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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Gli sviluppi del principio democratico

di Cortese Fulvio

Un nodo ancora irrisolto

Mi sono imbattuto, recentemente, in una lettura tanto agile quanto particolarmente stimolante: Tzvetan Todorov, Lo spirito dell’illuminismo, Milano, Garzanti, 2007.

Vorrei richiamarne un importante passaggio, per introdurre alcune osservazioni sulle sfide che attualmente si impongono circa l’esigenza di ridefinire l’essenza del principio democratico e di garantirne l’efficiente sopravvivenza.

Segnatamente, ritengo utile evidenziare il punto nel quale Todorov, riflettendo sul valore centrale che la difesa dell’autonomia e della libertà rivestiva nell’ambito del pensiero illuminista, rammenta quale fosse il delicato e indimostrato teorema su cui, in quella prospettiva, avrebbe dovuto poggiare la risoluzione di ogni possibile conflitto tra individuo e corpo sociale, ossia l’asserita esistenza, tra gli stessi, di un nesso di necessaria continuità. In altre parole: la sovranità del popolo, in quanto somma delle volontà individuali, non può essere in conflitto con queste.

Si noti che questa inferenza teorica costituisce la pietra angolare sulla quale è stata costruita e poggia tuttora la capacità persuasiva della tesi sulla superiorità delle versioni occidentali e contemporanee della regola democratica, alla stregua delle quali il circuito politico-rappresentativo è in grado di assorbire la libertà e l’autonomia di ciascuno nel contesto di una libertà e di un’autonomia dalla dimensione collettiva, che, a sua volta, proprio perché fondata sul consenso di soggetti indipendenti ed eguali, riveste il ruolo di unico detentore legittimo del potere sovrano.

Quali siano state le deleterie conseguenze di simile paradigma è facilmente intuibile: i regimi totalitari del Novecento non sono altro che la declinazione più coerente di questa impostazione.

Ciò nonostante, occorre anche segnalare che le evoluzioni successive non si sono del tutto scostate dai pericoli del modello originario. Oggi si è costretti a constatarne un ulteriore momento di crisi, non tanto, questa volta, sul piano della formazione tirannica di una volontà maggioritaria totalmente insensibile alle ragioni dei singoli individui, bensì con riguardo al profilo della reale e concreta idoneità democratica di una soluzione esclusivamente rappresentativa, ossia di una scelta istituzionale volta a privilegiare, del cittadino sovrano, il solo aspetto della incondizionata libertà di indicare chi debba decidere al posto suo.

Ma è proprio vero che la libertà e l’autonomia individuale non possono accedere ad altre forme di sovranità?

I cortocircuiti

Il quesito così anticipato non nasce dal nulla, né costituisce il solo frutto di riflessioni puramente astratte. Rappresenta, viceversa, patrimonio comune la constatazione dei frequenti e ripetuti fallimenti della regola esclusivista brevemente descritta.

Se è vero che la libertà e l’autonomia individuale trovano completa e rassicurante soluzione nella sovranità popolare e nelle istituzioni che di essa sono espressione, come è possibile giustificare i vasti e radicali fenomeni di dissenso tra gli organi decisionali di quelle stesse istituzioni e singoli gruppi, più o meno estesi, di cittadini?

Come è possibile, cioè, che determinate categorie di cittadini, singoli o associati in nome del più vario e differenziato interesse, mettano in dubbio e paralizzino le decisioni del governo democraticamente legittimato dal parlamento che gli ha dato la fiducia? Anzi, come è possibile che un simile cortocircuito possa materialmente verificarsi?

In mancanza di esempi, sul punto, si possono richiamare i noti dibattiti sulla localizzazione di alcune opere pubbliche di interesse nazionale, quali le reti ferroviarie strategiche per la linea dell’alta velocità, ovvero sulla realizzazione di siti destinati allo smaltimento di rifiuti sia urbani sia pericolosi, al fine di risolvere impellenti problemi di salute e di sicurezza.

Forse che le volontà e gli interessi dei cittadini “recalcitranti” non meritano alcuna audizione? Si tratta, in buona sostanza, di un problema di sola ignoranza civica, condita con un altrettanto insopportabile campanilismo?

