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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Gerusalemme 2000

di Pase Andrea

L’ordine convenzionale, con cui il nostro calendario cadenza il tempo, assegna a quest’anno un rilievo del tutto particolare: il passaggio di secolo e ancor più di millennio (l’uno che diventa due), che si coniuga con la memoria giubilare dei duemila anni dall’incarnazione. In una fase di trasformazioni tecnologiche, culturali e politiche in rapida accelerazione, attorno a questo passaggio temporale si sono condensate paure ed attese che, al di là delle forme in cui si manifestano, indicano l’urgenza di attribuire una direzione, di dare un nome alla novità dell’epoca che stiamo attraversando.

La forza simbolica di questo momento seleziona e coinvolge alcuni luoghi densi di significati spirituali, che meglio si prestano come scenario della rielaborazione rituale della transizione. Roma, Gerusalemme, Betlemme, Nazareth, ma anche Assisi e altre mete di pellegrinaggio, sono i centri della cristianità su cui più incide questa scadenza temporale. Una prima conseguenza è materiale, con i cantieri per le opere di manutenzione straordinaria degli edifici e del tessuto urbano e di costruzione delle strutture di supporto per i flussi dei pellegrini. Le polemiche sullo stato di avanzamento dei lavori e sull’impatto di alcune realizzazioni come il parcheggio del Gianicolo accompagnano da tempo le cronache romane. Ma è di grande rilievo anche l’incidenza che deriva dalla sovraesposizione di questi luoghi nel circuito informativo. I mezzi di comunicazione di massa insieme amplificano ed alimentano lo sforzo di “addomesticare” il tempo attraverso la ritualità religiosa (oltre che attraverso quella laica del capodanno e dell’attesa vigile degli staff di crisi per il baco informatico del 2000). Le inquadrature di piazza S. Pietro, come quelle della spianata del Tempio dal Monte degli Ulivi, rappresentano il migliore fondale di ogni buon servizio sul senso religioso dell’anno giubilare. Ma questa sovraesposizione alla lunga comporta l’erosione del significato, l’usura dell’immagine, la stanchezza della ripetizione. La densità spirituale di questo tempo e di questi spazi è una moneta ben spendibile sul mercato della comunicazione, ma è altrettanto facilmente svalutabile. Su questo forse gli organizzatori degli eventi giubilari potevano riflettere con più attenzione. La macchina retorica della televisione rischia di macinare anche i significati più profondi, le celebrazioni più intense, gli incontri più rilevanti, per restituire il tutto in forma di melassa di buoni sentimenti e di vive emozioni.

Uno tra gli aspetti di questa ricorrenza temporale che bisognerebbe salvare è l’opportunità di favorire, attraverso l’ammissione delle colpe passate e la richiesta di perdono, il percorso di avvicinamento ecumenico della chiesa cattolica alle altre confessioni cristiane, agli ebrei e, allargando lo sguardo, al mondo islamico. Gerusalemme con il suo addensarsi di memorie e di presenze religiose è un osservatorio privilegiato.

«Ogni potere o fede vittoriosa ha sempre organizzato, per così dire, una sorta di ‘oblio verticale’, nel senso di sovrapporsi letteralmente alle antiche credenze proprio nei luoghi in cui esse erano solite celebrare se stesse»1. Gerusalemme non sfugge a questa pratica dell’oblio e della sovrapposizione, anzi ne è uno degli esempi più significativi: Nabucodonosor distrugge una prima volta il Tempio, ricostruito al ritorno dalla deportazione babilonese, Antioco IV vi introduce la devozione a Zeus, i Maccabei lo purificano e lo riabilitano al culto ebraico, Pompeo lo profana, Erode riedifica l’edificio cultuale, Tito lo incendia, Adriano impone la devozione di Giove nell’area del Tempio e di Venere su quella del Calvario, Costantino distrugge i due templi e costruisce una basilica cristiana nell’area del Santo Sepolcro, il califfo Omar stabilisce una prima moschea sulla spianata del Tempio, il califfo el-Hakim demolisce il complesso del Sepolcro, i crociati lo ripristinano e trasformano in chiese o palazzi le moschee della spianata, il Saladino riabilita le moschee… Eloquente storia di cancellazioni e di sostituzioni, con cui i diversi dominatori hanno cercato di appropriarsi dello spazio precedentemente significato dagli sconfitti, per imporre sugli stessi luoghi gli edifici della loro fede.

