I teneri sassi di Terezìn

I colori di Rio
«Guarda attentamente. È questo giovanotto qui, con le maniche corte vicino a me». Osservo la diapositiva, attentamente. Tra un brulichio di colori, di toni da mercato, il grigio dell’asfalto, un pezzo blu di cielo, salta subito agli occhi il ragazzo dalla pelle scura, le labbra schiuse in un sorriso timido, immortalato mentre stringe, felice, la mano a Gaetano. Così vivo e reale che pare che con il suo berretto buchi la sottile plastica che lo incornicia. «C’è stata una sparatoria. Non ce l’ha fatta».

Che senso può avere scrivere?
Cosa serve ­ mi chiedo, a questo punto ­ la parola scritta, con quel suo accostarsi di lettere, vocali e consonanti, come se un lieve soffio di brezza avesse disposto così quei piccoli corpi neri fianco a fianco, come se si dovessero sorreggere a vicenda, come se traessero equilibrio e stabilità l’uno dall’altro, come se respirassero del respiro del vicino. È fragile la parola, può essere con facilità cancellata, coperta, persino incendiata, sommersa ed inghiottita da un camion di spazzatura. Con i suoi limpidi occhi aperti al vero può solo guardare dal basso, esterrefatta, «…il guerriero che giunse armato d’occhiali di tigre, con camicia quadrata, sulfurei baffi e coda di porcospino…». In fondo è sempre quello stesso uomo dell'”Ode all’atomo” di P. Neruda, che ama camuffarsi sotto varie maschere, ma che ritorna puntuale con lo stesso sguardo bruciante, la stessa sete di sangue, come violentatore della vita altrui, dalla notte dei tempi. E ciò che più spaventa è che, quel guerriero, pur assommando in sé le caratteristiche dello scienziato, del robot, del diavolo e del mostro è sempre un uomo e pure Uomo è la sua stessa vittima. Ma improvvisi mi affiorano, come squarcio di speranza, il significato della parola scritta, la sua essenza, il suo potere, intuiti a Terezìn, nell’attuale Repubblica ceca, in visita ad un campo di concentramento sommerso da una verde collina, disseminata da ippocastani e da bianche lapidi, salate lacrime rese pietra. I bimbi racchiusi in quel campo di morte, non avendo a disposizione altro, scrivevano su sassolini il loro nome, accanto a quello della mamma, la loro esigenza di prati, di fiori, di sole, o un brutto sogno, o la loro fame, la loro sete. Li lasciavano cadere dove capitava. Nella scrittura malferma, tra le lettere traballanti di chi si è da poco cimentato con la penna s’intravedevano una voglia tenace di gridare, di giocare, piedi scalpitanti desiderosi di slanciarsi in una pazza corsa di fuga e piccoli cuori solitari, pieni fino all’orlo di paura, pronti a scoppiare. Nessun monumento, nessuna cella o doccia, nessun altro scritto hanno saputo sconvolgermi come quei sassolini.

La forza di comunicare
La Parola ha questo potere, di rendere palpabile anche un soffio di vento, di mettere di fronte agli occhi anche ciò che è remoto ed invisibile, di far sentire anche nelle vene del sordo l’armonia e la dolcezza del susseguirsi di note. Quella Parola che cerca il dialogo sa trasformarsi in verso, echeggiare prima, dentro, esplodere, poi, ma non sull’asfalto per dilaniare, bensì su un pezzo di carta o su uno stralcio di muro. Penetra dentro, perché scuote tutto, vuole sconvolgere la mente, talune strutture inferme su cui si fonda, abbattere ciò che è cattiva abitudine, ciò che corre rischio di celarsi sotto i veli di Noia e di soffocare tra le braccia di Monotonia: l’assenza di tinte e toni vivaci. Forse gli stessi colori intravisti ai bordi dell’asfalto di Rio, in diapositiva. Il pensiero audace sa nutrire il desiderio di recidere i sottili filamenti del perbenismo, di svelare il farisaico sepolcro, che si nasconde sotto una mano di bianco. Arriva al cuore, piccola arpa incorporata e lo fa vibrare fino alle sue ultime corde, forse l’estremo più fino legame tra cielo e terra, nube e pozzanghera, azzurro e fango. Credo profondamente in questo potere dello scrivere, perché credo nella forza del comunicare e nel valore della scrittura come strumento di sensibilizzazione, confronto e dialogo. Nella ricchezza dell’incontro­scontro fra punti di vista distinti, il pensiero s’allarga su nuove realtà, nuovi visi e temprandosi, fortifica la volontà, spinge l’occhio a guardare là dove prima sorvolava, le braccia ad abbracciare chi non conosceva, nutre il corpo, lo fa agire e faticare, anche per chi e con chi è, a noi invisibile, ma seppur lontano c’è e si sta cercando. «La possibilità di riconciliazione poggia sul fatto che anche l’elemento ostile è sentito come vita, questa riconciliazione non è dunque né distruzione né sottomissione di un elemento estraneo: è il sentimento della vita che ritrova se stessa e in essa riconcilia il destino» (da Lo spirito del Cristianesimo ed il suo destino di G.W.F. Hegel). Ed è proprio il pensiero, nutrito dall’esperienza e sostenuto dal confronto del dialogare a nutrire, a sua volta, l’utopia. La tiene in piedi e le conferisce forze ed equilibrio per camminare. Ne è insieme madre e padre premurosi alla guida dei primi passi del figlio. Se vacilla, lo sostengono, se cade, lo rialzano.

