente come un “essere imperfetto”, da accettare e compatire nella sua imperfezione, non è certo tipica dell’Occidente. A inventare una “terapia dell’imperfezione” ci voleva proprio un latinoamericano! Qualunque sia la prima impressione che ne ricaviamo, sarà bene, una volta tanto, aprire l’orecchio a questa voce “diversa” e alle sue “provocazioni”. Per esempio, rifare con l’autore il cammino storico del concetto di perfezione attraverso le mentalità o visioni del mondo proprie dei vari popoli, e rilevare la formidabile alleanza creatasi tra mentalità greca e mentalità cristiana riguardo alla perfezione. Così, in Una terapia per la persona umana, al cap. II, “La cultura della perfezione”, più che dalla denuncia di certe esagerazioni ascetiche di libri fondamentali nella formazione spirituale dell’Occidente (qui siamo tutti d’accordo nella critica), rimarremo sorpresi dalle osservazioni relative alla trasformazione del concetto di perfezione nel mondo moderno e contemporaneo: “Ancora oggi, ogni giorno e ogni ora, molte persone vivono ipnotizzate dalla perfezione…I nuovi seguaci della perfezione non sono necessariamente anime consacrate a Dio, bensì persone qualunque che non ammettono di sbilanciarsi, che concepiscono la vita in termini simmetrici, che non si permettono di sbagliare, che non si perdonano alcuni chili in più. Persone dominate dall’efficienza, dal successo a qualsiasi costo, dal senso dell’eccellere o dalla mistica del vincere sempre.
Vorrei qui soffermarmi su tre tipi di riflessioni-osservazioni che ritengo particolarmente importanti per noi occidentali:
1) il rapporto esistente tra ragione e intuizione;
2) la spiritualità della povertà, ispirata all’etica del limite;
3) il senso che può rivestire la parabola del figlio prodigo riguardo alla coscienza del limite.

Ragione e intuizione

Per affrontare i problemi posti dalla sua indigenza, l’uomo dispone di due “strateghi” della vita, due “processori” della realtà: la ragione e l’intuizione. Il primo stratega tende a rimuovere i limiti dell’essere umano. Vuole che tutto abbia e risponda a un perché: analizza, spiega e risolve le contraddizioni; cerca di sbrogliare la matassa della realtà percepita dai sensi. La ragione vuole scoprire l’oggetto, dove sta nascosto, fino a lasciarlo nudo. Inquisitrice per natura la ragione divide, frammenta, risolve e “dissolve” il suo oggetto, lo cattura in ognuna delle sue parti.
Il secondo stratega, l’intuizione, non persegue come fine primario l’utilità o la “scienza” di qualcosa, ma la “coscienza” della realtà limitata dell’uomo, la sua esistenza indigente. “Non è attraverso il giudizio e il ragionamento che l’intuizione raggiunge la sfera dell’esistenza, ma per mezzo di una visione immediata, come un impulso o presentimento del cuore (“corazonada”), senza intermediari né agenti estranei, avverte che la persona è un valore in se stessa e che tutto ciò che la concerne ha un carattere essenziale, vitale, primario. Solo in un secondo momento, per così dire, la ragione cattura, mette in evidenza con argomenti l’oggetto catturato, sistematizza la presa in una classificazione e gerarchizza l’importanza di tale oggetto” (Onora il tuo limite, cap. V).
Semplificando, si potrebbe dire che, la ragione produce i pensieri della testa, l’intuizione i pensieri del cuore; la ragione vede esseri isolati, individui in con-correnza, in corsa verso il primo posto, l’intuizione vede l’esistenza di corpi-persone comunicanti nella loro fragilità e indigenza. Mentre la ragione si distacca dal “sentimento corporeo fondamentale” (Rosmini) trasformando la realtà in “oggetto” da dominare con la mente (filosofia) o con la tecnica (scienza) e da far servire a qualche scopo od utilità pratica imponendogli una forma ideale, l’intuizione penetra invece nella realtà limitata (corporea) dell’uomo, del vivente-persona, s’infanga nel suo limite e ne riconosce l’indigenza. L’indigenza dell’uomo è al tempo stesso il riconoscimento dell’immanenza nel proprio limite e l’apertura alla continua trascendenza. Riconoscere e accogliere il proprio limite è incontrare e accogliere il limite dell’altro.