Ma la sostituzione non è solo materiale, non si sedimenta solo nelle stratificazioni della città. Sono più difficili da scoprire e da rimuovere le sovrapposizioni culturali che stabiliscono una fede nello spazio di un’altra. F. Lovsky giustamente osserva che alla base delle divisioni che hanno interessato nel tempo la chiesa cristiana ci sia la separazione tra ebrei e cristiani o meglio la teoria del “rigetto” che ha legittimato i cristiani ad “impossessarsi” dell’elezione divina del popolo ebraico. “La teologia cristiana ha insegnato questo supposto rigetto: gli ebrei, diceva, non sono più Israele, ed è la chiesa che è il ‘nuovo Israele’, benché l’espressione sia sconosciuta al Nuovo Testamento. Si è seguita una progressione che si esprime all’incirca in questi termini: ‘Israele siamo anche noi… Israele siamo anzitutto noi… Il nuovo Israele sostituisce l’Israele di prima… Israele siamo noi, siamo solo e soltanto noi… e gli ebrei non sono assolutamente più Israele, poiché Dio li ha rigettati’. E mentre Paolo illustra il contrario con l’immagine della chiesa paganocristiana innestata su Israele, l’olivo unico, le nostre ecclesiologie sono giunte ad immaginare un altro olivo che Dio avrebbe piantato dopo aver sradicato e gettato via l’olivo giudaico. Si insegnava ormai che la chiesa aveva ‘preso il posto’ di Israele, che si era ‘sostituita’ a lui”2.

Le conseguenze di questa “strategia ereditaria”, che pretendeva di costruire una nuova identità appropriandosi del patrimonio altrui, si è ripercossa tragicamente innanzitutto nel rapporto tra cristiani ed ebrei, con le responsabilità innegabili dell’antisemitismo cristiano nelle persecuzioni subite dal popolo ebraico fino alla Sho’à3. E l’“insegnamento” della sostituzione, magari in forme attenuate e lontane dalla teoria del rigetto e del disprezzo, è sottile e pervasivo4, ancora purtroppo vivo nella chiesa odierna, nonostante gli sforzi recenti di costruire un rapporto rispettoso con i “fratelli maggiori”. L’idea del rigetto e della sostituzione si è poi riverberata nelle divisioni interne alla chiesa tra ortodossi, cattolici, protestanti, moltiplicando le incomprensioni e le pretese di essere gli unici eredi della storia della salvezza. La prima frattura, la prima sostituzione ha stabilito un abito mentale generatore di divisioni, di pratiche dell’oblio e di politiche di intolleranza.

Le sovrapposizioni materiali nella città ci parlano delle sostituzioni culturali, della cancellazione dell’autonomia e della tradizione dell’alterità per ereditarne energie e significati.

Allo stesso modo, la compresenza a Gerusalemme di tante religioni e di tante confessioni cristiane nel breve spazio ritagliato dalle mura della Città vecchia rappresenta lo sforzo di passare dalla sovrapposizione alla giustapposizione, dal cancellare l’altro al viverci a fianco, primo passo verso una comunicazione più profonda. La laboriosa contrattazione sugli spazi, sui limiti e sulle forme della convivenza è la via obbligata, anche se spesso defatigante (si pensi alla grande diversità dei punti di vista nella vicenda della moschea di Nazareth), per la costruzione della pace a Gerusalemme e in Israele/Palestina.

In quest’anno giubilare, il contributo che la chiesa cattolica può dare a questo percorso di convivenza e più in generale alla prospettiva dell’ecumenismo sta nel chiedere perdono della propria volontà di cancellazione e di sostituzione dell’altro, nell’affermare la rinuncia alle strategie ereditarie, nel restituire per ciò che è possibile quanto è stato preso.

1 R. Bodei, Libro della memoria e della speranza, il Mulino, Bologna 1995, p. 36.

2 F. Lovsky, Verso l’unità delle chiese, Qiqajon, Bose 1993, pp. 27-28.

3 J. Elichaj, Ebrei e cristiani, Qiqajon, Bose 1995.

4 Mi sono reso conto personalmente di quanto sia subdolo e difficile da affrontare in modo critico questo “insegnamento” quando, pur guidato da riferimenti esegetici ben legittimati e nel contesto di un articolo sul valore della differenza, l’ho inavvertitamente ripreso nell’interpretare il racconto della visita dei Magi (Matteo 2, 1-12). Mi era rimasto un disagio latente, ma solo dopo anni sono riuscito a comprendere dove e perché mi ero sbagliato (“Da altre terre”, Il Margine, 10-1995).