Organizzazione e stile di Madrugada giovani
Questo angolo giovani in Madrugada nasce proprio da un preciso intento di stimolare alla riflessione, unito ad un desiderio di ricerca viva e stimolante. L’articolazione al suo interno conta tre aperture di spazi, dedicati rispettivamente ad una riflessione discorsiva, a slanci poetici, propri di chi affida al verso le sue emozioni, ed alla comunicazione di iniziative, attività ed incontri organizzati da noi e per noi. Non un tema dunque fissamente rigido, non una gabbia di pensiero, bensì sarà proprio uno slogan il filone conduttore, l’anello di congiunzione dell’insieme, per permettere così una molteplicità di spunti che solo la varietà della mente umana stessa può garantire. Lo stile si presenterà anch’esso giovane. Il che non implica necessariamente sgrammaticato o scalcinato, o a ritmo di un singhiozzante rap. Sarà come siamo: a tratti scarno, ma essenziale, a tratti articolato, ma più analitico, ora spiritoso ed arguto, ora serioso e composto; conforme alla particolare sensibilità, al tipo di esperienza vissuta, al proprio modo di essere.

E se Narciso…
È anche questa una grande opportunità, che invita ad ampliare il proprio campo d’osservazione ed in seguito, anche il raggio d’azione: spinge ad abbandonare i tanto comodi paraocchi, muove lo sguardo su e giù, a destra e a sinistra, davanti e dietro, allena all’ascolto mente e cuore. Forse se Narciso avesse smesso di contemplare alla fonte solo il suo stesso volto, se avesse smesso di ammirare la sua prestanza, la sua forza, la sua intelligenza, il suo essere bello, si sarebbe accorto della pacata, silenziosa presenza di una splendida, dolcissima Eco e del suo profumo di fiori di ninfa… e forse avrebbe smesso di amare solo se stesso.  

IN CERCA D’ALI
Iniziamo ad occupare il preziosissimo spazio giovani che ci è stato concesso all’interno della rivista Madrugada: uno spazio gestito da noi e tutto per noi! Per dare voce ai nostri pensieri, alle nostre piccole e grandi paure, ma anche ad un incontro speciale, che ha lasciato un segno, ha arricchito e che, se comunicato, se esteso ed amplificato, può ancora arricchire. È una gratuita voglia di esprimere e di conoscere accolta in un luogo che fa, proprio della gratuità, il suo centro motore. Potremo confrontarci, riflettere, spaziare su temi che sentiamo veramente “nostri” (famiglia, relazione, società, affettività…). Ci è stata data una libertà di temi pressoché assoluta. Può essere persino una favola, lo strumento cui affidiamo il messaggio da trasmettere, oppure un aneddoto, una bella satira ironica, di quelle che ti lasciano un sorrisetto amaro sulle labbra, un’intervista, una pagina arguta o scherzosa. Destinato ai “voli di penna” è poi un apposito spazio in cui possiamo tradurre in parola una speranza, un’esperienza, una meta segreta. Ma questa parola può diventare anche verso, può essere anche poesia. È previsto anche un momento di carattere informativo, in cui comunicare riunioni, incontri, corsi di formazione o approfondimento organizzati da noi o per noi. Chiediamo fin da ora la vostra collaborazione, i consigli, le proposte tematiche che stiamo vagliando, insomma le vostre parole, i vostri pensieri divenuti frasi e chissà che da una frase non possa nascere un progetto che permetta a quella che è l’utopia di Macondo di sbocciare nella realtà.
Camminando s’apre il cammino
Questo è lo slogan, il punto di riferimento delle nostre riflessioni ed attività. Non intendiamo spiegarlo, per non fornire già una particolare interpretazione, mentre invece è nostra precisa volontà lasciare briglie sciolte alla chiave di decodificazione di ciascuno. La pista che seguiremo si suddivide in due cammini, che procedono parallelamente: uno personale, volto a coinvolgere l’individuo nel suo essere “io” unico ed irrepetibile e l’altro, collettivo, dove il singolo e la sua interiorità diventano parte viva di un insieme più grande. Inizieremo il nostro viaggio partendo dalla prima via, proponendo una serie di discussioni ed incontri sull’affettività.
Comunichiamo…
21 novembre ore 20.30: Battesimo del neonato gruppo “Macondo Valbrenta”, alle prese con l’organizzazione del suo primo incontro. Tema di discussione: Essere responsabili conviene? Relatore un brillante prof. Pase che ha saputo, tramite un rapido confronto con gli anni ’50, focalizzare la nostra attenzione sull’odierna rapida crescita delle libertà personali, sulla moltiplicazione delle possibilità di scelta e di non scelta, sulla buona dose di complessità di rapporti e relazioni, in cui deve e può entrare in gioco la Responsabilità, superando e vincendo paure, piccoli e grandi egoismi o forme di vittimismo. Padrino d’eccezione il comitato di gestione della biblioteca di Pove, che condivide con il gruppo obiettivi di crescita e sensibilizzazione culturale. Auguri, dunque, al piccolo nato: che cresca in partecipazione, efficacia e… responsabilità!