Ritengo di poter rispondere a quest’ultima domanda in modo negativo, avanzando altresì la convinzione che, a essere assai antiquati, siano piuttosto i sistemi decisionali e i procedimenti in cui essi si realizzano, e ciò in quanto creati sul presupposto di un potere pubblico unidirezionale ed esclusivo, incapace, cioè, di recuperare e confermare sul piano della singola questione la sovranità del singolo cittadino.

Ma i pericoli connessi alla sottovalutazione di simile prospettiva sono anche maggiori di quelli legati alle questioni, per così dire casalinghe e nazionali, della diffusa inefficienza decisionale.

Come evidenzia Todorov, insistere nell’errore originario consente di agevolare e aggravare la crisi del sistema democratico-rappresentativo anche sul piano globale: «Oggi gli stati possono difendere le proprie frontiere con le armi, se necessario, ma non sono più in grado di fermare la circolazione dei capitali. Perciò, un individuo o un gruppo di individui, che non godono peraltro di alcuna legittimità politica, sono in grado, con un semplice clic del mouse, di lasciare i propri capitali dove si trovano o di trasferirli altrove e così facendo precipitare un paese nella disoccupazione, oppure evitargli l’immediata catastrofe».

Esiste, in definitiva, una dissociazione sempre più accentuata tra il libero esercizio della propria libertà individuale e la capacità, per così dire di assorbimento, delle istituzioni democratico-rappresentative; e si tratta di un deficit difficilmente sostenibile, soprattutto a fronte di ulteriori pericoli, anch’essi globali e anch’essi posti in frontale scontro con i fondamenti della tradizione giuridica occidentale: la diffusione di ideologie socio-culturali a legittimazione religiosa e teologicamente incompatibili; il conseguente rigetto dei percorsi democratici di legittimazione pubblica.

Le soluzioni

Quali possono essere gli antidoti a tali patologie?

Basta sfogliare alcune nuovissime e illuminanti pubblicazioni per rendersi conto della ricchezza e dell’eterogeneità delle proposte (G. Pasquino – a cura di, Strumenti della democrazia, Bologna, Il Mulino, 2007; Aa. Vv. Democrazia partecipativa, numero monografico della Rivista Democrazia e diritto, 3/2006, Torino, Franco Angeli).

Da un lato si deve segnalare senz’altro la diffusa ricerca di forme migliorative della stessa soluzione tradizionale.

In questo senso si vanno diffondendo le riflessioni e le esperienze istituzionali volte a promuovere ipotesi di democrazia partecipativa e/o deliberativa, mediante l’arricchimento dei consueti procedimenti decisionali, sia legislativi sia amministrativi, di sub-fasi destinate a raccogliere gli stimoli provenienti dai cittadini o dai gruppi di cittadini maggiormente interessati al caso concreto.

Con ciò non si intende richiamare soltanto quanto sta accadendo in America centrale, con diffusione di esperienze assembleari localizzate a più livelli della vita collettiva, bensì anche quanto si verifica nel contesto europeo, con moltiplicazione di forme sempre più intense di concertazione o con incentivazione di ipotesi specifiche di autogestione.

Ma in questa stessa direzione si muovono anche le iniziative di coloro che vorrebbero rinnovare i meccanismi e le dinamiche della partecipazione politica in senso stretto, cercando di ri-attivare il dialogo osmotico tra partiti e società civile e tentando, peraltro, di ri-consegnare, in tal modo, fiducia al sistema rappresentativo mediante l’ottimizzazione delle regole elettorali.

Per altro verso, invece, si deve ricordare il tentativo di avvalorare l’azione individuale del singolo cittadino o del singolo gruppo di cittadini quale momento di possibile efficace implementazione alternativa dell’interesse generale, con diretto riconoscimento all’individuo del potere di farsi interprete immediato dei bisogni più vicini alla propria esperienza, e ciò, soprattutto, laddove essi siano coincidenti con il soddisfacimento di “beni comuni”, ossia di bisogni condivisi da tutta la collettività.

In un caso, come nell’altro, l’obiettivo appare comune: ridare voce all’autonomia e alla libertà individuale senza con ciò rinunciare alla semplificazione democratica della sovranità popolare.

In un caso come nell’altro, però, il presupposto, parimenti comune, dev’essere chiaro: accettare l’esistenza di modelli democratici diversi da quelli cui le nostre radici culturali sono storicamente più vicine.