Intuizione, ancella
del mistero della poesia

Senza l’intuizione, la ragione viene a mancare del punto di partenza, dell’accettazione del proprio limite, che è anche la propria consistenza e impulso iniziale, il proprio senso creaturale. Senza la ragione, l’intuizione non sviluppa i passi logici del suo camminare nel tempo, non consolida la propria acquisizione, non fa i passi necessari per affrontare in concreto i suoi problemi. La ragione serve i problemi delle scienze, della filosofia e della teologia; l’intuizione è ancella del mistero, serve quindi la letteratura e la poesia. Fedele al limite, all’umano, essa può “metabolizzare” l’errore, l’insuccesso, l’umiliazione, le imperfezioni (si pensi come nella Bibbia l’avventura di Dio con l’uomo consista nel trarre continuamente partito dagli errori, dai peccati e dalle imperfezioni umane). “Nell’incontrare l’indigenza, l’intuizione avverte l’intrico che c’è nell’essere ma non lo attribuisce a una “colpa” o “mancanza”. Se ne sta silenziosa dinanzi a questo dolore, come il padre del figlio prodigo. Non condanna, non rimprovera. Non rinfaccia all’esistenza il suo limite”.
Frutto dell’intuizione è il “linguaggio del limite”. Esso “vede la realtà, parla attraverso opere come quelle di Sofocle, Cervantes, Balzac, Dostojevski,ecc., che prendono le difese del figlio schiacciato dall’enigma del destino, come il disgraziato Edipo, di cavalieri umiliati dal sensismo dei sancho panza, di umiliati e offesi della storia, come i vari Jacques Colin e Jean Valjean” (ibid.). “Accanto al linguaggio prodotto e controllato dalla ragione e per ciò stesso destinato a un uso formale, tecnico, logico e preciso, la cultura antica testimonia l’esistenza di un linguaggio elastico, informale, e indipendente dalle categorie della logica… Questo tipo di linguaggio, abile nell’arte di riciclare tutto quello che la ragione nel suo cammino verso l’ideale rifiuta, ha svolto fedelmente la sua funzione attraverso la letteratura universale e i suoi “generi minori” come la favola, il mito, la cultura popolare, l’aforisma, il proverbio, la parabola, la storiella, lo scherzo, la satira e la caricatura” (Una terapia per la persona umana, capitolo III “Le origini della terapia dell’imperfezione: il linguaggio del limite”). Un esempio della sagacia del linguaggio del limite, come frutto dell’intuizione, è dato dalla favola de “La volpe e l’uva”, a cui non posso che rinviare: cfr. il già citato capitolo V di Onora il tuo limite.

Inimicizia tra l’uomo
e la sua imperfezione

Ciò che dal punto di vista filosofico si presenta come “limite” e da quello psicologico come “imperfezione”, spiritualmente parlando si presenta come “povertà”. “Essere-nel-limite” si sperimenta come “povertà nell’essere”. Se l’indigenza è un pozzo abissale dove l’uomo sperimenta il suo essere essenzialmente incompleto, è solo a quest’essere indigente che è riservata la possibilità della trascendenza. Nella Bibbia, soprattutto nel Nuovo Testamento, vediamo riapparire il concetto di imperfezione sotto un termine squisitamente evangelico come è il concetto di povertà.
Nella proposta della perfezione come ideale di vita, prevale una concezione spiritualistica dell’uomo in aperto contrasto con la “povertà nell’essere”. L’umano – il destino di essere sempre indigente in cui l’uomo trova il suo mistero – è considerato tout court un ostacolo alla vita spirituale. L’antropologia del limite parla di una spiritualità della povertà in contrapposizione alla spiritualità della perfezione. In linea generale, l’Occidente cristiano ha creato una inimicizia tra l’uomo e la sua imperfezione: l’essere perfettissimo di Dio reclamava la perfezione dell’essere imperfettissimo dell’uomo.
Ma Gesù è venuto a liberare l’uomo dall’ossessione di essere perfetto. Il cammino di Gesù non avviene sul terreno della perfezione, ma su quello del perdono e della compassione. La perfezione di Dio (Mt 5,48) è la misericordia del Padre (Lc. 6,36). In realtà, il concetto di perfezione è estraneo alla cultura ebraica, che ricorre invece alla categoria della “santità”. Dio è santo perché il suo comportamento è assolutamente diverso da quello degli uomini (Is. 55,7-9), la sua misericordia è alta come il cielo (Sal. 103,11). Il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc. 19,10).

Dio è al servizio
del narcisismo

La parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14) ci permette di dare uno sguardo psicoanalitico, diremmo, ai meccanismi inconsci che si agitano nel perfetto e nell’imperfetto. È una parabola “endopsichica”. Il fariseo era andato al tempio per pregare, ma in realtà non prega, informa Dio della sua perfezione. Non è Dio al centro della sua esistenza, ma il suo io. La tendenza alla perfezione favorisce un egocentrismo raffinato. Dio è al servizio del narcisismo dell’uomo. Il perfetto non può prescindere dal paragone: osserva la presenza di un peccatore e lo fa notare a Dio: “Non sono come quel pubblicano che sta lì”. Dio doveva stare dalla sua parte. Credersi Dio è più facile che credere in Dio.
Nella spiritualità della povertà l’uomo si riconosce com’è in realtà: nudo (Gn. 3,7). In questo riconoscimento la spiritualità della povertà identifica l’umanità dell’uomo. Il Vangelo riconcilia la spiritualità e l’imperfezione. Il lettore sente immediatamente che lui pure fa parte di questa moltitudine di imperfetti che si sente accolta dal Dio che Gesù annuncia. È un’esperienza dal profondo effetto terapeutico. Genera un atteggiamento di misericordia con se stessi, verso il prossimo, addirittura verso il nemico (Mt 5,44). Ciò di cui il fariseo è assolutamente incapace, perché incapace di accogliere la giustizia di Dio, l’unica perfezione su misura dell’uomo. Chi tende alla perfezione diventa anacronistico dal punto di vista del Regno.
Tutte queste osservazioni sono contenute nel cap. VII del libro Una terapia per la persona umana. Il titolo del capitolo: “Le implicazioni: spiritualità e imperfezione”. Il capitolo inizia con due citazioni con cui vogliamo concludere: “Il miglior elogio dell’imperfezione lo fece Dio facendosi uomo” (Anonimo). “Essendo ricco, si fece povero” (2 Cor 8,9).